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| Esperto Trekking ![]() Età : 39 Sesso: Uomo Residenza: UK Registrato dal: 23-03-09
Messaggi: 988
| Ho miracolosamente recuperato il vecchio diario del Kilimanjaro. Visto che se n'e' parlato recentemente in un altro thread, lo metto su... magari a qualcuno viene voglia di farci un giro Machame Gate – Machame Huts L’ATR-42 di Precision Airlines ci regala il primo incontro col Kilimanjaro: voliamo a circa 5000 m di quota, e la rotta passa proprio tra il Kilimanjaro ed il Meru. Eccolo che sbuca sopra le nuovole. Tra qualche giorno saremo tutti lá... O no? In pullman verso Arusha. E’ notte. La gente che compare dal nulla ai lati della strada, a piedi, in bicicletta, tra le vacche; i camion che ci vengono incontro lampeggiando con i fari. L’aria calda. Bentornati in Africa. A Machame Gate incontriamo la guida, Florence, i due aiuto-guida Benjamin e Mohammed (che sará anche il nostro cuoco) e i portatori. Il terreno tra il gate e la partenza del sentiero è una piccola babele di pullman, portatori, guide che si muovono avanti e indietro caricando e scarcando zaini, scatoloni, bidoni di plastica. Al gate c’è una fila rumorosa di guide e turisti accalcati intorno al registro delle partenze. Poco piú in alto una tettoia sotto la quale, in silenzio, alcuni turisti si preparano. Anch’io mi siedo un momento per sistemare le mie cose ed assaporare il momento. Siamo registrati; i nostri bagagli in mano ai portatori, scarponi allacciati, zaini in spalla. Uno per volta ci incamminiamo. Inizia la salita. Quota 1800. Pole pole: Florence è determinato a farci camminare il piú lentamente possibile. A fine giornata rimprovererá chi è arrivato troppo presto a Machame Huts, minacciando pianto e stridor di denti per chi si azzarderá a “correre” domani. Ma in questa foresta incantata è facile prendersela comoda. Ad ogni passo c’è l’opportunitá per una fotografia, per fermarsi ad ammirare i fiori, o i licheni che pendono dai rami degli alberi. La foresta si dirada; siamo in mezzo alle nuvole ed alle tende. Machame Huts: quota 3000. Notte. L’aria si raffredda, le nubi scendono a quote piú basse. Si vede il Kibo, lontano, sotto le stelle. Tra quattro giorni saliremo alla vetta con la luna piena. ![]() Machame Huts – Shira Camp Lasciato Machame Huts, la vegetazione si dirada velocemente: sotto di noi le nuvole, a 3000 metri, coprono la Tanzania. Al di sopra di queste sbucano solo il monte Meru lontano alle nostre spalle, lo Shira Plateau sopra di noi e dietro, finalmente nitido nel cielo azzurro, il Kibo. ![]() Ma la strada è ancora lunga. Procediamo lungo un esteso crinale, si vede in lontananza lo scintillare del carico dei portatori: una lunga fila si arrampica verso Shira. Pranziamo su un piccolo ripiano roccioso, in mezzo ai corvi ed agli altri turisti. Un gruppo di una quindicina di inglesi, poco piú avanti, si accomoda ad una lunga tavola apparecchiata. Esagerati... Si riprende a salire. La quota inizia a farsi sentire. Camminiamo lentamente sotto il sole a picco; una signora americana, non proprio giovanissima, sta salendo da sola. Pole pole, dietro la sua guida. La incontreró ogni giorno, fino alla fine del trekking. Arriviamo al campo. Le tende sono sistemate, la guida Florence chiede a che ora saremo pronti per cenare. Facciamo le sei. Alle sei meno un quarto è tutto pronto, e Florence si sta agitando perché siamo in ritardo per la cena. Dobbiamo avere incontrato l’unico africano svizzero –ma dov’e’ finita quella concezione elastica del tempo per cui vanno famosi in questo continente? ![]() Shira Camp – Barranco Huts Ci svegliamo al suono delle voci dei portatori. Uscire dal sacco a pelo, di corsa alla toilette (chiamiamola cosí). Freddo. Facciamo colazione ancora un po’ assonnati intorno al tavolo un po’ sbilenco. La tovaglia ha una scritta in Swahili; chissá cosa vuol dire. Caffè, thè, biscotti, pane abbrustolito con il miele –no, senza miele. E’ freddo, non si spalma... marmellata di prugne fosforescente. Buona. E poi wurstel con il ketchup al peperoncino, uova, porridge. Il porridge fa schifo, ma adesso siamo tutti svegli e ben nutriti. Si riparte. E si inizia subito a salire: siamo a 3800 metri, e la mattina passerá arrampicandosi lentamente sulla schiena sassosa del Kilimanjaro. Il panorama è incredibile: dopo un giorno e mezzo tra gli alberi, questa desolazione è difficile da descrivere. Procediamo lentamente, in silenzio. La quota inizia a farsi sentire, arrivano i primi mal di testa. Qualcuno accusa una leggera nausea. Ritrovo il gruppo di inglesi, facciamo due chiacchiere salendo: uno di loro ha deciso di riscendere, non si sentiva bene. C’è anche la signora americana. Intanto siamo arrivati a Lava Tower. Non sono convinto che fermarsi a mangiare nel punto piú alto del colletto, dove il vento è piú forte, sia proprio una buona idea... ma ho troppo mal di testa per discutere con Florence. Ci avviciniamo a Barranco seguendo la valle di un piccolo torrente: tornano ad apparire le lobelie, ce ne sono tantissime, creando un paesaggio completamente alieno. Il campo di Barranco Huts si trova su un piccolo ripiano che interrompe una costa della montagna: dal sentiero piú in alto si vede il Breach Wall di fronte a noi. E’ ll sentiero che percorreremo domani; visto da qui sembra una bella tirata...
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| Esperto Trekking ![]() Età : 39 Sesso: Uomo Residenza: UK Registrato dal: 23-03-09
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| Barranco Huts – Barafu Huts Il sentiero scende per qualche minuto prima di arrampicarsi sul Barranco Wall. Ci arrampichiamo anche noi –a tratti dobbiamo aiutarci con le mani, ma non c’è nessuna vera difficoltá. Ritrovo la signora americana, che si è fermata per mettere via i bastoncini. Mi fa di nuovo cenno di passare avanti. Ci vediamo in cima al muro, le dico. Lorenzo mi fa cenno di voltarmi: guarda lá. Un portatore davanti a noi ha sulla testa un saccone blu enorme, colossale, gigantesco. E’ arrivato ad una strozzatura del sentiero, dove una lastra di pietra forma un gradino troppo alto per essere scavalcato: le pareti di roccia ai lati offrono un comodo appiglio per issarsi con le braccia –se uno ha le mani libere. Hakuna matata: il nostro portatore lascia la presa sul sacco e, tenendolo in equilibrio sulla testa con la forza del pensiero, si arrampica senza sforzo apparente. Lorenzo ed io ci gardiamo negli occhi, e senza dire una parola ripartiamo con i nostri microscopici zainetti sulle spalle. ![]() Karanga valley è una specie di oasi in mezzo al deserto di pietra che stiamo attraversando. Oltre Karanga, e fino alla vetta del Kibo, non troveremo altra acqua: solo una distesa di roccia, pietre e polvere. Per la prima volta dall’inizio del trekking il cielo sparisce: il pomeriggio è un lento procedere in silenzio, in salita, nel grigio delle nuvole intorno a noi e della polvere ai nostri piedi. Poche chiacchiere, pochi scherzi, il fiato pesante. Ogni tanto compare un corvo. Poi il cielo si riapre. Si vede Barafu, in alto su una cresta. Lo sguardo corre a sinistra, dove la cresta termina in un ghiacciaio –il Rebmann. Accanto, Stella Point. Barafu: ci sono due baracche sul ciglio della parete di fronte a noi –saranno duecento metri di caduta, ma cosa sono? Latrine. Roba da matti. Ma allora è vera la storia dei turisti precipitati dai gabinetti... ![]() Barafu Huts – Stella Point – Uhuru – Mweka Huts Alle 23.30 spaccate ci svegliamo per fare “colazione”. Florence, cosa vuol dire questa scritta sulla tovaglia? Tanto per cominciare la tovaglia non è veramente una tovaglia, ma una specie di stola. L’ha scelta perché la scritta è una qualche benedizione in Swahili, ci porterá fortuna per la salita alla vetta. Con il minimo negli zaini, e coperti a dovere per il freddo della notte, ci prepariamo a partire. Quota 4600 metri. Florence in testa, le ragazze dietro, poi noi e gli aiutanti a chiudere la fila. Le condizioni sono ideali: Il cielo è limpido, la luna piena illumina il sentiero, quasi non c’è vento. Ci siamo. Siamo tutti bene acclimatati ed in buone condizioni, il morale è alto. Basterá? Saliamo un primo tratto roccioso lungo la cresta che vedevamo ieri, poi un breve, brevissimo ripiano, ed eccoci su quello che la mia guida descrive come “l’interminabile zig-zag”. E’ un sentiero lungo e monotono, reso ancora piú uniforme dal buio della notte; avanziamo lentamente sulla ghiaia che cede ad ogni passo, aumentando la fatica della salita. Incrociamo un primo gruppetto di persone che scendono. Cosí presto? 4860 metri. Ci fermiamo per una breve pausa ed tè caldo: siamo giá piú alti del Monte Bianco. Stando fermi il freddo si fa sentire: ripartiamo. 5000 metri. Federico si dichiara soddisfatto –da qui in poi, ogni metro “è tutto grasso che cola”. Cos’è, vuoi mettere le mani avanti? Continua a salire! Ad una curva c’è una ragazza seduta; sta piangendo. Ha vicino un’amica ed un portatore, ma la sua salita finisce qui. Andiamo avanti. Camminiamo lentamente in fila indiana, siamo ancora tutti uniti. Non so se è una buona idea: quando qualcuno davanti si ferma è una soffereza, continuo a muovermi sul posto per non perdere il ritmo e raffreddarmi. E’ tornato un leggero mal di testa ed un po’ di nausea. Se non peggiorano non c’è problema. Chino sui bastoncini, guardo i passi della mia ombra sul terreno. Dove sará la signora americana? Non l’ho ancora vista. Abbiamo superato il Mawenzi. Ormai manca poco –quante volte l’ho giá detto? Rallentiamo dietro una ragazza. Ha la stessa corporatura di Cinzia, ma non è lei, ha la giacca di un colore diverso. Sta salendo, insieme alla sua guida, con una lentezza inverosimile. Sembra ubriaca, avanza su gambe incerte, le braccia inerti; ogni poco si ferma e si accascia al suolo. Ma ogni volta, chissá come, trova la forza di rialzarsi e ripartire. La superiamo, passiamo accanto ad un altro gruppo fermo. Andiamo avanti. Il tempo si dilata in una successione interminabile di passi e di pietre nell’oscuritá. Sembra che abbiamo lasciato Barafu un paio di secoli fa, e chissá quanto manca a Stella Point. Torno a guardare la mia ombra che cammina sui sassi. Secondo il mio altimetro mancano duecento metri a Stella Point. Sento delle grida, vicinissime. Allora ci siamo. Quasi mi metto a correre (si fa per dire). Ci siamo! La misura dell’altimetro era sbagliata: siamo arrivati. Il cielo si sta rischiarando, a Stella Point è quasi l’alba. Vedo Mama in lacrime, ci abbracciamo. Cinzia è seduta su un masso accanto al cartello di Stella Point. Florence sbuca dal nulla, come al solito. Ce l’abbiamo fatta. Siamo tutti a Stella. Andiamo, andiamo. A Uhuru. Il sole sorge illuminando i ghiacciai del Kilimanjaro. Dietro la neve che luccica, la sagoma del Mawenzi.
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| Supervisor & Mod. Generico ![]() Età : 36 Sesso: Donna Residenza: Vada - Livorno Registrato dal: 23-06-08
Messaggi: 5.379
| Davvero un bellissimo racconto, ma i complimenti vanno soprattutto all'impresa, deve essere stata dura...io non oso neanche immaginare quanto. Grazie, grazie, grazie ![]() ps: ma la signora americana?
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| Esperto Trekking ![]() Età : 39 Sesso: Uomo Residenza: UK Registrato dal: 23-03-09
Messaggi: 988
| Dura si, ma neanche troppo. Non lo dico per fare il gradasso... c'è un po' la tendenza a drammatizzare la cosa più del necessario. Non è "una passeggiata", ma avere i portatori aiuta parecchio -e alla fine la parte dura è solo l'ultimo giorno. Per me la difficoltà maggiore è stata convincermi che ce la potevo fare... Poi abiamo avuto fortuna col tempo e con l'acclimatamento, e alla fine siamo arrivati tutti in cima La signora americana no, è tornata indietro poco sopra l'ultimo campo (Barafu): l'ho incontrata all'uscita ed era un po' giù di morale, ma stava già pensando di ritornare!
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