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| FV Design & Communication ![]() Età : 41 Sesso: Uomo Residenza: Vicenza Registrato dal: 08-08-07
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| MONGOLIA - Terra senza tempo e senza confini Viaggio tra steppe, deserti e montagne, in una terra di antiche tradizioni e leggendaria ospitalità. La curiosità è incontenibile: quando l'aereo vira per accostarsi alla pista di atterraggio cerchiamo di cogliere dall'oblò un gregge, il verde della steppa, una gher... immagini in realtà già viste in centinaia, forse migliaia di foto prima di partire. L'emozione poi sale alla vista dell'insegna "Chinggis Khaan International Airport". Gengis Khan, il grande condottiero mongolo, fu sovrano del più vasto impero di tutti i tempi, dalle coste orientali dell'Asia alle porte dell'Europa. Oggi la Mongolia sembra schiacciata, quasi a volerla contenere, tra Russia e Cina; un territorio vastissimo con meno di 3 milioni di abitanti, un terzo dei quali vive a Ulaanbaatar, la capitale. ULAANBAATAR. Percorrendo la strada che porta in città passiamo sotto un grande arco e la sensazione di entrare in un mondo a noi sconosciuto fa crescere ancor più l'attesa. Presto scorgiamo le centrali elettriche a carbone, quattro enormi camini dai quali si alzano nel cielo grosse colonne di fumo. Le strade, pur essendo asfaltate, sono alquanto dissestate; ai lati scorrono brutti edifici, vecchi più di 50 anni. La giornata è iniziata da poco, ma la città sembra essere già molto viva, caotica e indaffarata. Fin dal primo momento Ulaanbaatar dà l'impressione di essere una città intenta a recuperare in fretta il tempo perduto dopo oltre mezzo secolo di dominio sovietico, una città in corsa verso il capitalismo e la modernità. Una corsa in cui molti sembrano però arrancare e che, inevitabilmente, porta con sé forti contraddizioni. A Ulaanbaatar è possibile vedere, nella stessa cornice, eleganti uomini d'affari a bordo di lussuosi SUV e bambini di strada che, sbucati dai sotterranei, tentano di sopravvivere mendicando qualche tugrik. Visitiamo la città. Facciamo subito un tuffo nel glorioso passato della Mongolia raggiungendo Piazza Sükhbaatar, dedicata all'eroe che proclamò l'indipendenza dalla Cina. Su un lato della grande piazza si affaccia il Palazzo del Governo e l'imponente statua di Gengis Khan che, rivolto a Sud, sembra dominare l'intera Mongolia. Facciamo un tuffo in un passato ancor più lontano visitando poi il Museo di Storia Naturale e ammirando gli scheletri dei dinosauri che, milioni di anni fa, popolarono indisturbati il deserto del Gobi. Ci allontaniamo dal centro della città. Palazzi e condomini lasciano spazio a estesi sobborghi di gher circondate da palizzate. Saliamo una collina e raggiungiamo il Gandantegchinlen Khiid, il monastero più grande della Mongolia. Monaci che pregano e celebrano funzioni religiose nelle loro vesti color arancione, ruote dorate che girano al tocco dei pellegrini, incensi che bruciano, decorazioni e drappi colorati: tutto ciò ci lascia semplicemente affascinati. Ma la nostra permanenza nella capitale giunge presto al termine. Incontriamo Adiya, l'autista mongolo con il quale l'indomani inizieremo la nostra avventura. A bordo di una vecchia jeep UAZ ci dirigeremo verso nord fino al lago Khövsgöl, poi verso sud fino al deserto del Gobi, per concludere infine il nostro viaggio tornando nella capitale. KHÖVSGÖL. Con la jeep carica di bagagli e provviste lasciamo presto Ulaanbaatar alle nostre spalle. Il paesaggio d'improvviso cambia: isolate gher si perdono in sconfinate distese d'erba su cui pascolano greggi e mandrie. Ammirati, seguiamo la strada che, con continui saliscendi, serpeggia tra verdi colline. Ecco finalmente la Mongolia che aspettavamo con ansia di conoscere! Proseguiamo verso nord. Ci inoltriamo tra alte colline seguendo una pista su cui il nostro autista sembra trovarsi molto più a suo agio. Oltrepassato un valico la valle si apre in una immensa distesa verde in cui distinguiamo, lontanissimo, l'Amarbayasgalant Khiid, il monastero più suggestivo del paese. Qui il cielo blu e la luce del sole ormai basso all'orizzonte ci regalano scorci indescrivibili. Passeggiamo nei cortili, visitiamo i templi, ammiriamo i tetti decorati e le colonne ricche di incisioni. Alcuni monaci bambini sembrano a quest'ora essere più intenti al gioco che alla preghiera. La quiete di questo luogo ci avvolge, peccato non potersi fermare più a lungo. Di nuovo in viaggio, sulla cima di una collina notiamo un ovoo, un grande cumulo di pietre su cui sventolano sciarpe votive di seta blu. Giungono due pastori a cavallo. In disparte, li osserviamo compiere un curioso rituale: un desiderio e, affinché esso si avveri, tre giri in senso orario attorno al cumulo, lanciando una pietra ad ogni passaggio. Mostriamo timidamente la fotocamera nella speranza di avere un cenno di consenso per scattare loro una foto. I due acconsentono compiaciuti e noi ricambiamo offrendo loro una sigaretta. Il più anziano scende lesto da cavallo e, chino su se stesso per ripararsi dal vento, ci offre del tabacco da fiuto porgendoci una preziosa boccetta avvolta in una stoffa colorata. Onorati, fiutiamo un pizzico di tabacco e, annuendo in segno di apprezzamento, sorridiamo. In questa terra cominciamo pian piano a sentirci "amici", non più "stranieri". Ripartiamo. D'improvviso la jeep abbandona l'asfalto e si inerpica su un pendio seguendo una traccia a noi appena visibile. La cosa ci diverte, ignari che da questo momento in poi ci avventureremo per quasi 3000 km su strade sterrate e piste di terra e sabbia, attraversando praterie, deserti e guadi. Nella valle del Selenge Gol chiediamo ospitalità per la notte ad una famiglia di nomadi. Il mattino successivo ci riserva un momento indimenticabile. Invitati ad unirci alla famiglia per colazione, ci vengono offerti biscotti appena impastati e cotti per noi, crema di latte, formaggio essiccato e tè salato. Subito ci sentiamo un po' in imbarazzo, ma presto l'ospitalità della famiglia ci fa sentire a nostro agio. Il capofamiglia ci racconta come, tra non molto, si dovranno spostare sulle montagne, al riparo dei venti gelidi che d'inverno spazzano la steppa. Vorremmo restare ancora un po', ma la nostra presenza interromperebbe il loro lavoro quotidiano. Concludiamo il nostro viaggio verso nord giungendo finalmente al Khövsgöl Nuur, dove ci aspetta un po' di riposo e una piacevole gita in barca. La vista del lago mozza il fiato: un immenso specchio d'acqua limpidissima, adagiato nella taiga, tra fitte pinete e verdi vallate su cui pascolano mandrie di cavalli e yak. Attorno, nel territorio del Parco Nazionale, vivono orsi, zibellini, stambecchi e alci, pecore selvatiche e innumerevoli specie di uccelli. Credendoci forse non pienamente appagati dalla bellezza del posto, la Mongolia decide di stupirci ancora. Si leva d'improvviso un forte vento che alza nelle strade turbini di polvere. Incombono nuvole minacciose. Ammiriamo in silenzio la luce del tramonto tingere il cielo di un rosso fuoco mai visto. KHARKHORIN. Diretti ora a sud, scorgiamo in lontananza le montagne del Khangai Nuruu, alti rilievi erbosi con le cime coperte da scure foreste. Salendo i pendii superiamo lenti autocarri che straripano di manti di pecora, spesso unica fonte di reddito per i nomadi. Incontriamo bambini che, ai lati della strada, aspettano pazienti qualcuno a cui vendere mirtilli appena raccolti o un po' di latte. Ci fermiamo: 1000 tugrik e li vediamo scappar via felici e soddisfatti. Attraversiamo piccoli centri abitati immersi tra colline che sembrano dipinte su immense tele, fondali di scena di uno sconfinato palcoscenico; transitiamo su vecchi ponti di legno che, incredibilmente deformati dal tempo e dalle correnti dei fiumi, ci lasciano stupiti. Sopraggiunge un temporale, all'orizzonte incredibili fulmini squarciano il cielo oscuratosi d'improvviso. Ci guardiamo perplessi... sembra attenderci l'apocalisse! Adiya, al contrario, pare tranquillo, forse già consapevole che tornerà rapido il sereno. Ed ecco nel cielo uno stormo di gabbiani annunciare il nostro arrivo al Terkhiin Tsagaan Nuur, il Grande Lago Bianco. L'indomani una lunga cavalcata attraverso il Parco Nazionale ci regala inediti panorami. Raggiunte le pendici del vulcano Khorgo Uul, a piedi guadagniamo la sommità tronca del cono da cui dominiamo una vasta pianura cosparsa di rade pinete e di scuri basalti. Di ritorno nella gher, ci rilassiamo in riva al lago contemplando il sole che tramonta sulla distesa d'acqua, mentre gli yak tornano lenti nei loro ricoveri. Ma è già tempo di ripartire. A Kharkhorin, già capitale politica, economica e culturale dell'impero mongolo, ci attende un'atmosfera singolare, antica. Sulle rovine della città, completamente distrutta dai soldati Manciù, venne edificato l'Erdene Zuu Khiid, primo monastero buddhista della Mongolia. Un'alta cinta muraria intervallata con 108 stupa, bianche cupole contenenti reliquie, protegge ancora oggi i templi che conservano l'antico splendore. Oltrepassato il grande portale di legno ci confondiamo tra i fedeli che, nei loro tradizionali cappotti colorati, giungono numerosi in pellegrinaggio. Dai padiglioni echeggiano cori di monaci in preghiera. Ammiriamo rapiti gli stupa, le sculture, i dipinti... ci perdiamo nella sacralità del luogo. GOBI. Nel cielo volteggia indisturbata un'aquila mentre noi, veloci, attraversiamo uno sconfinato altopiano in cui ci sembra di vedere e sentire, ancora oggi, orde di mongoli a cavallo. Avvertiti dal sordo rumore della jeep, al nostro passaggio dalle sparute gher escono in fretta grandi e piccoli, speranzosi forse di dover accogliere qualche inatteso visitatore. Proseguiamo verso sud. Improvvisamente la pista si perde nella steppa ora più arida. L'autista sembra procedere incerto... difficile, se non impossibile, orientarsi quando attorno c'è il nulla. Seguiamo per ore una interminabile pista fiancheggiata da una infinita sequenza di pali elettrici che scompaiono all'orizzonte. Il suolo diventa sempre più brullo, deserto. Un miraggio in lontananza fa specchiare scuri rilievi su un lago inesistente. Ci fermiamo. Il nulla ci circonda e il cielo sembra schiacciarci. Regna il silenzio. Udiamo i piccoli passi di una lucertola che cerca rifugio mimetizzandosi nel terreno. Ci allontaniamo andando in opposte direzioni, isolandoci ancor di più, desiderosi di vivere in totale solitudine questi attimi. Procedendo con difficoltà su una pista di sabbia divenuta cedevole per la pioggia, ci ritroviamo in mezzo ad un'ampia distesa cosparsa di radi ciuffi d'erba. Distinguiamo lontana una gher isolata: trascorreremo laggiù la notte. Accolti in silenzio, ci vengono offerti formaggio di cammella e latte fermentato. I nostri ospiti ci guardano, bisbigliano tra di loro e sorridono, talvolta nascondendosi quasi per vergogna. Presto il disagio scompare e in un attimo ci scopriamo a fiutare tabacco, giocare con i bambini, montare su cammelli e mungere capre. Ancora una volta la familiarità e la normalità con cui siamo accolti ci sorprendono. Nuovamente in viaggio attraversiamo Bayanzag, zona desertica disseminata di rocce e sabbia rossa, nota per i numerosi ritrovamenti di fossili di animali preistorici. Ma ecco, più a sud, una delle mete più attese del nostro viaggio: Khongoryn Els, una catena di dune lunga più di 100 km. Sprofondando continuamente nella sabbia che frana alle nostre spalle, saliamo scalzi su un'altissima duna. Accarezzati da un vento che cancella presto le nostre tracce, sostiamo per più di un'ora sulla cima a contemplare, soli, il deserto che si estende lontano. L'indomani un vento caldo e sabbioso mette a dura prova il motore della nostra jeep che, surriscaldandosi facilmente, ci costringe a numerose soste. A Yolim Am, la Valle delle Aquile, punto più estremo del nostro viaggio, deviamo verso nord. Giunti nella gher in cui passeremo la notte, scarichiamo stanchi i bagagli. Con poca convinzione decidiamo di raggiungere, pochi chilometri più in là, Tsagaan Suvarga. L'inatteso panorama ci stupisce: sotto di noi una distesa di bianche rocce calcaree con sfumature rosa e arancione. Rientriamo, quasi con un senso di colpa per aver dubitato della capacità di questo paese di continuare a stupirci. Il nostro rientro a Ulaanbaatar è ormai prossimo. Accompagnati dal vento fortissimo del Gobi visitiamo il Süm Khökh Burd, suggestivo tempio eretto in mezzo ad un lago, raggiungibile solo nei periodi di scarsa pioggia. Procediamo verso nord, attraverso immense distese d'erba su cui corrono, veloci, ombre di nuvole spostate dal vento. In lontananza scorgiamo le cime delle montagne ora coperte di neve. All'imbocco di una valle, al nostro passaggio una coppia di avvoltoi monaci si alza nel cielo. La Mongolia sembra proprio volerci sorprendere fino alla fine. Ma improvvisamente eccoci di nuovo immersi nella vita caotica e nel traffico della capitale che, inspiegabilmente, sembra ora non aver più il fascino del primo giorno. La jeep procede lenta verso l'aeroporto, nonostante a quest'ora la strada sia quasi deserta. Guardiamo scorrere dal finestrino luci e grandi tabelloni pubblicitari, ascoltando in silenzio una musica rock trasmessa alla radio. Nelle prime luci del giorno cerchiamo un volto, il profilo di una montagna, qualsiasi cosa ci tenga legati a questo paese anche negli ultimi istanti del viaggio. La Mongolia vista e vissuta nelle ultime tre settimane sembra già così lontana...
Ultima modifica di Norman Wells; 01 Mar 2011 a 00:00 | ||||||||||||||||||||||||
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