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Vecchio 26 Mar 2008, 01:12   #1
 
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predefinito Il mio Tour del Peru'


TOUR PERU’
21/02/2003 – 09/03/2003

Venerdì 21 Febbraio: Milano-Caracas-Lima (22.10)

Sabato 22 Febbraio : LIMA - PISCO
Visita della città (p. 145-149) nel mattino e prenotazione biglietti per il volo sulle linee di Nazca. Eventuale prenotazione per l’escursione di domani alle isole Ballestas. ( L.P:. pag. 182 e Bertelli). Nel primo pomeriggio (15.00 circa) partenza per Pisco circa 3.30 ore di viaggio e pernotto a Pisco.

Domenica 23 Febbraio: ISOLE BALLESTAS – NAZCA
Al mattino visita delle Isole Ballestas; escursione di 3 ore circa. Pranzo e poi prendere il bus per Nazca (4 ore di viaggio). Probabile cambio a Ica. Arrivo a Nazca. Appena arrivati, PRENOTARE SUBITO I BIGLIETTI PER AREQUIPA per domani. Partenza per le ore 23.00. Notte a Nazca.

Lunedì 24 Febbraio: NAZCA – AREQUIPA
Volo sulle linee di Nazca PRIMA di colazione. Pranzo a Nazca. Pomeriggio escursione al cimitero di Chauchilla, laboratorio dell’oro e ceramica (p. 196-197): durata 3 ore. Prenotare escursione alla Nazca – Trails (p. 195). Cena a Nazca e partenza alle 23.00 per Arequipa. Notte in bus!!! Meglio viaggiare di notte dato il lungo viaggio da sostenere. Arrivo alle 9.00.

Martedì 25 Febbraio: AREQUIPA
Visita della città (p. 219 a 221). Notte ad Arequipa.

Mercoledì 26 Febbraio: AREQUIPA – CHIVAY
Prenotare il bus per domani che va a Puno Partenza ore 17.15 circa (11 ore di viaggio). E’ meglio partire di notte (p. 231).
LASCIARE GLI ZAINI AL DEPOSITO DELLA STAZIONE DELL’AUTOBUS DI AREQUIPA. Portare necessario per una notte.
Partenza per Chivay con i mezzi pubblici alle 13.00 circa (4 ore circa di viaggio). Arrivati a Chivay, cercare pulmino per domani per portarci a Cruz del Condor. (p. 234). Relax alle terme.
Contattare Zacarias per visita Sillustani (Puno) e isola Taquile.

Giovedì 27 Febbraio: CHIVAY – AREQUIPA – PUNO
Partenza ore 6.00 con il pulmino per la Cruz del Condor. Nel rientro visite ai paesini della Valle della Colca e arrivati a Chivay, pranzo.
Alle 12.30 partenza da Chivay per Arequipa. Arrivo ore 16.15 e ripartenza da Arequipa alle ore 17.15 per Puno, dove arriveremo alle 5.30 del mattino successivo.

Venerdì 28 Febbraio: PUNO – ISOLA AMANTANI’
Alle ore 9.00 ci si imbarca per l’isola di Amantani’ (p. 261), tappa alle isole Uros e arrivo a Amantani’ per le 13.30. Pranzo, visita alla Pachatata. Pernotto sull’isola.

Sabato 1 Marzo: PUNO – CUZCO
Partenza per l’isola di Taquile alle 8.30.Arrivo sull’isola dopo un’ora. Scarpinata a piedi fino al paese e pranzo al ristorante.Ritorno a Puno (p. 249), dove è consigliato l’acquisto di maglioni e altro, perché ci sono i prezzi più bassi in tutto il Perù. Bus per Cuzco (9 ore di viaggio). Partenza tra le ore 16.00 e 17.00; quindi notte in bus.
Le compagnie di bus migliori:
Libertad- Siva – Cruz del Sur – Urcupina.

Domenica 2 Marzo: CUZCO – CHINCHEROS
Arrivo a Cuzco alle 5.00. Prenotare un albergo per la notte ed andare subito a Chincheros (p. 317) al mercato che c’è solo alla domenica: E’ IMPERDIBILE!!
Visita a Sacsyhuman nel pomeriggio e pernotto a Cuzco.

Lunedì 3 Marzo: CUZCO
Prenotare i biglietti per il treno per Aguas Calientes per domani. La biglietteria è aperta dalle 12.00 alle 13.20. Escursione alle rovine di Q’enqo ,Puca Pucara, il bagno Inca ed Ollataytambo con guida e pulmino (che è meglio).

Martedì 4 Marzo: CUZCO – AGUAS CALIENTES – MACHU PICCHU
Treno per Aguas Calientes ore 6.15 (p. 331). Arrivo alle ore 10.10. Pomeriggio scalata al Machu Picchu (con pulmino) (p.324 a 329) e nel pomeriggio ore 14.00 salita della morte per Huyana Picchu 2800 mt. Discesa fino ad Aguas Calientes a piedi sotto la pioggia. Bagnate anche le mutande. Pernotto.

Mercoledì 5 Marzo: AGUAS CALIENTES - CUZCO
Shopping ad Aguas Calientes e pranzo in pizzeria. Partenza per Cuzco alle 15.55.Arrivo alle 20.00 circa e pernotto a Cuzco.

Giovedì 6 Marzo: CUZCO
Visita alla città di Cuzco (p. 281 a 286). Eventualmente si può andare a Pisac che c’è il mercato anche di giovedì. (molto caro, non comprare niente p. 136 Routard). Pernotto a Cuzco.

Venerdì 7 Marzo: CUZCO – LIMA
Volo per Lima al mattino ore 10.00. Arrivo alle ore 11.00. Visita della città di Lima (p. 145 a 149).

Sabato 8 Marzo: DIVISIONE DEL GRUPPO
Partenza per l’Italia alle ore 11.30 per i due sfigati. Arrivo alle ore 8.15 del 9/03/2003. Gli altri andranno in spiaggia a prendere il sole.


MAgari a qualcuno puo' servire. Il progetto originario prevedeva anche 3 gg in Bolivia a La PAZ, ma i miei compagni di viaggio lo abolirono perchè sarebbe diventata una maratona (io li volevo fare star dentro in questi 16 gg di viaggio!!!)
Volo ALitalia MAlpensa-Caracas Caracas-Lima

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Vecchio 26 Mar 2008, 21:04   #2
 
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Metto qualche foto.

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Albero di Carnevale dove siamo stati coinvolti nella festa che consisteva nell'abbattere l'albero avendo a disposizione 3 colpi con l'accetta. Quando l'hanno data in mano a me mi han fatto fare solo 1 colpo perchè ero partito con tecnica e forza per abbattere quel fuscello in 3 colpi portando a casa il premio!!!



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Cuoca nella cucina della casa sull'isola ad Amantanì. La signora ci ha anche ospitato per una notte nella loro casa.


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Mucche vestite da Carnevale

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Vecchio 26 Mar 2008, 21:11   #3
 
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Vecchio 26 Mar 2008, 21:21   #4
 
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predefinito Diario del mio viaggio in Perù


PERU'

IL VIAGGIO in PERU'



scritto da Roberto con la collaborazione di Andrea





I° Giorno – 21.febbraio.2003



“IL VOLO DEL DIAVOLO”



Sveglia molto presto, in quanto lo zio teme il traffico lungo l’autostrada dei laghi, ciò comporta che si arriva in aeroporto con un anticipo terribile. Mentre siamo in auto io comincio a pensare che forse una telefonata ad Andrea era anche meglio darla, una cosa sul tenore: - Hei, Andrea, allora domani si parte. Che ne dici di trovarsi in quel determinato posto a quella determinata ora?

Ormai è tardi e restiamo li io, Cristina ed Ermanno ad attendere pazientemente davanti ai check-in nella certezza che prima o poi all’orizzonte appaiano gli altri tre.

Alla fine arrivano. Grandi saluti con baci e abbracci, passiamo abbastanza velocemente la barriera del check-in ed eccoci in attesa di salire in aereo per Caracas. Gli auspici non sono dei migliori, il volo infatti ha un nome che letto in un determinato nome ricorda un po’ “L’Apocalisse” di Giovanni. Infatti si chiama AZ 666. Analizziamolo: A e Z sono l’inizio e la fine, come dire l’? e l’? intesi come nascita e morte o chiusura del ciclo vitale; mentre il numero è quello dell’anticristo.

Non ci lasciamo troppo impressionare, più o meno, e ci dedichiamo alla documentazione dell’evento. Andrea sfodera la videocamera truccata (c’ha del nastro adesivo per sembrare rotta e quindi meno appetibile ai ladri) e cominciano le riprese del grande documentario. Quindi si passa alla foto, chiediamo ad un ragazzo di scattarcela, così almeno ci siamo tutti, e ci mettiamo in posa, ma dimentichiamo di dargli una macchina fotografica! Il mio pensiero dopo il primo momento d’imbarazzo è stato: - Bhe, non ne aveva una lui?

Il volo alla fine è andato bene. Un po’ abbiamo dormito, un po’ mangiato, alcuni hanno pure bevuto, nel senso che Ermanno ed Andrea hanno dato fondo alla cantina dell’aereo. Tra un film e l’altro si gioca a Solo e a questo punto si nota il grado di ubriacatura almeno di Andrea che tiene un tono di voce altissimo, credo senza rendersene conto. In somma in qualche modo è il “volo del diavolo” è trascorso bene.

Arriviamo all’aeroporto di Caracas nel pomeriggio. Abbiamo bisogno di fare il check-in prima di reimbarcarci sul volo per Lima, ma non ci sono banchi con l’indicazione Transito, quindi ci dirigiamo da un luogo all’altro come foglie spinte dai venti. Nel frattempo Cristina sfrutta una delle due schede telefoniche che ha comprato e che non può sfruttare in Perù dato che non c’è una convenzione con l’Italia, ed è nel bel mezzo della telefonata, quando Sabrina percepisce l’annuncio dei nostri nomi nel gracchiare della speaker dell’aeroporto. Si torna al banco informazioni che non è in grado di darne alcuna, finché non veniamo acchiappati al volo da un’impiegata che ci fa le carte d’imbarco in mezzo al corridoio.

Alla fine si riesce anche a partire per Lima mentre le colline attorno all’aeroporto di Caracas sonno illuminate dalle luci della sera.

Sono ormai passate le dieci di sera quando giungiamo a destinazione. Sbrighiamo con una certa rapidità le pratiche doganali ed usciamo finalmente dall’aeroporto. Eravamo d’accordo che ci venisse a prendere un addetto del hotel dove abbiamo prenotato la prima notte a Lima. Lo troviamo dopo aver passato il grande assalto dei tassisti e ci porta con un pulmino allo “Hostal de las Artes” dove passiamo la nostra prima notte nel caldo torrido dei tropici.





II° Giorno – 22.febbraio.2003



“Etologia metropolitana”



Ci svegliamo abbastanza presto, pronti per una colazione che facciamo appena fuori l’albergo. Cominciano già le prime fisse sull’acqua e ci facciamo preparare dei succhi di frutta, pregevoli tra l’altro, con la minerale imbottigliata. La compagnia cerca di abituarsi da subito alle abitudini alimentari locali e così si ordina l’uovo di prima mattina. Io, che non lo riesco a sopportare, come mio solito mi lancio in ordinazioni di cibi che non conosco, ma scoprirò a mie spese che un’idea vaga su cosa si va a mangiare è una buona e sana cosa.

Dopo colazione la città ci aspetta. Non si vede l’ora di cominciare il viaggio vero e proprio ma siamo bloccati in albergo ad attendere il tizio dell’agenzia che dovrebbe portarci i biglietti aerei Cuzco-Lima. È un modo come un altro per scoprire come viene intesa in Perù la puntualità. L’attesa è un po’ più lunga del dovuto, anche se devo dire che i tempi rumeni sono molto peggiori. Alla fine arriva, si paga e finalmente si parte.

L’uscita, oltre al puro scopo turistico, è sottesa anche a scopi pratici, cioè la compera del biglietto d’autobus per Pisco e al cambio di valuta. Comincerò a capire qualcosa sul valore del denaro e del rapporto Nuevo Sol – Dollaro – Euro all’incirca verso la terza settimana, più o meno all’altezza di Huaraz. Ovviamente per andare dall’albergo al terminal della Ormeño cerchiamo di passare per luoghi interessanti. Quindi ci dirigiamo verso piazza Grau, assediata dal traffico, e il palazzo di giustizia. Lo passiamo ed entriamo in una zona non molto raccomandabile, a giudicare da quanto la gente ci dice, è infestato da piranha.



A questo punto è meglio aprire una parentesi su questa specie d’animale metropolitano. Il piranha è un essere che si muove generalmente in gruppo, ma sporadicamente può agire anche da solo, di età compresa dai sette ai diciassette anni, è particolarmente attratto da oggetti, specie di proprietà di turisti inesperti, e viene preso dall’insano impulso ad appropriarsene. Ed è proprio questo comportamento che genera nella specie del homo sapiens una repulsione, o meglio un odio verso questi esseri poco evoluti. Chiusa parentesi.

Riapriamo la parentesi. Sabrina infatti viene presa di mira da un esemplare di questa specie che stranamente sta agendo da solo. Grazie all’intervento del prode Ermanno l’orologio di Sabri è ancora al polso della legittima proprietaria.

Raggiungiamo quindi il terminal, prendiamo il biglietto e dunque siamo liberi e possiamo visitare la città con un occhio però attento anche alle proprie cose. Giungiamo a Plaza San Martìn che troviamo particolarmente bella. Qui Cleo si lascia infettare dal virus dello shopping (temibilissimo, dato che si scoprirà incurabile), compra infatti gli animaletti da dito da una signora che caratteristicamente porta la bombetta. Gli altri, invece si lanciano a fotografare la piazza e i suoi palazzi. Qui si comincia a mettere in evidenza l’esperto di arte: - Fammi una foto davanti al giallo, che è carino!

A parlare è Cristina. Si riferisce ad palazzo coloniale di un bel color canarino

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(Foto 2.2 Palazzo Coloniale a Plaza S Martin)



La piazza è per noi particolarmente importante perché appena dietro l’angolo si apre una via fatta di “casas de cambio”. Andrea, con il suo spirito da uomo d’affari, o meglio dalle braccine corte, si lancia alla ricerca del cambio più favorevole. Ma non si riesce a strappare nulla di più del prezzo di listino anche cambiando un’ingente quantità di denaro. Qui si potrebbe aprire una parentesi sulla natura del popolo peruviano e la sua tendenza a fregare il popolo dei turisti, ma con questa frase ho già detto tutto. Cambiamo tutti utilizzando la tecnica dello smutandamento, neologismo coniato in questo viaggio e relativo al modo di estrarre il denaro custodito in un luogo intimo. Ci dirigiamo quindi verso Plaza de Armas, in quanto ci hanno riferito che verso l’una c’è il cambio della guardia. Ci affettiamo, ma scopriamo che in realtà era avvenuto un’ora prima. Chissà, forse così abbiamo evitato un assalto dei piranha.

Perso per perso, si decide di mangiare qualcosa e troviamo un bel ristorantino (la casa de Evita) e veniamo a contatto finalmente con la cucina peruviana, che devo dire mi ha lasciato piacevolmente sorpreso.

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2.3(foto) Cattedrale di Lima



Continuiamo la visita alla piazza ed entriamo in cattedrale. Prendiamo una guida, una delle poche che parlerà italiano durante tutto il viaggio. La visita è interessante, scopriamo che l’edificio custodisce, tra l’altro, le spoglie di Francisco Pizarro, il conquistatore del Perù, ma anche quelle di quel Francisco Pizarro, primo arcivescovo di Lima dopo la dichiarazione d’indipendenza dalla Spagna. Inoltre veniamo a sapere che la cattedrale è costruita sopra una città segreta che veniva usata dagli spagnoli per custodire l’oro di cui riuscivano ad appropriarsi. Noi visiteremo solo la parte più superficiale che è costituita da tre ordini sovrapposti. Cominciamo pure ad entrare in contatto con le credenze popolari. Ci viene infatti spiegato che solo nominalmente i peruviani sono cattolici, mentre in realtà la religione che professano è una mescola del cristianesimo e di culti incaici. Memore di un programma televisivo che avevo da poco visto, chiedo se è vero che capita ancora che nelle Ande qualcuno venga sacrificato. La risposta è laconica: - sì, ma anche in Amazonia!

In questo momento comincia a vacillare il mio desiderio di visitarla.

Supero in un modo o nell’altro lo shock provocato dall’informazione, aiutato fra l’altro dal cambiamento di città. A sera siamo infatti a Pisco. Ridente cittadina adagiata nel deserto peruviano… ma che sto dicendo!? Pisco è terribile, soprattutto la prima impressione mi mette in uno stato d’animo non certo dei migliori. Aggrediti dai procacciatori di alberghi ci lasciamo sballottare un po’ finché non si trova un hotel, l’Embassy, che si scoprirà senz’acqua, con gente che non dà molto l’impressione di essere amichevole. Poi qui si scoprirà che esiste il popolino che va nelle doppie (leggi io, Ermanno da una parte, e Cristina e Sabrina dall’altra), mentre i conti si possono permettere le singole (leggi Andrea e Cleo), anche se erano poco più che buchi e si pagava a persona e non a camera. Per fortuna si mangia bene al ristorante Paraiso.





III° Giorno – 23.febbraio.2003



“LE GALAPAGOS DEI POVERI”

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3.1 (foto)Plaza des Armas a Pisco.



Ci si sveglia spesso senza sveglia in Perù, la luce filtra dalle finestre senza imposte, anche se le suddette raramente s’affacciano verso l’esterno. Le camere dello hotel Embassy non fanno eccezione, anzi in questo caso mettono addirittura in comunicazione due stanze. La mia e di Ermanno dà direttamente su quella di Cri e Sabri; la cosa non mi disturba, anzi diventa un pretesto per uno spettacolino di cui sono spettatore involontario. Ma facciamo un passo indietro alla sera prima. Il gestore della struttura ci aveva più o meno assicurato che la mattina ci sarebbe stata l’acqua nelle camere, che per inciso avevano anche un bel bagno. Così non fu. Il malumore serpeggiava da una stanza all’altra, volevamo lavarci. Cristina mi chiama ed io mi affaccio alla finestra. Stavo dicendole che sarei andato a chiedere una tanica d’acqua quando la Sabrina, magnifica nella sua totale nudità, appare sulla porta del bagno. Devo dire che sono rimasto favorevolmente colpito, mentre Sabri ha solo lanciato un grido e si è defilata nuovamente verso il bagno. Penso che avrò materiale per autoerotismo sufficiente per un paio di mesi ancora e poi temo che il ricordo piano piano si affievolirà.

Alla fine ottengo acqua “in abbondanza” per tutti e mi sto lavando quando Cleo arriva per avvertirci che siamo in ritardo e ci stanno aspettando per partire per le isole Ballestras. In ritardo? Ma non si doveva partire per le 9:00? Sono solamente le 8:50, vuoi vedere che i soli peruviani puntuali li abbiamo trovati nel momento meno opportuno? Comunque si parte di corsa, non sarà l’unica volta, alla volta del pulmino e ci si ferma subito a fare gasolio. La domanda sorge spontanea ed è ovvia quindi non la farò. Anzi sì, ma porca paletta, non potevano fare rifornimento prima e poi venirci a prendere?! Va bhè, arriviamo all’imbarcadero, compiliamo la lista d’imbarco con nome, cognome, professione, età. Quest’ultima mi risulta sempre più faticosa da scrivere.

Si parte, tutti impomatati di protezione solare, chi con bandana chi con cappello, ed in questa occasione sarà l’ultima volta che vedrò il mio comprato in Namibia, tutti intruppati in una barchetta che dava a tutti molta fiducia visto che era obbligatorio allacciare il giubbetto di salvataggio.


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3.2(foto) Parte del gruppo prima dell’imbarco. Roby con il cappello della Namibia che non vedrà mai più.



Cominciamo pure a masticare la travelgum, anche se non farà effetto a tutti in ugual misura. La nostra guida non è proprio oriunda dato che porta un nome che non si può proprio dire peruviano. Si chiama infatti Giovanni Moretti, come la birra, anche se un bel po’ d’italiano se l’è bello che scordato nel passaggio generazionale; la sua famiglia è italiana ma lui è nato in Perù.

Ad avere maggiori aspettative in questa escursione è Cleo, la quale ha visto una videocassetta che parlava della zona di Nazca-Paracas. Per quanto mi riguarda io sono un po’ perplesso, a momenti volevo proporre di saltare questa fermata per andare direttamente alle linee, quindi non mi aspettavo poi nulla di che, poi scopro pure che la Routard descrive queste isole le Galapagos dei poveri ed un po’ ‘sta cosa mi ringalluzzisce. Prima di giungerci vediamo un simbolo che per me ed Ermanno ha un significato che va oltre la rappresentazione in sé, ovvero da un momento all’altro ci appare sulla penisola di Paracas il grande Candelabro. Che emozione, c’è addirittura in copertina sui “Meridiani”. Oltre a ciò, la guida ci spiega che “la Candelabra”, come la chiama lui, ha più di 1500 anni e che pur essendo disegnata sulla sabbia non è ancora stata cancellata dalla forza degli elementi poiché la zona costiera del Perù è desertica e quindi praticamente non piove mai, poi la figura si trova su di una bassa collina riparata dai venti che invece spazzano la zona circostante. La domanda seguente, ed ovvia, è cosa possa rappresentare il candelabro. Ben difficilmente la cultura che l’ha disegnato pensava all’oggetto da cui prende il nome, più facilmente si può trattare dell’albero della vita o di un uomo che tiene in mano un cactus, tipico simbolo che si ritrova anche nella cultura Wari.


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3.3: (foto)La Candelabra



Ci allontaniamo dalla penisola per puntare verso le isole del guano, e posso assicurare che il nome non è stato scelto a caso! Effettivamente già in epoca preistorica le isole erano sfruttate come riserva di concime, e con la conquista Inca sono pure state poste sotto una rigida regolamentazione. Solo che parlare di preistoria in Perù non ha effettivamente molto senso; infatti se si considera come confine tra preistoria e storia la scoperta della scrittura e successiva registrazione dei fatti, la storia in Perù comincia nel sedicesimo secolo con la conquista da parte degli spagnoli, i quali non hanno cambiato destinazione d’uso alle isole della merda, pardon del guano. Quindi un po’ d’odore di deiezione animale ce lo aspettavamo, e ad essere sincero, ricordandomi di quando ho visitato le colonie di otarie in Namibia, io mi aspettavo pure la puzza di pesce… non siamo stati delusi!

Lo spettacolo, però è abbastanza coinvolgente, specie per chi non aveva preconcetti su questa escursione. Vediamo martin pescatori (anche se quelli del vecchio mondo sono più carini), i soliti gabbiani, ma anche pinguini (all’equatore?), leoni marini e lupi di mare, i quali si lanciano in concerti a dire il vero non molto melodici, e molte altre specie soprattutto di volatili.



Giriamo attorno alle isole che come struttura non sono altro che scogli buttati davanti alla costa, dove le onde si infrangono lanciando alti spruzzi e che appaiono inaccessibili agli uomini e perciò regno incontrastato degli animali. Bhè, come dire, in mezzo a tutta quella merda ve le potete pure tenere!



Torniamo a Pisco pronti per il pranzo e con ancora le banane comprate da Sabri, che salteranno ogni tanto fuori durante l’arco della giornata finché non si deciderà di lasciarle al loro destino alla stazione delle corriere di Ica. Ma prima di partire bisogna pure mangiare. Giriamo per le vie della città dove infuria una battaglia di gavettoni. È, infatti una domenica di carnevale e capiremo a nostre spese che in Perù vuol dire acqua. Stiamo guardando il menù di un ristorante, appena fuori della porta, quando veniamo investiti da un torrente proveniente dall’alto; la relazione, a distanza di tempo, la trovo alquanto singolare. Abbiamo “tranquillamente” lasciato giù i listini e ci siamo allontanati dal luogo del misfatto brontolando sommessamente, finché non siamo approdati al ristorante di fronte, facendo bella mostra di essere andati dalla concorrenza, che per inciso, ci ha fatto un buon prezzo e ci ha cucinato del cibo buonissimo!

Finito il pranzo ci ritroviamo alla stazione, pronti per dirigersi a sud verso Nazca, solamente che non ci si può arrivare per via diretta, ma bisogna far tappa forzata ad Ica. Il primo tratto di viaggio lo possiamo definire pittoresco; siamo infatti finiti in quello che io definisco l’autobus dei peones. Comunque aveva il suo fascino dato che non c’era un solo turista, a parte noi ed era gremito di peruviani. Però non sono stato molto accorto nella scelta del posto, dato che mi sono seduto accanto al finestrino. Questo fatto che in luoghi diversi, o magari solamente in periodi diversi, è la cosa più normale, durante la domenica di carnevale in Perù diventa un fatto rischioso; sono infatti diventato bersaglio dei gavettoni provenienti da fuori. Ne ho ricevuto uno direttamente sul collo che oltre a bagnare me e le mie vicine (Cri e Cleo), mi ha procurato non poco dolore. Se io mi sono lamentato per il bagno ed il dolore, altri si sono lamentati per la puzza, ma alla fine siamo rimasti tutti contenti per il notevole risparmio.

Dopo poche ore siamo ad Ica, che come Paracas è una ridente cittadina della costa meridionale del Perù. Balle! Entrambi questi luoghi non lasceranno un’ impronta positiva nel nostro bagaglio d’esperienze. Abbiamo un po’ di tempo da spendere e così io, Sabri e Cleo optiamo per una visita al museo antropologico, mentre Andrea, Ermanno e Cri si lanciano alla scoperta della città e si faranno una birra alla facciaccia nostra. Devo dire che la birra me la sarei fatta volentieri pure io, ma sono felice di non aver rinunciato al museo che ho trovato molto bello se pur piccolo. Come in tutti i musei peruviani si trovano delle mummie, ma a me sono piaciute in modo particolare le loro radiografie in cui si poteva scoprire la causa del decesso (deformazione professionale?), mentre Sabrina l’ho vista particolarmente colpita dal drappo funerario messo sotto teca dopo un accurato restauro, invece Cleo impazziva per la spiegazione delle tecniche di trapanazione cranica, e la vedremo morbosamente interessata a questa pratica per l’intero periodo del viaggio; strano non abbia mai provato a metterle in pratica sui partecipanti.

Arriviamo alla stazione degli autobus della Ormeño prima dell’altro gruppo giusto per vederli arrivare e ammirarli intanto che si guardano in giro, per buoni dieci minuti, alla nostra ricerca mentre noi eravamo lì a guardarli. Durante la nostra assenza avevano deciso la meta del viaggio da realizzarsi l’anno prossimo. Pensare che Cristina, prima di partire per il Perù diceva:- Faccio questo, e poi tra tre o quattro anni l’India!

Non ci credeva nessuno.

Il tratto Ica-Nazca lo facciamo sul più bel autobus che avremo, un extra lusso con hostess, film, musica in cuffia e con clima interno fissato ad una temperatura piacevole, peccato che il tragitto sia risultato di così breve durata, forse sarebbe servito di più in un altro momento del viaggio. Ma la cosa più bella non ce la offrì l’Ormeño, bensì la natura; infatti mentre eravamo così comodamente seduti all’interno dell’autobus, fuori era in corso uno dei più bei tramonti di cui sono stato spettatore


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(foto 3.4).



Arrivati a destinazione, troviamo un albergo segnalato anche sulla Lonley, la Estrella del Sur, che risulterà uno dei migliori a detta di tutti. Ed è qui che accade il fattaccio delle ocarine. Qui esistono due versioni dell’accaduto: la prima, quella meno probabile, è che inavvertitamente io, appoggiando il mio bicchiere di Sheridan, abbia urtato un sacchetto che conteneva le famigerate ocarine appena comprate dalla Sabrina e che quindi sia io l’involontario colpevole dell’accaduto; la seconda, e più probabile, è che la stessa Sabri abbia appoggiato male il sacchetto e che quindi quest’ultimo abbia raggiunto il pavimento per gravità (maledetta fisica) e che quindi sia la stessa proprietaria delle ocarine ad averle rotte. Fatto sta che non me la sono goduta affatto la bevutina serale e che per tutto il resto del viaggio sarò continuamente vessato dall’ingiusta accusa di Sabrina. Sono proprio una povera vittima!

Nonostante tutto Nazca ci appare come una città piacevole, sarà difficile lasciarla!





IV° Giorno – 24.febbraio.2003



“Misteri nel Deserto”



Avevamo dibattuto parecchio se fare o meno colazione prima di prendere l’aereo per vedere le linee di Nazca, ed in questo caso sono stato categorico:- Io non parto se non mangio qualcosa!

Poi alla fine il volo era fissato attorno alle dieci; io rischio lo svenimento ad aspettare così tanto senza mangiare. Prendiamo qualcosa al ristorante dell’albergo e ammazziamo poi l’attesa lanciandoci in un’allegra salsa. O meglio io e Cleo ci lanciamo e ci raggiunge poi anche Luisa che gestisce l’albergo. Scopro così che la salsa ballata in Perù segue un ritmo diverso da quello caraibico ed europeo, più lento e meno atletico.

Finalmente ci vengono a prendere e ci portano al campo di volo. Naturalmente anche qui c’è da attendere ed allora l’organizzazione ci porta in un albergo antistante la pista per vedere un VHS assai datato e alquanto generico sul Perù, solamente era in italiano, così ce lo danno da sciroppare. Come ogni albergo che si rispetti era dotato di reperti archeologici con mummia di età Nazca. Ma non è illegale tenerla fuori dai musei? Bho!

Al fine arrivano a chiamarci per il volo e andiamo a fare il “check-in”. Dobbiamo dividerci in gruppi di tre, in quanto l’aereo ha quattro posti compreso quello del pilota, e naturalmente nessuno di noi sa pilotare. Dopo un po’ di confusione tipico italiana fissiamo che il primo turno lo fanno le donne ed il secondo gli uomini. Attendiamo, ed infine arriva l’aereo cosicché può partire il primo scaglione. Le salutiamo commossi ma alleggeriti dal pensiero che almeno la cassa ce l’abbiamo noi. Attendiamo, è una giornata d’attesa! Arrivano le ragazze, felici e su di giri il che ci rianima, almeno me. Io ero memore di un altro volo con un cesna sul deserto del Namib che mi aveva lasciato scombussolato e con lo stomaco in gola. Siamo quindi tutti armati di travelgum ed Andrea avrà bisogno di una dose doppia. Attendiamo, il pilota, tale Juan Carlos, deve fare i suoi controlli prima di ripartire e finalmente possiamo salire. Ermanno si accaparra il posto da co-pilota, mentre io ed Andrea ci accomodiamo dietro.

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(foto 4.1 La bara volante.)

Devo dire che per quanto mi riguarda il volo è stato tranquillo dal lato scombussolamenti, mentre è stato alquanto agitato dal lato della scoperta. Ero eccitatissimo al vedere triangoli perfetti della lunghezza di 3 km e colibrì di 100 metri, per non parlare della scimmia, del pappagallo o del ragno. Nessuno sa esattamente cosa siano questi disegni e perché siano state tracciate queste lunghe linee rette che tagliano da parte a parte questa piana deserta. Questa cosa la dibatteremo assieme alle ragazze una volta tornati in albergo. Loro ne hanno parlato con la signora che le ha riaccompagnate in albergo, la quale, dopo aver valutato le altre possibilità, propende per una spiegazione extra terrestre del mistero. Questa interpretazione, nel mondo scientifico, è molto criticata, anche se non viene totalmente esclusa. I detrattori dicono che le “piste d’atterraggio” sarebbero poste su di un terreno troppo fragile per reggere grossi pesi come potrebbero essere delle astronavi, mentre cercano al contempo di portare una teoria indigena al mistero delle linee. Alcuni ricercatori, compresa Maria Reiche che vi ha dedicato quasi tutta la vita al loro studio, propendono per un’interpretazione astronomica dei disegni in cui, ad esempio, è stato visto che il ragno, simbolo di fertilità, corrisponderebbe alla costellazione che nel mondo classico è chiamata Orione.


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4.3:(foto) La scimmia.



Le rette, che invece tagliano da est ad ovest la piana ed alcune delle quali sono lunghe anche 65 Km, seguono il tragitto che fa il sole prendendo come centro la linea del solstizio e aprendosi poi a ventaglio. Comunque, se risolviamo in questo modo il perché dei disegni, resta lo stesso il problema del come essi siano stati realizzati! In primo luogo è stata sfruttata la conformazione geologica del terreno in cui al di sotto di uno stato di circa 20 cm di terra bruna se ne è trovato un altro di gesso bianco che dà così il contrasto necessario per discernere le figure, poi pare che per tracciare linee rette basti solamente piantare 2 pali nel terreno ed aiutarsi con una corda, ma la cosa più interessante sono certe rappresentazioni vasali in cui appaiono disegni che possono sembrare aquiloni o mongolfiere; ritrovamenti di tessuti atti al volo e resti di fuochi sulla piana di Nazca fanno pensare ad un uso di aerostati nella realizzazione dei disegni. Con ciò non si esauriscono i perché ed i come riguardanti queste realizzazioni, poiché se è pur vero che le figure potevano essere offerte come dono a degli esseri celesti, e per ciò visibili solo dall’alto, come ha potuto una popolazione autoctona rappresentare una specie di ragno endemica dell’Amazzonia?

Rientriamo in città in tempo per un pranzo a “El Greco” dove si mangia bene e si spende solamente dieci nuevos soles di menù turistico; buon prezzo ma il gruppo non aveva preso il nome di “braccine corte”, più avanti riusciremo a fare di meglio.

Il pomeriggio è dedicato alla visita del cimitero di Chauchilla, siamo appena a 30 km da Nazca e apparentemente le mummie che vi troviamo sono della medesima cultura. Arriviamo con un fuoristrada e raccogliamo lungo la via la nostra guida, Rolando, che comincia una corte spietata con Cleo, che naturalmente ne rimane lusingata. Guardando l’ambiente in cui si trova il sito vengo preso da una strana nostalgia d’Africa, un dejà vu, mi sembra di essere tornato in Namibia. A questo sentimento si aggiunge quello che viene generato dalla vista di tutte queste mummie in posizione fetale con quelle ossa di un candore straordinario. Il luogo è cosparso di piccoli frammenti d’ossa e a qualcuno potrebbe venire la tentazione di prelevare un ricordino, vero Andrea?

Quando si torna in albergo per prelevare le valigie e per partire diventa faticoso lasciare il personale dell’Estrella del Sur. Si era instaurato un rapporto di amicizia con Luisa, Lina e gli altri gestori dell’hotel, complice qualche bevutina allo Sheridan e due passi di ballo. È proprio qui, a Nazca, che io acquisto il mio soprannome di salsero ed Ermanno di orejas cocidas, sottintesa dal sole. Questo sentimento di “casa” ci accompagnerà durante il viaggio, e la Piriquita in particolare, resterà uno dei luoghi del Perù in cui si è sentita più a proprio agio, e non credo che gli altri possano smentirla!



V° Giorno – 25.febbraio.2003



“La Persecuzione del Complessino”



Arriviamo presto ad Arequipa dopo aver passato la notte su di un bel autobus di classe Royal. La scelta su questo tipo di corriera non è stato voluto quanto imposto. La sera prima eravamo per strada a Nazca quando il tipo da cui avevamo comprato il passaggio per Arequipa ci raggiunge e ci dice che per un disguido non ci sono più posti per la classe inferiore che avevamo scelto e ci dà dei biglietti per il royal con un sovrapprezzo irrisorio; raggiungo la cassa (Andrea), che “stranamente” era attaccata a internet e sommariamente spiego la faccenda facendomi dare il denaro. Solo in un secondo momento mi è venuto da pensare che ci poteva essere una truffa sotto, che i soldi se li poteva intascare l’uomo e buona notte. Come al solito avevo gestito con troppa facilità la cosa mettendo in mezzo altre persone, ma come al solito mi era andata bene! Comunque, come stavo dicendo, arriviamo ad Arequipa, la seconda città per numero d’abitanti del Perù, e ci viene a prendere la proprietaria della “Posada del Cacique”, la quale posata è stata scelta anch’essa per caso dato che il giorno prima telefonando agli alberghi selezionati dalla Lonley, per prenotare il pernottamento, siamo incappati in questa struttura a conduzione familiare per nulla segnalata. Qui i tre boys dormo assieme mentre Sabri e Ginger spice sono in una camera doppia e Cleo continua a fare la contessa in camera singola. Abbiamo appena il tempo per una doccia e per una tazza di mate de coca, quella vera in foglie, che poi ci comunicano che siamo incappati all’inizio dei tre giorni, che capitano ogni tre-quattro anni, della manutenzione delle condutture dell’acquedotto della città, e che quindi non solo non ci sarà acqua calda ma che mancherà del tutto.

Va bhe, alla fine siamo pronti per visitare Arequipa. scopriamo che siamo ad un tiro di sputo dal centro e a due passi dalla maggior attrattiva della città: il monastero di Santa Catalina.

Non ci resta che andare a dargli un occhiata. Una volta entrati decidiamo di prendere una guida. È una ragazzina giovane, almeno ai miei occhi di quasi trentatreenne, ma con un leggero problemino di irsutismo. Ha infatti un bel paio di baffi scuri che le incorniciano il labbro superiore, ma non sta a me giudicare i canoni estetici locali, possiede già un pregio per me più importante, ovvero la conoscenza della lingua italiana.

Dapprima ci porta nel parlatorio in cui le suore, le quali si trovavano in clausura, potevano parlare con l’esterno senza tuttavia essere viste. L’ambiente, infatti, è immerso in una penombra data dalla luce che attraversa un particolare tipo di pietra, esclusivo della zona, molto simile all’alabastro che dà al locale un’atmosfera particolare e, per quanto mi riguarda, suggestiva. Da qui passiamo per le assolate vie del monastero, dove capiamo perché viene definito una città nella città, infatti è enorme e tuttavia tranquillo nonostante il discreto afflusso di turisti. Qui, dal 1580, data della sua fondazione, venivano rinchiuse le figlie cadette delle più illustri famiglie spagnole del Perù, le quali dovevano portarsi appresso un’ingente dote per potervi accedere. Era quindi un luogo ricco di prestigio dove il potere veniva esercitato allo stesso modo che “nel mondo”. Lo si capisce dall’ampiezza delle celle e dal fatto che alcune erano veri e propri appartamenti con salottino ben arredato e cucina dove poteva trovare posto il servizio da tè francese assieme al giaciglio per la schiava personale. Tutti i letti erano in muratura e sovrastati da un arco che permetteva una certa stabilità durante le frequenti scosse telluriche (per fortuna non ne siamo stati testimoni). Questa situazione si protrasse fino al 1871, anno in cui arrivò al convento suor Josefa Cadena che, per ordine del papa, portò Santa Catalina ad essere un vero e proprio convento e non più un circolo elitario. Oggi nel monastero rimangono una ventina di suore relegate in una parte della struttura, ma al di là di tutto resta un luogo magnifico, quasi mediterraneo nei colori e nel calore, con questi viottoli di selce che lo attraversano ci pare di essere nel sud dell’Europa. La guida ci spiega che a seconda del colore dominante era adibito a novizie o a suore; ad esempio il bianco, colore della pace, era associato alle novizie, mentre il rosso-arancio, colori della purezza, si trovava nelle aree adibite alle suore. Pure il blu entra in questo codice a simboleggiare il paradiso.



Passiamo dagli ambienti esterni a quelli interni e vediamo collezioni di mobili europei, di ceramiche inglesi e spagnole e pure arredi e paramenti sacri. Ad un certo momento entriamo in contatto con alcune immagini religiose tipiche della cultura indigena. Nella fattispecie restiamo colpiti dal martoriato cristo andino. Andrea ci dà la sua personale visione di questa caratteristica iconografia, infatti secondo lui si era conciato così andando in spiaggia, cioè già in costume, a bordo di un motorino. Facendo una curva un po' stretta ad elevata velocità trovò sull'asfalto la tipica sabbietta del litorale che lo mandò a terra rovinosamente grattugiandosi le ginocchia, i gomiti e il petto. Dopodiché si alzò, nominando il Padre e la Madre associati a nomi di animali e a professioni millenarie, e si fece crocifiggere dallo sconforto.

Riassumendo:” Bruuuum-bruuuuum, skkreeeeeckht!! Badabambt!!! Porco D..., Madonna P........... che dolore! Voglio morire!” Questa teoria venne accettata dal gruppo finché non è stata in seguito confutata da un’altra guida che ci spiegherà che il cristo andino in realtà è una rappresentazione delle sofferenze del popolo peruviano sotto la dominazione spagnola. E pensare che la spiegazione di Andrea era così acuta e circostanziata! Per me ha tutt’ora ragione lui!

La visita si conclude su di una torre dell’edificio da dove si può ammirare la vista su Arequipa e i monti circostanti, peccato per la foschia, e qui paghiamo la nostra pelosisssima guida, soldi ben spesi.

Quando usciamo dal monastero è già quasi ora di pranzo e ci dirigiamo verso la “solita” plaza de armas alla ricerca di un ristorantino con terrazza. È una guerra! Siamo presi d’assalto dalle butta-dentro che, armate di listino, cercano di spingerci dentro i ristoranti per cui lavorano; ci lasciamo convincere da una che ci dà una birra gratis. Solo alla fine scoprimelo che non era così, ma la malfatricce non si renderà più reperibile. Saliamo dunque la scala che ci porta al ristorante “La Pontezuela” dove quasi tutti noi ordina il cuy.

Cristina non ce la fa a prendere questo piatto tipico arequipeño in quanto trattasi di porcellino d’india arrosto e schiacciato e aveva visto un grazioso rappresentante di questa specie pochi minuti prima al convento così non se l’è più sentita di mangiarlo. Io l’ho trovato molto buono anche se con poca carne.


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5.1:(foto) Slurp!



Per fortuna che Cleo ha scartato la pelle, parte più saporita, e me l’ha data. Il pasto è stato guastato, otre che dal conto, dal complessino che si è piazzato a suonare per allietare il nostro desinare. In sé non sarebbe una brutta cosa, se fosse incluso nel pranzo, anzi magari, e dico magari, lo avremmo anche cercato un locale con musica, ma così, che ti arriva inaspettatamente e senza essere richiesto e a pagamento…! All’epoca non eravamo ancora “la compagnia delle braccine corte” ma le premesse c’erano tutte. Una cosa il locale aveva di positivo: una bella vista sulla piazza e la sua imponente cattedrale.

A fine pasto scendiamo in piazza in un sole abbacinante e puntiamo su un giretto sotto i portici ed è qui che io e Sabrina veniamo rapiti da una maestosa, quasi solenne, torta al cioccolato che ammiccava da una vetrina di pasticceria. Gli altri sono stati tutti più forti e quindi appuntamento a fine scorpacciata. Non so quanto avrà mai pesato il blocco, porzione o fetta sarebbero riduttivi, di dolce ma appena lo si metteva in bocca si scioglieva in qualcosa di poetico. Uno dei miei più dolci ricordi del Perù!

Trovato gli altri gironzoliamo per la plaza, passiamo da un “utilissimo” ufficio turistico, e quindi ci dividiamo. Ermanno e Sabrina preferiscono ritornare alla posada, mentre i restanti decidono di fare i “turisti per caso” entrando dentro i vari patii che scovavamo per strada. Una bella esperienza da ripetere anche nei viaggi futuri, ed è stramo come mi sia capitato ancora la stessa situazione in un viaggio precedente sempre con Andrea. Esploriamo dunque questi bei edifici che potevano essere chiese parrocchiali, chiostri, ma anche scuole d’informatica o uffici. Nel patio della chiesa de la Merced ci imbattiamo in un signore che ha voglia di fare quattro chiacchiere con noi ed io mi lancio in una conversazione in uno spagnolo molto fantasioso. Ci lascia un po’ perplesso, ma più avanti nel viaggio mi farò.

Ci raduniamo agli altri ed in qualche modo riusciamo a lavrci, almeno io e dopo un riposino siamo pronti per la passeggiata pre-prandiale. Visitiamo la bella chiesa di San Francisco e poi troviamo un bel posticino che applica uno strano happy hour, ovvero per tre o quattro ore di seguito. Raggiungiamo un tavolino che dà sul vicolo sottostante, ci sediamo, ordiniamo otto birre (una ed un terzo a testa), ed ecco che arriva il solito gruppetto di musicanti, ormai un persecuzione, che comincia a suonare. Siamo solamente noi nel locale, cominciamo a fare di tutto per non guardarli e scoraggiarli ma sono imperterriti, anche bravi ma non se ne può più. Anche ‘sta volta siamo stati più bravi noi e se ne sono dovuti andare con le pive nel sacco.

Non vogliamo mangiare li ma Ermanno fa di tutto per confondere le acque. Ad un certo punto il cameriere viene da noi al tavolo per chiederci se vogliamo mangiare, ma commette l’errore di chiederlo ad Ermanno (che in spagnolo è simile a fratello), dicendogli: “¿Comer?” (che in spagnolo vuol dire mangiare, ma che in italiano è molto simile a :”Com’è?”); coerentemente la risposta è stata: “Buone, grazie”. Effettivamente le birre erano veramente buone, e la cosa sarebbe morta pure lì se il buon Andrea non l’avesse fatto notare. Le risate si sono protratte per un buon quarto d’ora. La perplessità del cameriere è durata finché non abbiamo deciso di alzarci e di andarcene.

È ormai ora di cena. Cerchiamo un posticino frequentato dagl’indigeni e a buon mercato. Finalmente lo troviamo. All’inizio ci piace ma poi ci rendiamo conte che è veramente fetido, in più a me occorre anche di andare al bagno, manca l’acqua ad Arequipa e penso di aver superato la mia più grande prova di coraggio pisciando in… non posso nemmeno scriverlo da quanto schifo; il solo cercare di ricordarlo mi fa venire i conati di stomaco. Tralasciando questo inghippo, aspettiamo veramente secoli il nostro cibo che alla fine si rivelerà pure ottimo, ma ormai siamo stanchi e rinunciando ai progetti di discoteche o altro luogo di divertimento approdiamo alla “posada del cacique” e ci mettiamo a letto alle dieci di sera. Almeno per questa notte si dorme in un letto vero e proprio.

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Vecchio 27 Mar 2008, 13:28   #5
 
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mettero' anche il resto stasera.
Purtroppo l'amazzonia non l'ho fatta perchè non avevo tempo.
Eravamo in 6 e abbiamo fatto i primi 15 gg insieme, poi io ed Ermanno siamo ritornati, gli altri han fatto una settimana del nord del Peru', sono rientrate le altre 2 ragazze, e i rimanedi 2 si son fatti 4-5 gg in amazzonia!!

Ho ancora qualche capitolo da mettere, purtroppo l'opera non è stata finita dal mio amico e non so neanche com'è andata a finire. Siccome siamo 6 amici sparsi per l'italia (Varese, Milano, Padova, Riccione, Pesaro) è difficile trovarsi per spronare la stesura del racconto. Se poi ci metti altri successivi viaggi, turni di lavoro, ecc.ecc. credo che purtroppo l'opera rimarrà incompiuta.

Cmq mettero' gli altri capitoli (mi pare siano 10 ).

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Vecchio 27 Mar 2008, 19:16   #6
 
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VI° Giorno – 26.febbraio.2003



“Prendere e Lasciare”



Almeno io mi sveglio bene, infatti c’è chi ha avuto dei problemi con il letto che ha trovato, vero Andrea!? Ma per quanto mi riguarda la “Posada del Cacique” è stata una delle migliori esperienze oniriche, nel senso che mi son fatto dei bei sonni. La mattinata è bella e luminosa, la signora dell’albergo ci offre il solito mate de coca e noi lo prendiamo con una pastina dolce comprata appena fuori la pensioncina. Ma con tutti ‘sti mate non diventerò mica dipendente? Si tratta pur sempre di coca! Datemi tempo un paio di giorni e smanierò per una tazza di caffè!

Dobbiamo prendere un po’ di tempo prima di partire per Chivay, decidiamo quindi di fare due passi per Arequipa prima della partenza. Io mi riprometto di ripassare per la chiesa di San Francisco per vedermela con il favore della luce, e magari scattare anche un paio di foto. Malauguratamente incappiamo in un mercatino. Un po’ questa cosa dei mercati l’ho già spiegata, ovvero basta che qualcuno ci sventoli qualcosa di etnico sotto gli occhi che andiamo, chi più chi meno, in fibrillazione atriale. L’unica cura: comprare!

Siamo, in questo caso, nella tana del lupo, la trappola per turisti, nel paese di Bengodi. In dieci metri quadri ce n’è per tutti. L’approccio all’acquisto è però diverso da persona a persona. Io credo di essere il meno contagiato, anche se poi alla fine mi lascio andare e finisco per fare tutti gli acquisiti, o quasi, all’ultimo minuto. Ermanno mi viene dietro, lui è un ansioso di tipo diverso; cerca un qualcosa che deve piacere ai sui amici, compra quasi su commissione ed ogni volta il momento è amletico: “piacerà o non piacerà? E se comprassi un’altra cosa? Cosa dici è meglio questa o quest’altra?” Poi, alla fine, finisce quasi sempre a fare il gioco delle tre carte e ad appioppare agli uni quello che era destinato ad altri. Per la Piriquita, poi, l’importante sono le dimensioni, specie nelle spese! Cerca continuamente qualcosa di piccolo, che non prenda posto e finisce così per fare incetta di ninnoli del tipo braccialetti, porta accendini e ammennicoli vari. Andrea è la scienza fatta persona. A lui non può scappare nessuno! Gira con una lista con nomi di persone a cui associare un regalo, poi si lascia andare quando si tratta di morosa e familiari vari. Alla fine però anche i più perfetti peccano e capiterà che si dimenticherà di sette, otto acquisti che doveva fare. Cleo è quella che risente maggiormente del fascino del mercato, è peggio di una droga, si potrebbe dire shopping addicted. Compra il comprabile! Qualcosa se lo terrà, mentre altro lo regalerà. Non sa bene cosa, così compra tutto ciò che potrebbe stare bene su di lei o nella sua casa. Sabrina poi, dovrebbe essere la più ponderata ma alla fine della trattativa sentirà sempre quella sensazione bruciante di essere stata inculata, specie dopo aver fatto i debiti confronti di prezzo con il guru, ovvero Cleo.

Penso che non servirebbe nemmeno dirlo, ma abbiamo trascorso tutta la mattinata a gironzolare e comprare in questo famigerato mercatino.



Abbiamo appena il tempo di salutare i proprietari della posada e partiamo a spron battuto verso il terminal delle corriere per andarcene a Chivay. Ci immergiamo in questo girone dantesco e abbiamo appena il tempo di mangiare qualcosa al volo (1), di comprare i biglietti che da Arequipa, una volta tornati, ci porteranno a Puno sul Titicaca (2) e di lasciare in deposito il grosso dei nostri bagagli (3); questa volta si viaggia leggeri. Io prenderò anche dei churros al volo, quasi contemporaneamente alla partenza. E siamo sopra il nostro autobus. Sono in fase di sperimentazione gastronomica e alla prima fermata compro anche una pannocchia bollita che mi viene venduta con qualcosa che a primo acchito interpreto come burro, ma che si rivelerà poi dell’ottimo formaggio!

Siamo un po’ strettolini, per fortuna che abbiamo prenotato i posti a sedere perché altrimenti avremmo potuto anche rimanere in piedi assieme ad altri sfortunati. Danno un film con John Travolta durante le cinque ore di viaggio e mi ritrovo a seguirlo tramite i sottotitoli in spagnolo piuttosto che dall’originale in inglese. Sono piacevolmente stupito da ciò, vuol dire che il mini corso di dieci ore che mi ha fatto Adriana, la mia amica messicana, è servito; ma vuol anche dire che ho buttato anni e anni di lezioni di inglese nel…! Un po’ seguo il film e un po’ guardo il paesaggio che continua a cambiare. Mentre si sale l’aspetto del territorio circostante s’inasprisce sempre più, nei passi addirittura incontriamo luoghi in cui da poco è caduta la neve e una desolazione infinita e mi trovo a pensare a tutti gl’imprevisti che potrebbero capitare e a cosa vorrebbe dire trovarsi da soli in questa nuova specie di deserto. Però le stelle, sì le stelle sarebbero bellissime!

Oltre al paesaggio cambia un po’ anche lo stato di salute finché ad un certo punto Cleo manda me, che “so lo spagnolo” a chiedere se per cortesia ci si può fermare un attimo perché non si sente troppo bene. Gli addetti mi dicono che può trattarsi di “mal de altura”, avevamo oltrepassato abbondantemente i quattromila metri, e acconsentono ad arrestare la corsa. Io penso di approfittare della sosta per una pausa-piscio ma scopro che altri hanno avuto la mia stessa idea. Ci troviamo, io e Cleo, assieme ad altre quindi persone, maschi e femmine, ad orinare in poco più di un metro quadrato. Peccato non ci siano stati giudici a registrare questo fatto, altrimenti avremmo potuto entrare nel Guinness dei primati!



Ricominciamo a scendere e tra la nebbiolina creata da una pioggia lieve e sottile scorgiamo un branco di lama al pascolo, quindi io ed Andrea sfoderiamo le nostre armi, pardon, macchine fotografiche pronti ad una ripresa stile National Geographic. L’autobus da noi preso aveva la caratteristica di andare ad un passo poco superiore della camminata di un anziano novantenne con displasia dell’anca dopo una sbornia a base di amaro Broglio; questo fino al momento di essere a portata di mirino del suddetto branco di lama per trasformarsi poi in Ben Johnson con in corpo la dose massima di steroidi anabolizzanti di tutta la sua carriera inseguito dalla giustizia sportiva e penale e con in più il peperoncino al culo! Addio servizio fotografico.

Alla fine passano anche le cinque ore di questo viaggio che come minimo si può definire interessante e vediamo sotto di noi la valle del Colca con Chivay adagiata nel mezzo, che diventa via via sempre più grande durante la nostra discesa dalle Ande.

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Non ci preoccupiamo di dove andare a dormire la notte dato che abbiamo prenotato da Ricardito’s. Le trattative erano cominciate al terminal terrestre di Arequipa ed intercorsero tra una parente del proprietario e la Cri. Mentre gli altri erano indaffarati a valutare gli orari, le compagnie e, non da ultimo, i prezzi, la Piriquita veniva avvicinata da questa tipa, trattava e alla fine proponeva al gruppo l’esito della negoziazione. La stessa figlia/nipote/cugina/altro aveva dato in custodia a me una sporta con degli alimenti da consegnare al padre/zio/cugino/altro. La cosa è arrivata a destinazione e ho pure scoperto che una bottiglia conteneva del buon miele dato che s’è rotta ed il contenuto s’è sparso per tutta la borsa. Quindi non sono riuscito a far arrivare sana una cosa data in me in custodia, ma almeno mi sono ricordato della sua presenza. Sabrina, invece, ha lasciato sul bus il suo bambino! Aveva già tentato di abbandonarlo in ogni angolo appena ne aveva avuto l’occasione, ma ogni volta spinta da un certo rimorso tornava a riprenderselo promettendogli che la mamma non l’avrebbe mai più abbandonato, che si sarebbe ricordata sempre di lui, e che per questa incombenza avrebbe incaricato pure gli zii. Ma alla fine l’ha fatto lo ha lasciato solo in un vecchio autobus lanciato verso un’ignota città nel cuore del Perù. Alla fine però anche gli animi più duri cedono e disperata è corsa da me perché “so lo spagnolo” decisa a recuperarlo. Ci rivolgiamo a Ricardito e con lui andiamo a telefonare alla compagnia. I momenti sono carichi di pathos. Ci sarà ancora? O qualcuno di più buon cuore se lo sarà preso con se? La telefonata sembra interminabile ma alla fine esplodiamo in un urlo liberatorio di gioia e ci abbracciamo per la contentezza. L’hanno trovato tutto intero e sarà di ritorno a Chivay per l’indomani. A difesa di Sabrina bisogna dire che non è una madre snaturata! Stiamo infatti parlando della sua bolsa de dormir, ovvero il sacco a pelo! E malgrado tutte le promesse cercherà ancora di dimenticarsene.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo arrivati a Chivay a metà pomeriggio, giusto il tempo per passare all’albergo lasciare il grosso della roba e fiondarci direttamente verso la maggior attrattiva del luogo ovvero le terme. Eravamo tutti ben felici di scrollarci giù un po’ di fatica accumulata in tutti questi giorni di viaggio. Ma quanti sono? Siamo appena al sesto! In realtà a prescindere da ciò a chi dispiace passare qualche momento di relax in una piscina riscaldata? Arriviamo dunque alle terme verso le cinque del pomeriggio per dedicarci circa un’oretta. Avevamo preso un taxi e come il solito facevo il cane della situazione alloggiato nel portabagagli assieme alla Cri.

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Quando ci immergiamo nelle acque della piscina scoperta del centro è per noi tutti una splendida sensazione. O meglio dovrei dire per quasi tutti, dato che la Piriquita per conformarsi alla stagione in corso in Perù, il suo corpo stava vivendo la propria stagione delle piogge e quindi s’è limitata alle riprese. Devo dire che il risultato alla fine è stato quanto meno artistico, assomigliando a quei dipinti di Dalì in cui la realtà viene deformata e distorta. Un strano effetto da mettere in un filmino amatoriale. Ma oltre alle riprese dell’affascinante ambiente circostante abbiamo avuto varie rivisitazioni di celebri film; una splendida interpretazione di Cleo in “Tettanic” mentre nuota a dorso. Una rivisitazione di “California girls” in cui le girls erano una prestante Andrea, una pepperina Ermanno ed una smaliziata Roberto. Per non parlare della scena del lago di “Tre uomini e una gamba” in cui Ermanno/Aldo e Andrea/Giovanni facevano la battaglia delle foche mentre Sabrina/Marina e Roberto/Giacomo flirtavano. L’ora d’aria è poi finita nel modo più classico con un pullman di turisti rovesciati nella “nostra” piscina e con una tazza di mate de coca ai bordi piscina.

Neanche il tempo di rientrare al Ricardito’s che ci ritroviamo tutti a gironzolare per il mercatino antistante l’albergo, dicono sempre che è possibile farcela ad uscire dal tunnel, ma poi… Abbiamo però delle incombenze che vanno evase e quindi: 1 – bisogna trovare qualcuno che l’indomani ci porti a Cruz del condor; 2 – bisogna pur mangiare.

La prima parte della faccenda è un po’ complicata, troviamo infatti solo due persone sulla piazza che possano accompagnarci e alla fine, tirando sul prezzo, finiamo per scegliere chi conosce la strada. Non so se la scelta è delle migliori, apparentemente sì!

Mangiamo al Lobo’s, assaggiando per la prima volta l’alpaca, che personalmente trovo squisito. Sabrina s’è lavata i capelli, forse vuole essere apposto per quando torna il bambino, e si piazza davanti ad ogni fonte di calore per tentare di asciugarli. Impresa difficile nel freddo-umido di Chivay. Trascorriamo una piacevolissima serata in questo locale e alla fine, dopo che Andrea ha finalmente usato internet, restiamo in tre, con Cleo, a dividerci una caraffa di Sangria. Ma la giornata inizia presto il giorno seguente e ci appropinquiamo ai nostri rispettivi letti con guanciali ridicolmente sottili e coperte esageratamente pesati. Ma forse ‘sta volta sono addirittura le undici passate. È tardissimo!

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Un viaggio non è tale se non si fanno almeno 3 ore di aereo!!
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Vecchio 28 Mar 2008, 17:31   #7
 
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Ecco gli altri capitoli.

XI° Giorno – 3.marzo.2003



“Compleanni”



Ho dormito nello stesso letto con Andrea e mi sono svegliato molto vicino a lui. Il mio compagno di letto mi dice che l’ho abbracciato più di una volta durante il sonno. Questa cosa io non la ricordo, e ti credo dormivo!, ma non la metto in discussione visto che ha fatto molto freddo per tutta la notte. C’è stato un cambio nelle temperature non indifferente, se penso che una settimana prima eravamo nel deserto di Nazca!

Non riesco a docciarmi perché il nostro bagno è impraticabile a causa della mancanza di imposte alla finestra e per un disastro nel water; cerco di ovviare a questo inconveniente andando in una delle due camere appannaggio delle ragazze, ma scopro che il problema intestinale è serio e generalizzato. Quindi è già tardi quando uno dei due bagni si rende disponibile, ma forse questo ritardo mi ha salvato la vita!

Facciamo una buona colazione, litighiamo ancora con i gestori dell’ostello e poi Jesus ci accompagna al Saphi! Il tempo di sistemarci in camera e bere un mate de coca e siamo pronti per il tour alla valle sacra. Detta così sembra che in cinque minuti si sia fatto tutto ma abbiamo perso tempo nell’attribuzione delle stanze. Io ho girato come un esule albanese da camera a camera alla ricerca di un anima pia che mi ospitasse; alla fine Sabrina si offre di lasciarmi un lettuccio in camera sua. Che donna!

Nel nostro carnee di viaggio abbiamo inserito un bel po’ di destinazioni: Q’enqo, Puca Pucara, Tambo Machay, Pisac e Ollantaytambo.

Q’enqo è la prima tappa. La mattinata è un po’ uggiosa, umida, ma noi abbiamo voglia di esplorare e capire. Il sito mi dà l’impressione di un passato importante. Sono colpito dall’anfiteatro con seggi e dall’obelisco centrale. Jesus ci spiega che doveva rappresentare una rana e un puma. Sono entrambi simboli importanti nella cultura andina; il primo rappresenta l’acqua poiché con il suo canto richiama la pioggia, mentre il secondo è il volgo, la forza. Io non riesco a vedere il puma e con un po’ d’immaginazione vedo la rana. Gli altri hanno fortune alterne chi vede tutti e due, chi uno solo e chi annuisce facendo contento Jesus, ma in realtà… C’è da dire a nostra discolpa che gli spagnoli hanno in parte distrutto la scultura, forgiata dalle abili mani della natura sfruttando gli elementi atmosferici, per scoraggiare l’idolatria. Non credo valga la pena di commentare quanto accaduto. Ma Q’enqo riserva altre sorprese. Saliamo la collina che in realtà è l’edificio sacro e giungiamo alla sommità dove troviamo una struttura alquanto strana. Si vede infatti, una pietra liscia con ai lati due piccoli cilindri che vi spuntano, il tutto chiuso da una piccola transenna. Capiamo che deve avere certamente un significato, ma visto così rimane oscuro. Per fortuna ci viene in aiuto il buon vecchio Jesus che ci spiega che la roccia serve per imbrigliare il sole durante il solstizio invernale (22 giugno, ndr) e che non deve essere vista separata da tutto ciò che la circonda. Fa parte infatti, di un asse che la collega ad una incisura posta su una roccia soprastante e, a livello superiore, con le montagne che s’innalzano a est. All’alba del 22 giugno i raggi del sole, che spunta dai monti, passano per l’incisione, arriva tra i due cilindri e quindi catturata. Ma non è l’unica cerimonia che avviene, e non ho sbagliato il tempo del verbo, in questo luogo. Scendiamo al di sotto della struttura e troviamo una grotta e nella grotta un altare. Ma se non ci fosse Jesus non so chi avrebbe capito che la roccia che vediamo fungeva da altare. Ci spiega inoltre, che nell’immaginario andino, la grotta non è altro che la rappresentazione dell’Ujupacha, e cioè l’aldilà. Qui avvenivano sacrifici che molto raramente coinvolgevano le persone, gl’inca non erano sanguinari come i maya o gli aztechi, e più spesso riguardavano i lama. E se non capisco male avvengono ancora. Usciamo di nuovo e di nuovo saliamo il colle-tempio. Finalmente troviamo l’elemento stilistico che dà il nome al sito. Q’enqo in quechua significa zig-zag, mentre q’enqo-q’enqo è l’ubriaco, ma limitiamoci al primo significato. Vediamo incavata, nella roccia, una conca da cui discende un percorso scavato a zig-zag che ad un certo punto si divide in due, e poi, solo quello di sinistra, ancora in due. Jesus, impareggiabile, ci aiuta a capire. Il sito, come tutti quelli nei paraggi, è collegato agli altri; in questo caso è importante il collegamento con Sacsayhuaman. Durante l’Inti Raimi, la festa del sole, a Sacsayhuaman avviene il sacrificio del lama, il sangue dell’animale viene portato a Q’enqo dove avviene la predizione sull’andamento dell’anno a venire. Il liquido viene deposto nella conca finché non travasa e passa nel percorso a zig-zag e, se si dirige a destra, l’anno sarà fruttuoso, se invece prende la prima via a sinistra, non andrà di certo bene, ma se prende quello ancora più a sinistra… si salvi chi può! Siamo affascinati da questa credenza e Jesus dice che funziona veramente. Non avendo a disposizione un coltello per sgozzare qualcuno e fare la prova con il sangue, ci accontentiamo dell’acqua piovana che ristagna nell’ incavo. Butto a più non posso l’acqua e cominciamo con apprensione a guardare dove va e… sinistra! Orrore! Sarà un disastro il resto della vacanza? Sento già un dolorino alla gola. Sì, va bhè, ma abbiamo usato solo acqua e non sangue, e poi non è il giorno giusto, e poi c’è la forza di gravità che spinge l’acqua sempre verso il punto più basso, e poi… e poi non crederemo mica a queste superstizioni! Con il dubbio instillato ormai nell’animo ci avviamo verso la macchina, pensierosi. Mentre stiamo per andarcene vediamo arrivare una coppietta di nord americani, o europei. Sono soli, li ha accompagnati un tassista che aspetta in macchina. Sabrina esprime il dubbio di noi tutti:- Come faranno a capire qualcosa senza una guida?!

Per fortuna noi abbiamo Jesus!

Puca Pucara, forte rosso in quechua, era come dice la parola, una fortificazione destinata alla difesa. Pare che le mura fossero dipinte di un rosso acceso. Domina la valle sottostante ed era un punto strategico sulla strada inca che univa i grandi centri della valle sacra. Qui, più che a Sacsayhuaman e Q’enqo, è evidente lo stile architettonico antisismico, ovvero i muri perimetrali, fatti di pietre incastrate, salgono a formare edifici di forma trapezoidale atti a resistere ai terremoti. Puca Pucara, inoltre, serviva come una stazione di ripetizione dei messaggi che provenivano dalle altre città poiché era in diretto contatto con Q’enqo a sud e con Tambo Machay a nord.

Se Puca Pucara è solamente una struttura squisitamente militare con Tambo Machay torniamo a parlare di religione andina, che come stiamo capendo non è assolutamente morta. Il bagno degli Inca, come è altrimenti nota, è meta di pellegrinaggio. Pare infatti che l’acqua che vi sgorga abbia poteri taumaturgici. Non ci sembra vero. Io ne bevo un po’ perché, sarà stato l’influsso negativo di Q’enqo, sarà stata la fredda nottata, mi è venuto un fastidioso mal di gola. Cleo, che ancora soffre dei postumi di un’operazione alla spalla, decide invece di bagnarsela e nel fare ciò si esibisce in uno strip che risulta divertente in quanto assolutamente fuori contesto, ma che comunque apprezzo, e credo che anche Ermanno e Andrea non disdegnino. A questo punto la domanda di Andrea è più che lecita:- Ma io che ho il cagotto, mi devo fare un clistere?!

Stiamo per fare le ultime spese nel solito mercatino fuori le rovine quando cominciano le prime gocce di pioggia. Ma noi siamo gente forte e non ci lasciamo certo intimidire da due gocce.

- A Pisac si fa Trekking! Ci viene detto da Jesus mentre ci stiamo andando. È vero, è naturale, mi capita sempre, piove e si deve camminare. Ormai non è più una novità. Con Pisac si può dire che si entra di diritto nella valle sacra, che sarebbe poi quella formata dal fiume Urubamba. Prima di giungere all’area archeologica facciamo tappa al paese omonimo. La pioggia ci ha dato un po’ di tregua. Ci procacciamo pane e banane, che saranno il nostro pasto di mezzogiorno, e qui faccio sfoggio del quechua che ho imparato. Vediamo infatti, un’ ubriaca che se la prende con tutti, così posso dire di aver visto una q’enqo-q’enqo!

Il sito è molto vasto e come ho detto poc’anzi, lo si visita a piedi seguendo una strada inca. Sono effettivamente, più strutture unite attraverso questa via che costeggia il lato della montagna. È la stagione delle piogge e per questo l’ambiente circostante è di un tenero verde, molto bello a vedersi; un panorama dove la natura la fa da padrona. È la stagione delle piogge, come dicevo, e se si chiama così c’è il suo bel motivo, cioè piove. Infatti è precisamente ciò che accade una volta messi in marcia. La pioggia da principio è appena poco più di una leggera spruzzatina d’acqua, ma poi comincia a scendere con un po’ più di convinzione. Ci difendiamo come meglio possiamo. Io c’ho il mio solito piumino verde con cappuccio, compagno di mille viaggi; Ermanno s’adatta con berretto e giubbino; Andrea con la giacca di lana nepalese con cappuccio incorporato; Cristina si è portata il suo coloratissimo Kappa-Uei, come ama chiamarlo; Sabrina e Cleo, invece, si sono comprate quei impermeabili di plastica fatti per durare. Sì, per durare da Natale a Santo Stefano, se proprio ti va bene! Ma, come dire, siamo in montagna, e non potrebbe essere un’affermazione più vera stante i 3.000 e rotti metri di altitudine, e si sa che il tempo può cambiare repentinamente. È ciò che accade. Non vediamo nella sua interezza la potenza del sole, ma riusciamo a visitare l’area sacra di Pisac senza doverci preoccupare di coprirci. È a questo punto che Jesus ci lascia per tornare indietro alla macchina. Ci spiega la strada per chiudere il circuito e tornare al via. Questo evento mi fa capire che nessuno di noi sa veramente bene lo spagnolo, dato che finiamo per prendere la strada sbagliata e andare a finire molto più a valle di dove avremmo dovuto sbucare. Ad Ermanno la cosa va più che bene, riesce così a farsi fare la foto che sognava; e cioè a bordo di un catterpillar! Strano ragazzo! Per lui sarà la più bella foto del viaggio. Mi rimarrà un bel ricordo di Pisac, soprattutto per dove è inserita e per i suoi bei terrazzamenti. Per quanto mi riguarda, viene appena dopo Machu Picchu, tra i siti archeologici della zona andina. La pioggia poi, non ci ha dato un fastidio esagerato, anzi questa esperienza ha fatto si che Cristina, una volta giunta in Italia, smettesse di preoccuparsi delle solite due gocce d’acqua e sopportasse meglio le giornate piovose.

L’arrivo all’assolata Ollantaytambo, stranezze del tempo, è qualcosa di eccezionale ed imprevedibile. Gl’imponenti gradoni ci appaiono all’improvviso appena entrati nel piazzale antistante. Ooooh! è la parola che ricorre di più nei primi momenti. Infatti l’apparizione è improvvisa, subitanea e devo dire che non eravamo preparati ad una cosa così imponente. Io, dissacratorio, la paragono al sacrario (mi si scusi il bisticcio di parole) di Redipuglia in Friuli. Entriamo con il solito boleto turistico e cominciamo a salire i gradoni. Jesus, per farci riposare durante la salita, snocciola informazioni a più tappe. Una volta giunti in cima ne sappiamo un bel po’ di Ollantaytambo. Intanto il nome, che è legato ad una storia d’amore. Pare che Ollanta, od Ollantay, non ricordo più, fosse un semplice soldato che però era innamorato di una dama di alto lignaggio, non prestando fede alla consuetudine che non si può scopare fuori casta, cercò di impalmarla contro il volere del clan. Dovette superare diverse prove ma alla fine, come capita sempre nei libretti della Harmony, riuscì a spuntarla, solo che un misero soldato non poteva sposare una principessa, così venne fatto generale, che in quechua è tambo, e quindi il nome della città, Ollantaytambo. Una bella storia romantica, degna di Shakespeare.

Dalla sommità si possono vedere diverse cose,e tutte di notevole importanza; ovvero il villaggio, la valle con il fiume e la montagna dirimpetto.

- Il villaggio è importante perché è praticamente il solo a . pianta originale. Così era anche in epoca inca.

- La valle ed il fiume sono importanti per più di un fattore. Per prima cosa, in fase di costruzione dei terrazzamenti, il fiume rappresentava un ostacolo, dato che si poneva tra la cava di roccia quarzica, lo speciale tipo di pietra di cui è costituita la struttura, e Ollantaytambo stessa. Per ovviare a ciò, approfittando della stagione secca, in cui il fiume riduce la sua portata, è stato deviato dal suo letto per permettere il rifornimento di materiale edile. In un secondo momento, durante la conquista spagnola, la particolare conformazione della valle, che si restringe davanti ai terrazzamenti, e il fiume, ostacolo naturale, ha permesso la più grande vittoria di Manco Capac II° sulle forze di Hernando Pizarro, fratellastro del più famigerato Francisco. Ma questa vittoria non servì comunque a fermare la presa di potere da parte degli spagnoli.

- La montagna di fronte è sorretta dall’uomo del monte. Non certo il tizio che dà il via libera alla raccolta degli ananas, ma guardando bene si può scorgere nella roccia un viso che esprime fatica da cui si diparte un braccio atto a tener sollevato il costone da cui sono state ricavate, in epoca inca, delle prigioni. Jesus ci spiega che i motivi per cui un uomo poteva essere incarcerato sotto l’inca al giorno d’oggi possono essere considerati banali. Ad esempio se un uomo non si sposava o non generava figli veniva considerato non un buon suddito e quindi incarcerato. Se poi si dimostrava sfaccendato, e perpetuava nella sua inattività, rischiava persino la morte. Non essere inattivo è uno dei tre precetti, assieme a non rubare e non mentire, presenti nella chaqana o croce andina, simbolo cosmogonico inca. Jesus ce la spiegherà in maniera esauriente.

Mentre torniamo verso Cuzco ci fermiamo ad ammirare uno scorcio della valle dell’Urubamba, la dominiamo e la vediamo coltivata a grano turco. Jesus ci dice che la pianta, nella sua varietà locale, è tipica di qui e che non riesce a crescere in nessun’altra latitudine. Peccato, perché è molto produttiva. Poi, per stimolare la nostra vanità, ci spiega che l’Urubamba è il primo affluente del Rio delle Amazzoni e quindi, guardando l’Urubamba in realtà si vede l’Amazzoni. Sì, sì, parole. Mi spiace per il resto della compagnia, ma quando io e Cristina arriveremo ad Iquitos, solo allora vedremo il vero Rio!

Ormai siamo in città, e praticamente solo allora ci ricordiamo del fatto eccezionale: ci sono ben due compleanni da festeggiare oggi. Già perché io compio la bellezza di 33 anni, mentre Cleo è arrivata alla veneranda età di 47 anni. Chissà dove gli ha messi, con tutto il suo entusiasmo e la sua meraviglia davanti ad ogni cosa nuova, sembra più una bimba di 4 o al massimo 7 anni e non una donna di 47. Per non parlare del fisico niente male! Ma sto divagando. Ci ricordiamo dei compleanni e decidiamo di prendere una torta al cioccolato, tanto per cambiare, per festeggiare l’evento. La porteremo con noi al ristorante. Al Saphi preghiamo la portineria di svegliarci presto l’indomani, visto che dobbiamo partire per Aguas Calientes. In camera faccio il bucato, mi lavo e stendo, la roba da vestire intendo, io mi asciugo con l’asciugamani. Poi io e Sabrina ci confessiamo, non in senso stretto ma è un modo come un altro per dire che ci parliamo con il cuore in mano, ed è già ora di andare a mangiare.

Al nostro arrivo al ristorante chiediamo di poter mettere in frigo dolce e ramandolo, portato da casa per l’occasione, e mangiamo allegramente, accompagnati da musica italiana anni sessanta quasi sconosciuta. Quando entriamo siamo soli nel ristorante e rimaniamo così, noi sei con il cameriere, fino a quando ci buttano fuori per chiudere il locale.

Io sono uno straccio, però mi resta un po’ la voglia di festeggiare. Alla fine, dopo essere stati aggrediti da un buon numero di buttadentro, entriamo in una discoteca, ma resisto gran poco. Così, accompagnato da Ermanno e Cristina, rientro in hotel. Ci mette un bel po’ il portinaio ad aprirci, che si fosse addormentato? Finisco per mettermi a letto subito, senza mettere la sveglia, ed in compagnia di un’ottima tachipirina.

E così i primi tre sono sistemati. Abbiamo però lasciato altri tre in disco. Cosa sarà mai successo. Sentiamo il resoconto degli avvenimenti dalla viva voce di Andrea.

<< Dunque, Sabri, Cleo, io ed il mio cagotto restiamo in discoteca. Loro si buttano subito a ballare e noi (io e il cagotto) rimaniamo seduti, almeno così non esce niente. Appena dopo mi si avvicina una ragazza peruviana, tanto brutta quanto bassa e racchia che mi fa le solite domande:- Da dove vieni? Quando sei arrivato? ecc. ecc. Poi mi chiede perché non ballo e gli rispondo che non mi piace quel tipo di musica e preferisco la rock. Dopo 10 minuti riprende con la solita solfa di domande. Che sia sorda? Rispondo educatamente a tutte, musica compresa. Dopo altri 10 minuti le solite domande. A questo punto ho la conferma: è una bambola a grandezza quasi umana a cui si è incantato il disco!! La mando a fare in culo, educatamente, e quindi vado a salutare le 2 romagnole e me ne vado a casa (hotel). Qui mi rendo conto di essere nel massimo del pericolo: la Lonely Planet si raccomandava di non circolare soli, di notte e in alcune città, tra cui Cuzco si rischia lo scippo o l'aggressione!!! Sono le 1.30 circa di notte, cade una leggera pioggerella e sono solo. Mi dirigo velocemente al mio hotel non tanto per la paura, ma perché la pressione viscerale del mio intestino ha raggiunto le 3000 atmosfere!!! Mi sento seguire, mi volto appena e vedo effettivamente un ragazzo che mi segue; se tenta di avvicinarsi troppo lo ricopro di merda!!! Arrivo all'hotel e, sapendo dalla sera precedente che erano lunghi ad aprire il portone, incomincio a suonare il campanello come un forsennato perché comincio a sudare freddo!! Nessuno viene ad aprirmi!!! Allora con una mano suono il campanello e con l'altra batto sul portone, stando attento a non fare troppi sforzi altrimenti finisco in merda. Passano altri 10 minuti circa e ancora non arriva nessuno. Mi guardo in giro con fare circospetto, mi sta balenando un 'idea grandiosa!!! Adesso mi calo i calzoni di botto, dando la schiena al portone, guardando così se arriva qualcuno dalla strada, tiro l'enorme fiume di merda sul portone e aspetto con calma l'apertura della porta. Ma sul momento di slacciarmi i pantaloni arriva il custode che mi apre. Mi precipito in camera dove Ermanno mi dice:"Eri tu che suonavi alla porta?". Non riesco a rispondergli e mi fiondo in bagno e da qui gli grido per mascherare il rumore:"Sììììììììì ero iooooooooooooo!!!". Una volta fatto, esco sudato e contento perché forse da domani smetterò questo martirio in quanto dopo un settimana di dissenten, diarrstop e imodium i miei medici (Roby, Ermanno, Piriquita e Sabry) decisero di cambiarmi il medicinale che farà miracoli: un certo Humantin!!!! Santo fecero chi lo inventò!!! >>

E qui ritorno io a narrare … e me lo chiederò per tutto il resto del viaggio, e ancora quando sarò tornato a casa, perché non glielo abbia dato subito se lo avessi non l’avrei fatto soffrire come un cane.





XII° Giorno – 4.Marzo.2003



“Carissima Machu Picchu”



Siamo stati svegliati tutti di soprassalto. Come fidarsi di un portiere di notte che non si sveglia al suono del campanello? Infatti non s’è destato in tempo per darci la sveglia. In pochi nanosecondi dobbiamo passare dal sonno profondo all’attività. Sto volando, mentre stacco il filo con la roba stesa, mi lavo la faccia e preparo la roba da portare ad Aguas Calientes. Credo di fare veramente in fretta ma gli altri sono riusciti a fare ancora più in fretta di me. Sono così nel secondo giro di macchina che ha come destinazione la stazione San Pedro.

Il capolinea ferroviario di Cuzco è moderno e ben organizzato, ma comunque affollatissimo di venditori. Qui rasento la maleducazione spintonando e spostando in malo modo chi mi si para davanti, ma lo scopo ultimo è salire per tempo in treno. Corriamo tutti all’impazzata, anche se mi sento particolarmente rincoglionito dal sonno, come d’altronde dovrebbero sentirsi gli altri; solo che probabilmente, il brusco risveglio gli deve essere servito come doccia fredda e sono tutti arzilli e pimpanti. Sono l’ultimo a salire in carrozza, anche perché un ferroviere, a cenni, mi ha spiegato che sono in orario. Ma comunque, raggiungo la tranquillità solamente una volta essermi seduto al mio posto.

Non riesco a godermi più di tanto il viaggio, sono infatti in uno stato catatonico, ho voglia di dormire, il tutto è facilitato dal dondolio del treno che arranca faticosamente su per le Ande. Questo treno ha la caratteristica di salire a zig-zag, ovvero dapprima in un senso e poi nella direzione di marcia opposta. Comunque, ci mette così tanto tempo a raggiungere Aguas Calientes che sono ormai sveglio quando vi giungiamo.

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12.1:Trenino per Machu Picchu.



A destinazione c’è subito la bolgia di procacciatori di stanze che ci offrono i propri alberghi, e mentre ci dirigiamo a quello da noi scelto, ci perdiamo Andrea che era stato incanalato nel flusso della gente scesa dal treno. Lo recuperiamo e raggiungiamo L’Ima Supac, il nostro hotel. Arrivandoci mi faccio un’idea di questa cittadina. Mi sembra che basi tutta la sua economia nel turismo, infatti è poco più di una strada che si arrampica sul lato della montagna tutta costellata di alberghi, ristoranti e minimarket.

Se l’idea iniziale era di vedere Machu Picchu per tutta la durata del giorno seguente, ora pensiamo sia meglio vederla subito; non si sa mai che l’indomani il tempo non sia buono. Poi la guida da prezzi abbordabili: 10$ per l’entrata e altri 5$ se si torna il giorno seguente. Niente di meglio! Personalmente sono anche disposto a fare un’ altra visita. Sembra sia enorme. Ma ahimè, le indicazioni che ci danno all’hotel non sembrano corrispondere a quanto recita la Lonely. Ci fidiamo poco, ma sarebbe meglio dire che non vogliamo crederci, quindi andiamo di filata all’ufficio turistico che conferma quanto detto dai gestori dell’albergo: 20$ d’entrata il primo giorno, e altri 20$ per il secondo; ed è anche meglio che ci sbrighiamo dato che il tempo in questo periodo cambia molto spesso e non si sa se l’indomani possa piovere. Poco prima di mezzogiorno siamo sull’autobus che ci porta al sito archeologico. Costo del biglietto: 4,5$.

Mentre stiamo entrando incontriamo Rosa che si propone come guida, non tutti sono d’accordo, e perché parla solo spagnolo, e perché vuole 20$ per il tour. Il gruppo dapprima si sfalda, chi vuol fare foto, come Andrea ed Ermanno e chi vuole seguire la guida, ovvero tutti gli altri. Ci rincontreremo comunque a circa metà del giro. Devo dire che una guida come Rosa ce la potevamo anche risparmiare. Non ha aggiunto niente a quanto sapevamo e, per il resto tutto quello che ha potuto dirci in più erano solo congetture. Nulla però toglie alla bellezza di Machu Picchu, anzi direi che questa aura di mistero aggiunge fascino ad un luogo di per sé molto bello. Sono addirittura arrivato a dire che il luogo dove sorge sarebbe ugualmente bello anche senza il sito archeologico stante la magnificenza dei monti. Però, le rovine non hanno uguali in tutto il Perù. E dico ciò senza volere esagerare.

Siamo anche molto fortunati non essendoci la folla dell’alta stagione riusciamo a gustarci appieno la giornata di visita. Ammiriamo un po’ tutta l’area principale, soffermandoci alle sorgenti, al tempio del sole, nelle costruzioni più importanti e all’ Intihuatana, il palo che imbriglia il sole, che non è altro che un pilastro di roccia che cresce da una base tondeggiante e che serviva per la previsione dei solstizi. È sbeccato. In questo caso Rosa è d’aiuto; ci spiega infatti che è stato ridotto così girando uno spot della birra “Cuzqueña”. Siamo indignati, sarebbe quasi da rinunciare di berla. Ma, come dire, la volontà si piega davanti ad una buona birra.

Il giro alla fine ci porta nei pressi di Huayna Picchu, picco della luna . Prima però, bisogna appoggiare le mani su di un muro che sembra servi a ricaricarsi di energia positiva. È molo new age il Perù. Il lato maschile della compagnia ha l’intenzione di salire il picco, che altro non è che il monte che si vede dietro Machu Picchu nella cartolina tipica.


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12.2 Cartolina tipica (in cima c'è il magazzino.)



Rosa cerca di dissuaderci e i suoi avvertimenti fanno presa sulle ragazze che decidono di stare giù. Gli avvertimenti sono quelli che sono scritti sulla guida, e cioè che è molto faticoso arrivarci, che ci vuole molto tempo e che non tutti tornano ed ecco perché ti fanno firmare all’andata e al ritorno. A fine giornata, se tutto va bene, il numero di persone in ingresso dovrebbe corrispondere a quelle che transitano in uscita, anche se in realtà, ogni tanto, qualcuno resta tra i crepacci del monte.

Con queste premesse ci mettiamo in marcia. All’inizio la via è di facile percorrenza, anche perché si tratta di un falsopiano, poi le condizioni atletiche di ognuno di noi si fanno sentire al momento della scalata vera e propria. Andrea si porta subito al comando, seguito a ruota da Ermanno e alla fine ci sono io. E pensare che in Nepal venivo soprannominato capretta, è anche vero che in Thailandia - Laos ero invece la Schiffer. Comunque con il naso chiuso e dopo un’influenza non potevo essere al top (model?). Come dicevo siamo partiti a spron battuto dato che ci avevano detto che per fare tutto, ovvero salita, discesa e permanenza, ci si impiega due ore e al momento di partire mancavano giusto queste due orette. Dopo aver incontrato un bivio ed aver discusso brevemente quale strada prendere, decidiamo per quella che punta diretta verso l’alto, saltando così una tappa al tempio della luna. Essere a fine cordata ha i suoi svantaggi, non certo quelli fantozziani con Calboni in preda a crisi di flatulenze, ma altri derivanti dal fatto che gli apripista decidono il ritmo,come quando ufficialmente si fermano per aspettarti, in realtà si riposano fino a quando non hanno la scusa per ripartire appena ti vedono. Ciò comporta che chi è in coda non si riposa mai. Inoltre, chi è a capo cordata è un esploratore che può beneficiare di tutto quello che vede per primo. In questo caso Andrea si è sbafato tutte le fragoline di bosco che incontrava lungo la salita. Proprio Andrea rischia di ricavare un utile dalla scalata. Come al solito sono alla fine della fila e, mentre salgo, Andrea riprende. Guardo in camera e facendo ciò metto un piede in fallo. Chissà quanto paga la televisione per una morte in diretta?! Per quanto mi riguarda sono contento che non lo si abbia scoperto!



12.2: scalata a Huayna Picchu.



Alla fine, boccheggiante arrivo ad un passo dalla meta, o almeno a quello che credevamo tale, e cioè al magazzino, una casupola in muratura che sporge sul costone della montagna. A tutti noi passa per la testa la medesima domanda:<< Non risultava scomodo un magazzino qua in alto?>>. Già ci immaginiamo le scenette dell’epoca:

Lui:<< Ecco qua tutto l’occorrente per il minestrone! >>

Lei:<< Grazie caro. Mi passi il sale per favore? >>

Lui:<< Il sale? Ma porca…, ..zzo, mrd, l’ho dimenticato! >>

Lei:<< Non rifaresti un salto in magazzino? >>

Detto ciò Lui stramazza al suolo con la bocca schiumante ed in preda ad una scomposta crisi di pianto isterico.

In realtà, è probabile che scenette del genere non si siano mai verificate in epoca inca, anche se non sono del tutto sicuro, ma un magazzino scelto in questa posizione scomoda non permetteva a chi cercava di conquistare la città di approfittare delle scorte accumulate.

Come dicevo siamo ormai alla vetta da cui si ammira l’altra faccia di Machu Picchu, e assieme a ciò una vista che ripaga di tutte le fatiche, quando ci si para davanti una scalinata di pietra sdrucciolevole e con scalini per piedi di taglia 26. Faticosamente la saliamo. Per fortuna che non piove, altrimenti sarebbe stato un rischio praticare la scalata… Quando scendiamo comincia a piovere! Tutti noi sembriamo dei portatori di handicap mentre con molta attenzione cerchiamo di non rimanere stecchiti mettendo un piede in fallo. A parte questa prima parte, la pioggia è un toccasana, riusciamo a scendere senza patire le sofferenze della scalata. Almeno questo è valido per me.

Arrivati a fine percorso troviamo le ragazze che ci stanno aspettando. Quando ci chiedono come è andata la salita, noi da perfetti bulli rispondiamo che è una cosa da niente, che si può fare con tutta tranquillità! A volte vorrei avere meno testosterone e più sale in zucca. Devo però fare un appunto. Quando ci troveremo per il raduno al Lago Maggiore e faremo l’ascesa del monte Morissolo, 1131 metri contro i circa 2000 di Huayna Picchu, non avrà niente a che vedere con quanto fatto qui a Machu Picchu; almeno per salire il picco della luna non ho mai dovuto usare le mani!

La sera sta calando a Machu Picchu. Abbiamo solo il tempo per scattare le cartoline tipiche ed iniziare la discesa.

Per scendere si può prendere di nuovo l’autobus e pagare altri 4,5$ o fare un percorso a piedi in mezzo alla foresta. Quando c’è da camminare io sono sempre d’accordo, e poi, in linea teorica, dovrebbe essere una bella camminata, e poi facciamo anche un po’ di conti:

- trenino delle Ande, all’incirca: 53 $

- autobus per il sito: 4,5$

- entrata a Machu Picchu: 20 $

- guida (pagata con cassa e quindi diviso 6): 3,5$

- totale : 81 $

Come dire che Machu Picchu mi è costata un occhio della testa, e comunque una camminata non può far certo male.

Dopo i primi 5 minuti di passeggiata viene giù un acquazzone di dimensioni bibliche. Per fortuna che lo si fa praticamente sotto le fronde degli alberi. Sì, alberi, alberi e ancora alberi. Dopo 10 minuti, neanche io sopporto più questo sentiero monotono senza un cambio di panorama! A fine discesa poi si deve camminare in un fiume di fango in cui s’è trasformata la strada. Io sono fortunato, ho il poncho per la pioggia, ma quando giungiamo all’ Ima Supac Andrea ed Ermanno sono zuppi.

Per andare a cena facciamo solo due passi, perché se la strada ai piedi di Aguas Calientes è un torrente di mota, la salita dove si trova il nostro albergo è un torrente di montagna con tanto di rapide. Dopo cena non ci resta che mettersi a letto dopo una buona camomilla. Io, visto che ci sono, ci aggiungo pure una tachipirina.

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Vecchio 14 Apr 2008, 23:30   #8
 
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Altro capitolo:

XIII° Giorno – 5.Marzo.2003

“Una famiglia commovente”

Ci si sveglia finalmente ad un orario decente. Il sole ha deciso di tornare a splendere sulle nostre teste. Siamo tutti più o meno affamati; la giornata di ieri è stata abbastanza impegnativa, anche se c’è chi, già dalla scorsa serata, ha cominciato a rilassarsi. Sabrina e Cleo sono riuscite a farsi un giro alle terme, tanto per onorare il nome di Aguas Calientes. Facciamo colazione all’Ima Sumac, chiediamo gentilmente se possiamo lasciare i bagagli in albergo fintanto che facciamo un giro e quindi ci apprestiamo a pagare la notte. Ed è ora che nascono i problemi. Come al solito ci vogliono far pagare di più di quanto pattuito. Manca però l’interlocutore giusto e decidiamo di riparlarne quando torneremo a recuperare i nostri zainetti.
Avevamo deciso di fare un giro, tipo trekking, sulle sponde dell’Urubamba, ma ahimè, per fare ciò bisogna passare per il mercato. È la fine. Restiamo impigliati nelle strette maglie della rete di bancarelle e passiamo l’intera mattinata a scegliere, valutare e contrattare un’infinità di merce. Ormai ho già detto tutto delle varie tecniche d’acquisto, solo che in questo caso bisogna elevarle all’ennesima potenza data l’abbondanza di generi commerciali. Girando per il mercato incontriamo di nuovo la “trapanatrice” ma senza il solito accompagnatore israeliano. Per bacco se si dà da fare questa! Più in la nel viaggio la rincontreremo assieme al primo tizio. Cos’è stata? Un’avventura?!

13.1:Shopping victim.

Bhè, in queste amenità trascorrono le ore della mattinata. Comincia a piovere quando è ora di mangiare. Giriamo un po’ alla ricerca di qualcosa di intrigante e alla fine Ermanno si ricorda di una pizzeria sulla strada per Machu Picchu. Ne era rimasto impressionato dal rapporto quantità-prezzo. Il luogo è piacevole, tutto ricoperto da tessuti andini e proprio di fronte all’impetuoso Urubamba. È gestito da una famigliola di quattro persone: padre, madre, figlio grande e figlia piccola. C’è pure un bel forno a legna che sembra adatto alle pizze, per il resto siamo soli nel locale. Ordiniamo tutti la taglia gigante di pizza e aspettiamo con pazienza che ce la portino. Conoscendo lo spirito del trattare del popolo peruviano, Andrea ottiene in omaggio un litro di birra visto che le pizze Giganti di solito vengono prese per piu’ persone, mentre noi, da ingordi, ne abbiamo prese una a testa. L’attesa, senza esagerare, dura due ore, se non di più. La trascorriamo ammirando l’amore e l’impegno messo dall’intera famiglia nella preparazione del nostro cibo. Roba che se fossimo in Italia ci alzeremmo indignati per la lunga attesa. Loro, i gestori, sono invece commoventi. Quando ce ne andremo arriveranno addirittura a ringraziarci per aver attirato ancora clienti. Sembra si tratti di un evento raro.

13.2:La pizzeria.

Quando lasciamo il ristorante ha smesso di piovere e ci dirigiamo all’albergo pronti per lo scontro. Lo scontro c’è ed alla fine non ne usciamo vincitori, ma nemmeno del tutto sconfitti anche se paghiamo un po’ più di quanto precedentemente concordato.
Alle quattro del pomeriggio siamo in treno diretti a Cuzco. E ancora una volta accade qualcosa di eccezionale: vediamo Ermanno e Cristina parlare con un iraniano! Io, e le restanti persone del gruppo, ancora ci stiamo chiedendo cosa si siano detti, ma soprattutto in che lingua! Fatto sta che pare che siano riusciti a comunicare. A volte la buona volontà è un grande aiuto.
Siamo quasi all’altezza di Ollantaytambo, quando dei ferrovieri passano con un volantino in cui si spiega che se si scende alla prossima stazione si può trovare un autobus che per pochi soles ti porta a Cuzco, risparmiando così un bel po’ di denaro. Ma come? Non s’era detto che non c’era altro modo per raggiungere Aguas Calientes se non in ferrovia da Cuzco?! Ecco che per l’ennesima volta ci siamo fatti infinocchiare. In veneto si dice scanta bauchi!
Alla fine arriviamo all’antica capitale dell’impero inca. È ormai calata la sera ed è uno spettacolo vista dall’alto, tutta illuminata dalle luci urbane. Sono infatti, le 20:30 quando scendiamo dal treno. Dovevamo incontrare Jesus ad attenderci ma non si vede. È un peccato, ma riusciamo comunque a raggiungere il Saphi. Qui comincia una nuova roulette russa di camere e finisco in stanza con Cri.
Usciamo attorno alle dieci e trenta per prenderci un panino di quelli luridi e succulenti alle bancarelle appena fuori l’albergo. Mai soldi furono meglio spesi! Giriamo per la piazza in cerca di qualcosa da fare. Si passa dal solito Internet cafè per spedire le solite mail. Non mi sono mai fatto vivo così tanto come in questo viaggio.
Rincaso a mezzanotte. Che vita mondana!

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Vecchio 14 Feb 2011, 00:21   #9
 
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Quando usciamo dal monastero è già quasi ora di pranzo e ci dirigiamo verso la “solita” plaza de armas alla ricerca di un ristorantino con terrazza. È una guerra! Siamo presi d’assalto dalle butta-dentro che, armate di listino, cercano di spingerci dentro i ristoranti per cui lavorano; ci lasciamo convincere da una che ci dà una birra gratis. Solo alla fine scoprimelo che non era così, ma la malfatricce non si renderà più reperibile. Saliamo dunque la scala che ci porta al ristorante “La Pontezuela” dove quasi tutti noi ordina il cuy.

Cristina non ce la fa a prendere questo piatto tipico arequipeño in quanto trattasi di porcellino d’india arrosto e schiacciato e aveva visto un grazioso rappresentante di questa specie pochi minuti prima al convento così non se l’è più sentita di mangiarlo. Io l’ho trovato molto buono anche se con poca carne.


image

5.1:(foto) Slurp!

Per fortuna che Cleo ha scartato la pelle, parte più saporita, e me l’ha data. Il pasto è stato guastato, otre che dal conto, dal complessino che si è piazzato a suonare per allietare il nostro desinare. In sé non sarebbe una brutta cosa, se fosse incluso nel pranzo, anzi magari, e dico magari, lo avremmo anche cercato un locale con musica, ma così, che ti arriva inaspettatamente e senza essere richiesto e a pagamento…! All’epoca non eravamo ancora “la compagnia delle braccine corte” ma le premesse c’erano tutte. Una cosa il locale aveva di positivo: una bella vista sulla piazza e la sua imponente cattedrale.
 

ecco qua il Cuye, il famoso porcellino d'india arrostito.

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Ultima modifica di paola; 14 Feb 2011 a 10:31
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