Dopo lunghi mesi di preparativi, sogni ad occhi aperti e tanta voglia di partire, siamo veramente in partenza.
E’ il 28 luglio ed a distanza di una settimana dal nostro matrimonio stiamo per iniziare la nostra luna di miele che in un mese ci porterà a toccare quanto più abbiamo potuto inserire in questo viaggio tra città e parchi alla scoperta del magnifico continente australiano.
Brevemente le tappe sono state: MELBOURNE, GREAT OCEAN ROAD, KANGAROO ISLAND, ADELAIDE, AYERS ROCK, KINGS CANYON, ALICE SPRINGS, DARWIN, KAKADU NATIONAL PARK, KATHERINE, PORT DOUGLAS, CAPE TRIBULATION, GREEN ISLAND e SYDNEY.

PROGETTO DI VIAGGIO : il viaggio è stato interamente progettato da noi con i fondamentali aiuti della Lonely Planet.
Inoltre consultando i siti dei vari stati australiani che avremmo toccato c’è la possibilità di richiedere depliant, informazioni su cosa vedere e fare, dove dormire, anche in lingua italiana. Basta compilare i campi richiesti e in meno di due settimane arriva per posta quanto richiesto, sinceramente all’inizio ero un po’ perplessa sulla riuscita dell’operazione (viste le distanze e i costi che avrebbero dovuto sostenere essendo che a noi non è stato chiesto nessun pagamento), questo invece fa capire la cortesia del popolo australiano che avremo modo di appurare anche durante tutto il nostro viaggio.
VOLO : Abbiamo volato sia per le tratte intercontinentali che per i 5 voli interni con la compagnia di bandiera Quantas che credo sia veramente una delle migliori (lo diciamo un po’ per esperienza dopo aver volato con altre compagnie altrettanto grandi): servizio veramente impeccabile, personale disponibile, possibilità di scelta tra una vasta gamma di film anche in italiano e giochi per far passare quelle interminabili 22 ore di volo.
ABITUDINI : la giornata per loro inizia presto e finisce altrettanto presto: sveglia all’alba e a letto quasi al tramonto. Si cena prestissimo rispetto ai nostri standard, e se non ci si fa l’abitudine si rischia veramente di andare a dormire senza cena perché alle 9 in quasi tutti i ristoranti (il bello è che spesso è così anche nelle città più grosse) la cucina chiude.
AUTO: noi abbiamo noleggiato anche auto per alcune tratte e abbiamo fatto la patente internazionale prima di partire (altro non è che la traduzione in inglese della nostra patente italiana). Dalle guide o siti vari delle motorizzazioni non sembrava indispensabile per guidare in Australia, ma ai vari noleggi della Hertz a noi è sempre stata chiesta e poi è una sicurezza in più nell’eventualità di qualche controllo da parte della polizia locale.
Per quanto riguarda invece il costo della benzina è notevolmente inferiore rispetto a quella italiana: nelle città il costo è intorno ai 129 cent di $ australiano, per arrivare nelle zone più deserte come Ayers Rock o Kangaroo Island fino anche a 145 cent di $.
Riteniamo utile accennare da ultimo alla tanto temuta guida a destra. E’ stato il nostro incubo per tanti mesi, oggetto di sospiri e paure e poi la nostra esperienza è stata più che positiva, tanto che ce ne meravigliamo ancora adesso. Premettendo che tutte le strade percorse erano praticamente deserte, girare nelle città non è stato per niente traumatico (o avevo un pilota bravissimo!!!!), infatti sono tutti molto diligenti e rispettosi delle segnaletiche, così che il traffico è più che scorrevole.

Ma torniamo a noi, e per chi ha la voglia e la pazienza, ecco il racconto più dettagliato.

SABATO 28 e DOMENICA 29 LUGLIO:
Sveglia addirittura prima dell’alba (circa 3.30) perché la partenza è alle 6.45 da Bologna con volo Alitalia che in neanche 50 min ci fa atterrare a Roma Fiumicino.
Abbiamo scelto di ritirare direttamente i bagagli a Melbourne così che siamo più comodi nei vari scali che faremo.
E infatti la scelta si rivela corretta fin da subito perché per raggiungere il terminal delle partenze internazionali avremo camminato per almeno 2 Km tra scale mobili e lunghissimi corridoi.
Il volo che ci attende e che in 12 ore buone ci farà atterrare a Hong Kong è effettuato in code share con la Cathay Pacific, una compagnia che ha veramente superato le nostre aspettative. La partenza è prevista per le 12.50 e il tempo che abbiamo a disposizione si esaurisce in fretta tra check-in e lunghe attese per i controlli vari dei bagagli a mano.
E così puntualissimi si parte.
Il volo passa velocemente, avrei pensato peggio, tra un pranzo, la visione di qualche film, un riposino, e una colazione a base di spaghetti e noodles, alle 6 ora locale siamo ad Hong Kong.
Della città non vediamo niente, se non che scendendo è come se atterrassimo sull’acqua.
Trascorriamo le 2 ore di attesa per il volo che ci porterà a Melbourne, in giro per i negozi del terminal.
Ed ecco che ripartiamo. Questo è un volo Quantas e sul fianco dell’aereo leggiamo “Sprit of Australia”, bhe non vediamo l’ora di immergerci e di far parte di questo spirito.
Altre 10 ore ed atterriamo all’aeroporto di Melbourne, siamo stravolti e sono le 21 del 29/07.
Le valige arrivano, dopo un po’ di attesa e quindi preoccupazione, e non sono neanche tanto rovinate (a differenza di altri viaggi) e fortunatamente non ci viene richiesto di aprirle infatti passano senza problemi al controllo doganale e a quello sul divieto di introdurre in Australia alimenti o generi particolari in grado di mettere a repentaglio l’ecosistema Australe.
L’aeroporto dista 22 Km dal centro, prendiamo un taxi che con 55$ ci porta al nostro albergo Rydges Melbourne in Exibition Street.
La stanchezza prende il sopravvento ed andiamo direttamente a letto senza cena alle 23.00.

LUNEDI’ 30 AGOSTO
Alle 4.30 del mattino siamo con gli occhi sbarrati senza riuscire a riprendere sonno e questo jat lag si protrarrà ancora per qualche giorno.
Dopo una lauta colazione compresa nel prezzo pagato per la stanza, siamo pronti per iniziare ad esplorare la città. Il tempo non è dei migliori, è piovuto durante la notte e il cielo è ancora un po’ grigio e fa anche un po’ freschino.
Il nostro albergo è in posizione centrale e cmq la città è contenuta e si può tranquillamente visitare a piedi.
Iniziamo passeggiando per le strade del centro, vediamo i grattacieli stagliarsi in lontananza, altissimi e al loro fianco costruzioni basse di mattoni rossi che caratterizzano i palazzi più antichi, è molto forte questo contrasto.
Arriviamo fino alla Rialto Tower che è il grattacielo più alto di Melbourne. Io (Sara) rimango molto delusa a questa vista perché nella mia mente pensavo più ad una torre (come quella vista a Toronto) e per questo motivo non saliamo neanche al famoso 55° da cui si può ammirare tutta la città (cmq ingresso 12,5$ a testa ed è aperto fino alle 22).
Lì di fianco si trova un complesso di edifici antichi Le Meridien at Rialto.
Ripercorriamo a ritroso la strada fino ad arrivare al Block Palace e Block Arcade, gallerie piene di negozi e caffè.
Arriviamo così alla Flinders Station e attraverso il sottopassaggio siamo sulla sponda dello Yarra River.
Dall’altra parte si trova il quartiere di South Bank, zona culturale di Melbourne. E’ veramente piacevole camminare sulla pista pedonale che costeggia il fiume. Arriviamo così al Crow Casino, è un albergo con all’interno negozi di lusso (c’è anche Valentino) e un casino, è il più grande casinò dell’Australia ed entrarci è veramente spettacolare.
Riprendiamo la pista pedonale, visitiamo il South gate , un centro commerciale con tanti ristornati, i Theatres Building sormontato da una torre che vuole ricalcare la Tour Eiffel, così che siamo alla famosissima Federation Square, un crocevia di strade, auto e gente che cammina.
Qui troviamo il Visitor Center e ne approfittiamo per prenotare l’escursione a Phillip Island per domani pomeriggio (il pullman dell’APT ci passa a prendere direttamente in albergo alle 13.30 e lungo il tragitto vedremo anche una tipica fattoria australiana e il Kaoala Conservation center, un centro di ripopolamento di Koala, il tutto spendendo 164$).
Sono le 13 e decidiamo di noleggiare una bici per vedere i parchi della città, ma visto il tempo minacciare pioggia, il negozio che le affitta (sotto il ponte di Federation Square) è chiuso.
Così proseguiamo a piedi, partendo da Alexandra gardens e attraversando il Kings Domain dove possiamo ammirare un anfiteatro naturale, da qui giungiamo poi alla Governement House sede del governo del Victoria (che però non è aperta al pubblico) e visitiamo l’imponente Strine of Remembrance, un monumento in memoria dei soldati morti durante la 1° guerra mondiale dalla cui sommità si può ammirare la città e i suoi grattacieli.
Da qui si è a due passi dai Royal Botanic Gardens, un parco gigantesco con ecosistemi di tutto il mondo. E’ meraviglioso camminare lungo le stradine a contatto con questa favolosa natura. C’è un lago con cigni e papere, è tutto così rilassato e tranquillo che ci si potrebbe stare una giornata intera.
Purtroppo il tempo è tiranno, noi siamo lontani dal centro ma ci sembra di essere vicino ad Albert park, il famoso parco dove si gira il GP di Formula Uno, così decidiamo di cercare la strada per raggiungerlo.
Ci incamminiamo lungo le vie di un quartiere molto bello, sono tutte case antiche stile vittoriano, siamo a pochi Km dal centro ma di palazzoni di vetro e acciaio non vi è più traccia.
Raggiungiamo finalmente Albert Park, ma sinceramente proviamo una cocente delusione, il circuito di Formula Uno dove le auto da corsa sfrecciano a 200Km/h altro non è che una strada che circonda il lago, trafficata dalle comuni auto nell’orario di punta e degli spalti non si vede neanche l’ombra. Allora chiediamo ad un passante che ci spiega che una settimana prima della gara arrivano squadre di tecnici che chiudono il normale traffico ed iniziano a montare tutto quello che poi noi vediamo in televisione.
Dopo le foto di rito, ci riavviamo verso la città. E’ ormai sera e il sole sta tramontando (17.30), decidiamo di tornare sulla sponda dello Yarra River per fare delle magnifiche foto con le luci dello sky line di Melbourne.
Per cena seguiamo il consiglio della Lonely e decidiamo di cenare al “Solito posto”, il locale è diviso in due ambienti, appena si entra si trova un pub che offre stuzzicherie, mentre nel seminterrato c’è il ristorante italiano che offre piatti sensazionali.Ormai è tardi e così rientriamo in albergo dopo aver conosciuto una coppia di italiani, anche loro in viaggio di nozze.

MARTEDI’ 31 LUGLIO
Ci svegliamo presto anche stamattina e dopo la solita buona e abbondante colazione decidiamo di visitare la parte alta della città.
Il tempo è sempre grigio e fa freschino ma non sembra minacciare pioggia.
Vediamo il Parlamento (proprio dietro al nostro albergo) e proseguiamo per i Parlament Gardens, St Peter Church, il bellissimo Fitzroy Garden con al centro il Tudor Village che altro non è che un’aiuola con tante piccole casine che formano un villaggio in miniatura e un albero sul cui tronco sono stati incisi elfi e fate. Inoltre si possono ammirare tante specie di uccelli e piante diverse, il tutto ordinato e curato nei minimi dettagli.
Il Carlton Garden invece non ci ha entusiasmato gran che, è piccolino, anche se è cmq particolare vedere un parco in mezzo ad un trafficato incrocio di strade e circondato da palazzoni.
Attraversato il quartiere italiano, Lygon Street, arriviamo al Queen Victoria Market, il mercato più grande ed importante di Melbourne (è aperto dal Martedì). Ultimo parco Falgstaff Garden, un piccolo parco che si erge su una collinetta da cui si può scorgere in lontananza la baia e il porto.
Rientriamo con il City Circle Tram gratuito, è un tram di colore rosso, che ferma ad ogni incrocio e fa un percorso ad anello intorno alla città.
Mentre rientriamo in albergo per aspettare il pullman che ci verrà a prendere per il tour a Phillip Island abbiamo giusto il tempo per una foto al quartiere cinese a due passi dal nostro albergo.
Ore 13.00 partenza per Phillp Island. Appena usciti dalla città iniziamo a percorrere una superstrada che fiancheggia una distesa di campi e praterie, intervallati solo ogni tanto dalle fattorie o piccoli centri abitati.
Iniziamo a capire che effettivamente la popolazione si concentra nelle città, mentre appena fuori e per km e km la densità è bassissima.
La prima tappa è a neanche 50 Km da Melbourne, in una fattoria in cui per la prima volta possiamo ammirare da vicino i canguri, wollaby, una specie di procione chiamato woombat, emu, pecore, agnelli, uccelli vari, e per 1$ abbiamo acquistato il cibo da dare loro direttamente dalle mani. E’ favoloso, vedere questi animali che ti si avvicinano per mangiare e si appoggiano alle tue mani per tenerti stretto finchè non hanno finito!
E’ stata una bella esperienza anche se abbiamo sperato di poter rivedere nel nostro mese di Australia questi animali liberi e non “addomesticati”.
Ripartiamo e la strada che percorriamo si fa sempre più bella. In prossimità di San Remo attraversiamo un istmo che separa la baia dall’oceano, vediamo le colline che declinano dolcemente verso il mare e paesini molto carini.
In meno di 1 ora siamo al Koala Conservation Center dove possiamo ammirare , percorrendo un camminamento in legno, tantissimi koala sugli alberi.
La maggior parte di questi sta dormendo (effettivamente è quello che fanno per la maggior parte del giorno, dormono anche fino a 20 ore), mentre altri mangiano le foglie di eucalipto.
E’ stato veramente bellissimo, finalmente abbiamo potuto ammirare uno dei tanti simboli dell’Australia.
Dopo aver scattato all’impazzata foto, siamo pronti per ripartire per la nostra ultima tappa e scopo principale della nostra gita: la Pinguin Parade.
Giusto il tempo di vedere il circuito dove si gira il moto mondiale, ed eccoci al centro visitatori una mezz’oretta prima del tramonto. Ci sediamo su queste gradinate in riva al mare e aspettiamo infreddoliti l’arrivo dei pinguini più piccoli del mondo (max 23 cm di altezza). Nel mentre il tramonto a cui assistiamo sarà uno dei più bei ricordi della vacanza.
Non è possibile fare foto per non disturbare i pinguini mentre risalgono e rendere tutto il più naturale possibile , ma la spiaggia è illuminata con fari da stadio , questo non li disturberà??
Siamo arrivati invece alla conclusione che uno spettacolo così naturale viene in realtà sporcato dalla vena commerciale dell’uomo. Infatti al centro visitatori è possibile acquistare cartoline che immortalano l’arrivo dei pinguini al modico prezzo di 2$ l’una.
Dopo questa vena polemica, ecco che iniziano a “sbarcare” i primi pinguini, sono davvero piccolissimi, hanno una colorazione blu, e dopo un primo momento di incertezza eccoli correre a gruppi di 5/6 per volta verso la spiaggia e il bosco dietro le gradinate.
Il tutto dura circa 1 ora perché poi arrivano parecchi gruppi (anche se la guida ci spiega che agosto non è proprio il periodo migliore perché non essendoci i piccoli, i pinguini sono in numero inferiore rispetto alla stagione estiva).
Ritorniamo verso il centro visitatori attraverso il bosco e incontriamo gran parte dei pinguini risaliti dal mare in mezzo alla boscaglia, è uno spettacolo ancora più bello del precedente, si chiamano, giocano, si rilassano, corrono per cercare la tana, stiamo ad ammirarli a tal punto che ci scappa l’orario e siamo gli ultimi a risalire sul pullman.
Ormai è buio e passiamo l’ora e mezzo per rientrare a Melbourne sonnecchiando.
Cena veloce in uno dei pochi locali ancora aperti per cena (alle 21.00 più o meno tutte le cucine chiudono), tra l’altro senza farlo apposta ancora di cucina italiana (!), alla fine si rivelerà piacevole e il cibo anche buono.
A nanna perché domani è il gran giorno, ritireremo l’auto già noleggiata dall’Italia e ci incammineremo alla volta della GOR.

MERCOLEDI’ 1 AGOSTO
Sveglia sempre di buon’ora, ultima abbondante colazione in questo bellissimo albergo momentaneamente in ristrutturazione e partenza per Franklin Street dove ritireremo alla Hertz la nostra macchina.
Non incappiamo in contrattempi (avevamo già pagato anche un supplemento per ridurre la franchigia direttamente dall’Italia) e possiamo ritirare subito la nostra Toyota Camry blu fiammante. Il contachilometri segna 16.028 Km, praticamente quasi nuova.
Siamo subito un po’ timorosi, anche perché la città è trafficata, ma con le cartine scaricate e quelle che ci hanno dato alla Hertz, sembra non essere difficilissimo.
Le corsie aiutano anche perché tra i due sensi di marcia c’è una divisoria con gli alberi, quindi per il momento non rischiamo nessun frontale.
E infatti in meno di 15 min siamo fuori dal centro e in direzione Geelong sulla Princess HWY n. 1, dopo aver attraversato il West gate Bridge dal quale si può ammirare la città nel suo splendore.
Più rilassati , anche perché il traffico è praticamente inesistente, ci concediamo qualche foto e un po’ di musica (ci sono delle belle stazioni radio, e per fortuna visto che abbiamo dimenticato i cd a casa, che invece si sarebbero rivelati molto utili nel deserto).
In prossimità di Geelong iniziamo a scorgere i cartelli che indicano la GOR, perché la strada da prendere non è più la A1 ma la B800 che costeggia l’oceano appunto.
Svoltiamo per Torquay e poco dopo vediamo le indicazioni per Bells beach, la famosa spiaggia dei surfisti. Ci inoltriamo nel bosco su una passerella di legno con diverse piattaforme per consentire di vedere meglio il mare e fare foto. Il vento è fortissimo e il mare con onde altissime si infrange contro le scogliere. I surfisti sono tantissimi, alcuni stanno aspettando l’onda perfetta, per altri è già arrivata e provano a cavalcarla, è uno spettacolo bellissimo ed inizio a capire perché l’Australia sia considerata la patria del surf.
Ripartiamo e in meno di 30 min siamo ad Anglessa , proseguiamo e dopo poco eccoci nel tratto dove inizia la GOR, ad accoglierci c’è un cartello sopraelevato rispetto alla strada che ci dà il benvenuto lungo la strada più percorsa del mondo per la sua bellezza.
Decidiamo di fermarci al faro di Aireys Inlet e facciamo bene, dalla sommità si può ammirare tutto il promontorio, vedere il mare cristallino, le onde, le verdi colline che lo circondano e la strada che le fiancheggia e che nel percorrerla ci offrirà viste mozzafiato.
Facciamo una breve passeggiata nel parco sottostante questo imponente faro, dai tipici colori, lo capiremo vedendone altri, bianchi e rossi. La macchia sembra quella mediterranea, come quella Sarda, e non ci stupiremmo di trovare piante di mirto.
Riprendiamo il cammino e a Lorne decidiamo di mangiare al Teddy’s Lookout. Vale assolutamente la pena fare questa deviazione di una decina di Km dalla strada principale, perché le viste che si possono ammirare sono spettacolari (è anche difficile provare a trasmettere la bellezza e la magia di questi posti perché è proprio vedendoli che si entra a contatto con l’ambiente circostante). Il nostro pranzo è però disturbato dalla presenza di due uccelli chiamati McPie (una specie delle nostre gazze) che vorrebbero condividere i nostri panini.
Così verso le 13.00 ci rimettiamo in cammino, fermandoci lungo la strada in tutti i look out segnati, perché ne vale veramente la pena.
Giunti ad Apollo Bay la strada lascia la costa per l’interno, il paesaggio cambia, ma la bellezza dei posti è sempre la stessa.
Attraversiamo foreste di eucalipti, e oltre a noi incontriamo solo animali, infatti è stato raro incrociare altre macchine.
Così decidiamo di visitare l’Ottway NP e il suo faro.
L’ingresso è a pagamento (16$ a testa) altrimenti dalla strada non si riesce a vedere niente. La vista dall’alto è spettacolare, si può ammirare oltre al mare e alle scogliere, la ricca vegetazione dell’interno.
Purtroppo il cielo si è annuvolato, se fosse stata una giornata più limpida probabilmente si sarebbe potuta vedere la costa della Tasmania (ci dice il signore che si occupa del faro).
Ripartiamo sicuri che per oggi le sorprese siano finite e invece, nel bosco di eucalipti che attraversiamo per tornare alla strada principale, possiamo ammirare una serie di Koala appesi agli alberi e per di più svegli.
Inizia a piovere, poi smette poi ricomincia. L’idea è di dormire vicino ai 12 apostoli così che domani mattina siamo pronti subito per ammirarli, quindi decidiamo per Port Cambell. Ormai il sole sta tramontando, e la strada dopo Princetown ha ripreso a costeggiare il mare.
La nostra voglia di vedere i 12 apostoli viene colmata già questa sera stessa, perché dopo poco ci vediamo spuntare dal mare una serie di rocce. Non sono proprio i 12 apostoli ma le due falesie di Gibson Steps. Scendiamo la scalinata scavata nella roccia, una cinquantina di gradini irregolari, e camminiamo sulla Gibson Beach. Non sembra difficile credere che in questo tratto di costa siano avvenuti tanti naufragi, il mare assume una potenza incredibile, è impetuoso mosso dal forte vento, ma questo clima contribuisce a rendere ancora più magica l’atmosfera.
Scattiamo foto a più non posso, e non paghi decidiamo di vedere anche i 12 apostoli baciati dagli ultimi raggi di sole, così ci avviamo verso il centro visitatori che dista un paio di km, da qui un sentiero asfaltato permette di raggiungere la costa attraverso un sottopassaggio della strada principale.
Ed ecco che ai nostri occhi si apre lo spettacolo meraviglioso offerto da questi imponenti massi (ora sono 8, anche perché mi pare di ricordare che un paio di mesi fa ne sia crollato un altro), faraglioni di roccia, maestosi, staccati rispetto alla costa.
Orami è quasi buio e anche se non c’è tanta luce ammirarli è bellissimo.
Vorremmo fosse già mattina per essere ancora qui, ma purtroppo dobbiamo ancora raggiungere Port Cambell e trovare una sistemazione per la notte.
Facciamo gli ultimi Km prestando massima attenzione nel caso un qualche animale ci attraversasse la strada. Port Cambell è il paese più grande che abbiamo incontrato da Apollo Bay, ma non aspettatevi una metropoli, è semplicemente una strada con una pompa di benzina, un paio di alberghi e motel, ristornati e qualche negozietto.
Pernottiamo al Waves Luxory Suites per 160$, la camera è molto bella e spaziosa, peccato che ci sia un po’ freddino perché il riscaldamento non era ancora acceso quando siamo entrati.
Usciamo per cenare (attraversiamo la strada!) e degustiamo una deliziosa cena dove per 60$ mangiamo quasi fino a scoppiare (risotto di pesce, barramudi – molto buono- e carne con contorno di verdure). Non ci resta che andare a letto per essere scattanti l’indomani davanti ai 12 apostoli.

GIOVEDI’ 2 AGOSTO
E’ piovuto tutta notte e anche stamattina il cielo è grigissimo e sembra minacciare acqua a catinelle.
Non ci facciamo intimorire e dopo una buona colazione a base di cioccolata calda, cappuccino e toast al miele, alle 9.00 siamo già sulle passerelle di legno costruite per ammirare questi spettacoli della natura.
Il cielo sembra anche volerci regalare qualche raggio di sole. E’ bellissimo assistere alla potenza della natura, ti senti piccolo e ammaliato da questo spettacolo.
Ripartiamo alla volta di The Arch, ma appena usciamo dalla macchina ecco che inizia a piovere, ma non possiamo mancare questo appuntamento, anche perché pensiamo sia vicino, così che muniti di mini-ombrello, ci avventuriamo nella boscaglia. Risultato: arrivati a destinazione dopo aver camminato 10 min non riusciamo neanche a fotografarlo visto che sta diluviando e torniamo fradici alla nostra macchina.
Dopo aver messo il riscaldamento al massimo percorriamo i km che ci separano dal London Bridge, riattraversando la cittadina di Port Cambell.
Assistiamo nel mentre ad un bellissimo arcobaleno che si affaccia tra il mare e l’entroterra.
Arrivati al London Bridge non possiamo fare altro che ammirare questo ulteriore spettacolo: il mare si infrange contro le pareti del “ponte” rimasto in piedi e provoca onde altissime.
Ripreso il cammino ci fermiamo in un altro lookout “ The Grotto “, si tratta di un arco formato sempre dall’erosione di acqua e vento e per raggiungerlo scendiamo dei gradini scavati nella roccia. Qui il mare sembra davvero ruggire anche perché è molto più vicino rispetto agli altri lookout, producendo un rumore di tuono.
Ormai abbiamo ammirato tutto quello che questa fantastica strada poteva offrirci e quindi decidiamo di arrivare fino a Warnambool per il pranzo, fermandoci per fare giusto una foto lungo la spiaggia della Bay of Islands.
Dopo aver pranzato in Lieblg St, che è anche la via principale di Warnambool, al Kodik, un ristornate dall’atmosfera indiana, dove per la prima volta abbiamo mangiato il famoso fish and cips e una patata al cartoccio affogata in una buonissima crema di formaggio, ci dirigiamo alla Logans Beach Whale, a qualche km dalla città, per cercare di avvistare il passaggio delle balene, che come dice la guida dovrebbe avvenire proprio in questi mesi invernali.
Il mare è agitato, si vedono tantissime onde anche al largo che producono la classica schiuma bianca, ma di sbuffi di balena niente, anche se il paesaggio che si apre ai nostri occhi ha meritato la sosta.
Arrivati a Portland, la strada che porta a Mt Gambier (città nella quale abbiamo deciso di pernottare visto che oramai è primo pomeriggio) percorre internamente perché si ricongiunge alla Princess Hwy, ma essendo ancora presto decidiamo di fare una deviazione per Cape Bridgewater.
Bhe è stata la scelta più azzeccata, i 100 km (tra andata e ritorno) meglio spesi di tutto il viaggio perché non segnalato in nessuna guida.
In questo capo la natura prende, nel vero senso della parola, il sopravvento rispetto a quello che la circonda. Si può ammirare un “campo” di piccoli pinnacoli erosi dal vento e dall’acqua del mare che arriva in piccole goccioline nebulizzate.
Sembra un paesaggio lunare. Il vento è fortissimo, ti ostacola nei movimenti, e il mare raggiunge l’apice della sua forza con spumeggianti onde altissime.
Assistiamo a tutto questo da una piattaforma di legno costruita a picco sul mare, e ogni tanto veniamo bagnati dalle onde portate dal vento, anche se il mare è sotto di noi ad una distanza di almeno 50 mt.
Aimè, purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo andare, visti i 150 km che ci separano da Mt Gambier e sono già le 16.30.
Attraversiamo campi coltivati, vediamo greggi al pascolo, mucche e cavalli in libertà. E’ l’imbrunire e iniziamo a rallentare l’andatura (un po’ sostenuta vista la strada larga e l’assenza di altre macchine). Siamo in prossimità di Nelson quando in lontananza vediamo un gruppo di emù, rallentiamo per vederli bene e provare a far loro una foto. Non sono spaventati e ci fissano. Ripartiamo e percorsi neanche un paio di km ecco una famiglia di canguri che cerca del cibo sul ciglio della strada, siamo felicissimi e ammutoliti per la sorpresa.
Anche loro ci permettono di fare una foto e una ripresa e poi saltellando velocemente si inoltrano nel bosco. E’ stato fantastico.
A Mt Gambier pernottiamo al Best Westner lungo la strada principale. Chieste informazioni alla reception sulla visita al Blue Lake per l’indomani, ci spiegano che la stagione non è buona per vedere il colore blu dell’acqua, quindi decidiamo di non andare.
A cena ci fermiamo sempre lungo la strada principale in un ristorante che consigliamo vivamente: Carlton Drought, anche se l’attesa per ricevere la nostra ordinazione è stata improponibile. Mangiamo due magnifiche grigliate strabordanti con verdure miste lessate per 60$ in compagnia di australiani divertenti.
A letto presto che domani ci aspetta l’ultima tratta per arrivare a Cape Jarvis.

VENERDI’ 3 AGOSTO
Ripartiamo da Mt Gambier di buon’ora, fa un po’ freschino ma c’è il sole.
In questo tratto di strada, si percorrono Km nell’entroterra, in mezzo a fitta vegetazione da ambo i lati della strada, vediamo infatti gli stessi boschi dove ieri sera abbiamo visto la famiglia di canguri e speriamo di essere fortunati anche oggi. Ed in effetti (oltre purtroppo a vederne tanti grandi e piccoli morti ai bordi della strada), ne vediamo anche tanti vivi, che al nostro passaggio si mettono a saltellare verso l’interno del bosco.
Come ieri il tempo muta velocemente, un po’ piove e un po’ c’è il sole e quando spunta fuori assistiamo a magnifici arcobaleni.
Attraversiamo la città di Robe, ci fermiamo a fare colazione in un caffè segnalato sulla LP: Wild Mulberry Cafè, è carinissimo, hanno delle torte deliziose e con la cioccolata calda servono anche i mashmellos, e Kingstone dove vediamo il famoso ristornate con l’aragosta gigante all’esterno (è davvero enorme), ma non possiamo fermarci per il pranzo perché sono solo le 10.30 del mattino.
Entriamo nel Coorong Np, la strada è asfaltata e larghissima, anche se il traffico è praticamente inesistente. Vorremmo percorrere il sentiero sterrato che parte al 28esimo miles point per vedere da vicino le dune di sabbia, ci stiamo attenti ma lo saltiamo, un po’ dispiaciuti invece evitiamo il 42esimo miles point perché ricordiamo di aver letto in un racconto che non fosse particolarmente bello, e così optiamo per la Scenic Road, una stradina sterrata che permette di attraversare una serie di lagune e pozze d’acqua all’interno della ricca vegetazione del parco.
E’ una strada ben percorribile con la nostra berlina (non serve nessun fuoristrada). Nei 6 km non abbiamo incontrato nessun’altra macchina, eravamo solo noi e la natura. Abbiamo anche visto le dune di sabbia stagliarsi dalla riva opposta di uno dei laghi, e sono veramente magnifiche anche da lontano.
Ritornati sulla strada asfaltata, attraversiamo la città di Meringie e procediamo per Murry Bridge. Stiamo cercando il passaggio con la chiatta che attraverso il Murray River e ci porta sulla sponda opposta in prossimità di Wellington. Qui le indicazioni stradali non sono bene segnate ed ad un certo punto pensiamo anche di aver sbagliato strada perché le indicazioni segnano per Tallem Bend che sarebbe stato dalla parte opposta alla nostra direzione.
E invece fortunatamente non è così, perché finalmente sulla sinistra c’è la svolta con le indicazioni del battello e percorso neanche 1 km ecco la chiatta.
Può portare al max 5/6 macchine e impiega 5 min ad effettuare la traversata. Percorrendo la strada in direzione Goolwa, costeggiando in parte il Lake Alexandrina, iniziamo a vedere le famose viti , distese e distese di filari molto diversi dai nostri emiliani, perché bassissimi, e le Winery, ma non possiamo fermarci perché abbiamo ancora un po’ di km da percorrere prima di arrivare a Cape Jarvis ed i nostri stomaci iniziano a farsi sentire.
Attraversiamo la città di Goolwa, una località balneare molto turistica e proseguiamo per Victor Harbour lungo la strada panoramica che costeggia il mare.
A Victor Harbour raggiungiamo subito il punto panoramico chiamato “The Bluff”, un promontorio da cui si può ammirare tutta la costa. Si vede Granite Island collegata alla costa attraverso un istmo e si potrebbero avvistare anche le balene ma neanche oggi siamo così fortunati.
Scendiamo verso la città e ci fermiamo per il pranzo sul lungo mare, dove per la prima volta assaggiamo la buonissima carne di canguro (anche se contornata da numerose salse che un po’ ne coprono il gusto). Ripartiti verso le 15.30, non ci resta che raggiungere Cape Jarvis dove alle 18.00 abbiamo il traghetto per Penneshaw. Arriviamo alle 17.15 dopo aver attraversato boschi, campi coltivati e animali lasciati liberi di pascolare, visto un sacco di pale eoliche che sfruttano il vento, sempre fortissimo, per produrre energia.
Il mare sembra calmo, ma è solo apparenza, infatti l’attraversata di un’ora metterà a dura prova il mio stomaco.
Sbarcati il nostro albergo, PENNESHAW SEAFRONT hotel, dista neanche un Km dal porto. La prima sorpresa della serata è che ci è stato riservato un up-grade per la camera e così abbiamo una bellissima suite vista oceano e una bottiglia di vino che ci attende in camera. Nell’albergo, e precisamente di fronte all’ingresso della nostra camera, c’è anche la piscina ma di certo non verrà sfruttata viste le freddissime temperature a cui siamo arrivati.
Consegnate le valige ci copriamo bene perché vogliamo andare a vedere i pinguini al vicino Centro Informazioni (raggiungibile dall’albergo a piedi, $ 18 in due), che si tiene ogni sera alle 19.30 e alle 20.30. Usciti dall’albergo ci imbattiamo con nostro sommo stupore in un paio di pinguini che camminano beatamente sul marciapiede. Sentiamo il richiamo di altri dentro il giardino di una casa vicina. Ci rendiamo quindi conto che la presenza dei pinguini è ovunque , perché risalendo dal mare che è dalla parte opposta della strada, devono attraversare il quartiere per raggiungere le loro tante vicino al centro informazioni appunto.
Ma le sorprese non sono finite! Alzando gli occhi al cielo siamo abbagliati dal firmamento australe, ci saranno state milioni di stelle visibili ad occhio nudo, vediamo persino la via lattea. Saremo stati una mezzora buona ad ammirare questo spettacolo tanto che ci scappa l’orario per assistere alla prima visita guidata ai pinguini e dobbiamo aspettare la seconda.
Dapprima si inizia con la visione di un video della durata di 15 min per capire meglio la vita dei pinguini e poi ci addentriamo lungo un sentiero per vederli da vicino in quanto la guida con una torcia di luce rossa non disturba gli animali. E’ stato molto molto bello. Se ci possiamo permettere, se qualcuno avesse meno tempo o fosse indeciso dove vedere questi animaletti buffi, qui a KI è stato molto più naturale, si sono potuti vedere meglio perché più vicini rispetto a Phillip Island.
Finito il giro verso le 10, tutti i ristoranti o pub hanno già la cucina chiusa, ma riusciamo a muovere a compassione la cameriera del locale all’angolo della strada vicino al benzinaio che ci prepara due buonissimi e caldi toast, e vedendoci infreddoliti ci fa accomodare ad un tavolo vicino al camino che ci accende.
Anche stasera andiamo a letto contenti per aver visto cose spettacolari.

SABATO 4 AGOSTO
Ci alziamo prestissimo perché questa è l’unica giornata intera che abbiamo a disposizione per visitare tutta l’isola, o almeno le cose che abbiamo scelto di vedere che non sono poche.
La nostra prima tappa è Seal Bay. Percorsi pochi Km dal nostro albergo la strada si restringe un po’ (ci sono solo due strade asfaltate che attraversano l’isola, la South road e la North Road, per il resto sono tutte sterrate) e si addentra nel bosco. Ed ecco che davanti a noi incontriamo un gruppo di canguri che saltellano e giocano in mezzo alla strada. Attenti a non investirli proseguiamo per Prospetc Hill (il bivio che porta ad American River, la terza città di KI).
Non si sa come ma prendiamo un bivio sbagliato e poco dopo la strada diventa sterrata. Proseguiamo cmq pensando di essere sulla strada giusta, effettivamente porta nella stessa direzione perché è parallela a quella asfaltata. Siamo come al solito solo noi, ma è bellissimo, facciamo dei salti a volte perché il terreno è sconnesso, ma la mitica Camry non ha particolari problemi.
Passiamo così vicino al Murray Lagon (che altrimenti avremmo saltato) che possiamo ammirare ma non possiamo fare nessuna passeggiata perché non abbiamo tempo sufficiente.
La deviazione ci ha portato via un’ora buona perché cmq dovevamo andare piano vista la strada, ma il paesaggio che ci ha circondato è stato meraviglioso.
Arrivati a Seal Bay, non dobbiamo aspettare che 10 min perché poi parte il tour con guida (26$) che ci porterà sulla spiaggia per ammirare i leoni marini (i tour partono alle 9, 9-45, 10-30 e poi altri tre nel pomeriggio). E’ stato molto bello, tra l’altro un leone marino si era spinto fin sulla passerella dove abbiamo camminato noi per raggiungere la spiaggia e così abbiamo potuto quasi toccarlo (dico quasi perché la guida ci ha spiegato che a volte sono molto aggressivi). La maggior parte di quelli spiaggiati a prendere il sole ed asciugarsi emerge dall’acqua del mare dopo essere andata in cerca di cibo.
Siamo stati così a guardarli una mezz’oretta buona, poi compreso nel biglietto c’era anche la possibilità di fare una passeggiata da soli nel bosco per vedere flora e fauna ma essendo simile a quello che abbiamo visto con il tour guidato, siamo ripartiti appena finito, questa volta su strada asfaltata in direzione Flinders Chase NP.
Arrivati abbiamo trovato un paio di canguri ad attenderci, si sono fatti fotografare e accarezzare, erano deliziosi. Al centro visitatori si può magiare (è l’unico posto dell’isola oltre alle città dove si può trovare da mangiare e da bere) e pagando l’ingresso al parco (16$ compresa la macchina) si può proseguire per visitare il parco. Noi l’abbiamo comprato, ma sinceramente si poteva evitare perché non abbiamo trovato nessuno che abbia controllato il ticket una volta entrati nel parco.
Siamo andati subito a Cape du Coudeic per vedere il faro e poi Admiral’s Arch, dove percorrendo un sentiero formato da passerelle di legno, si scende per ammirare quest’arco scolpito nella montagna. C’è anche una colonia di foche e il paesaggio è meraviglioso.
Lo stesso si può dire per le Remarkable Rocks, distanti dall’Arch una 20 di Km Sono formazione rocciose che si stagliano a pochi passi dall’oceano, una ricorda anche la proboscide di un elefante.
Ci sono cartelli un po’ dappertutto lungo il camminamento che ricordano di stare attenti a camminare sulle rocce perché sono scivolose, specialmente quando è piovuto da poco e si rischia di cadere, o peggio come è anche già successo, perdere la vita.
Riprendiamo la strada di ritorno, vorremmo percorrere una strada sterrata che taglia verticalmente l’isola per raggiungere la North Road, ma le piogge degli ultimi giorni l’hanno resa impraticabile, così non ci resta che percorrere la strada asfaltata che taglia sempre nel mezzo l’isola ma più lunga.
Al bivio voltiamo per Cape Borda e poco dopo la strada diventa sterrata. E’ un susseguirsi di dune, e davanti a noi possiamo vedere la strada proseguire per i 40 km in mezzo al bosco. Arrivati veniamo circondati da numerosissimi canguri, intenti a giocare, saltare e mangiare. E’ uno spettacolo bellissimo che ci ripaga della strada fatta.
Iniziamo a percorre un sentiero che ci porterà a vedere il mare dall’alta scogliera e al ritorno vediamo un’Echidna, animale tipico australiano ma molto diffide da avvistare.
Assomiglia ad un grosso riccio, ma con aculei più lunghi e gialli, ha un naso che gli permette di scavare nella terra e nascondersi in caso di pericolo.
Riprendiamo la strada sterrata e quella asfaltata in direzione Kingscote. Vorremmo visitare Emu Bay ma non faremmo in tempo a vedere il Pellican feeding che c’è tutti i giorni a Kingscote alle 17.00.
La città di Kingscote è più grande di Penneshaw ed ha anche un piccolo aeroporto dove atterra il volo che porta i turisti da e per Adelaide. Quindi è un’alternativa rispetto all’arrivo in traghetto come abbiamo fatto noi.
Il pellican feeding si tiene vicino al porto e già una ventina di minuti prima dell’orario stabilito ci sono tanti pellicani che abitudinari aspettano il loro pasto quotidiano.
Alle 17.00 arriva l’uomo addetto a questo spettacolo, si veste con indumenti adeguati per lo scopo e si avvia dopo aver raccontato una storia sulle usanze del luogo a soddisfare la fame dei pellicani. E’ un bello spettacolo, alla fine sfamati e contenti i pellicani si avviano nuotando verso i loro nidi e noi abbiamo assistito ad un tramonto bellissimo con il cielo colorato di rosa e il mare azzurro che faceva da contrasto.
Ci riavviamo verso l’albergo, ci aspettano un centinaio di Km e una buonissima cena al ristorante dell’albergo dove alloggiamo in compagnia di due ragazzi di Genova conosciuti il giorno prima e che pernottano anche loro qui.
E’ stato molto divertente scambiarci informazioni e consigli su quanto ognuno di noi aveva già visto o stava per farlo.
Orami è tardi e domani alle 10.30 abbiamo il traghetto che ci porterà a Cape Jarvis e da lì proseguiremo alla volta di Adelaide perciò a nanna.

DOMENICA 5 AGOSTO
Alle 9.40 siamo già sulla nave e fortunatamente la traversata è molto più bella dell’andata, possiamo anche andare fuori sulla prua a goderci il panorama e sorseggiare il cappuccino con pasta che ci siamo concessi visto il mare non mosso.
Dobbiamo dirigerci verso Adelaide perchè la famiglia abita a 20 km dalla città, il quartiere è Morphett Vale, un posto tranquillo. Non vediamo l’ora di vederli anche perché ci sembrerà di essere un po’ a casa.
Attraversiamo le campagne ricche di appezzamenti di terreni e le bellissime viti di McLaren Vale. In meno di 2 ore siamo a Morpett Vale, non prima di esserci persi in quei quartieri un po’ tutti uguali e squadrati e aver chiesto informazioni ad un signore che si è rivelato essere di origine italiana e con il quale siamo stati piacevolmente a chiacchierare.
Arrivati a casa loro veniamo accolti nel migliore dei modi, il pranzo è già pronto e la famiglia tutta già riunita in nostra attesa. Poi proseguiamo in direzione di Glenelg una località balneare per ricchi (dicono loro, infatti anche se non è alta stagione nel porto sono attraccati tantissimi yacht). E’ bellissimo per una volta non doversi preoccupare della strada, di quale direzione scegliere, ma farsi guidare da altri che conoscono e spiegano i posti!
Alla sera andiamo a mangiare in un bellissimo ristorante sul lungomare, con formula “All you can eat” ovvero pagando l’ingresso 30$ a testa si mangia a buffet tutto quello che si vuole e la scelta è vastissima, dai cibi asiatici orientali, a pesce fresco crudo o lavorato in vari modi, carne, dolci a gogo buonissimi.
Usciamo tutti e andiamo a vedere, da un look out su una collina, Adelaide di notte illuminata dalle luci. E’ una scena bellissima, molto romantica, e in effetti è pieno di coppie!
A nanna che domani ci attende un’altra bella giornata di visite.

LUNEDI’ 6 AGOSTO
Sveglia di buon ora, colazione con muffin fatti in casa buonissimi e poi via per scoprire tutto quello che si può!
Innanzi tutto andiamo a vedere la spiaggia di Morphett Vale e poi proseguiamo lungo una strada panoramica a piccolo sul mare, ammirando case bellissime. Poi con il nostro pulmino Toyota percorriamo sul bagnasciuga un lungo tratto di spiaggia. Io e Marcello ci guardiamo stupiti e ridiamo, perché spieghiamo in Italia non è consentito viaggiare sulla spiaggia mentre in Australia è la cosa più normale di sto mondo.
Ci portano a visitare una Winery a McLaren Vale e poi proseguiamo per andare a pranzo sulla sommità del Monte Lofy da cui si ammira tutta Adelaide e le colline.
Il pranzo è gradevolissimo in loro compagnia e per la prima volta assaggiamo quello che si rivelerà il piatto fondamentale di tutte le nostre cene: weggies potatos. Sono patate fritte o cotte al forno ma più croccanti e meno unte che vengono servite con una crema di formaggio acido, sono veramente buonissime.
Orami sono le 13.00 e il papà nel pomeriggio deve andare al lavoro. Così tornati casa decidiamo di andare a visitare il centro di Adelaide da soli.
La viabilità di Adelaide ha una particolarità: la strada principale, la Expressway, che porta in centro dai quartieri meridionali ho un senso di percorrenza diverso a seconda dei giorni e degli orari, in pratica ha un unico senso di marcia o verso Adelaide o da Adelaide a seconda del traffico di punta: es al mattino l’unica direzione è verso Adelaide centro e alla sera da Adelaide centro ai quartieri periferici. Quando il senso di marcia è opposto rispetto alle esigenze del guidatore ci sono strade alternative che si possono percorrere per raggiungere la propria destinazione (Main South Road).
E così in 30 min siamo in città. Adeliade si caratterizza per essere circondata da parchi. E’ una città molto tranquilla. Parcheggiamo in un parcheggio vicino al parlamento che dista un isolato dalla via principale The North Tce. La percorriamo fino in fondo e visitiamo il mercato di Adelaide il Central Market che è più piccolo rispetto a quello di Melbourne e alle 15.00 ora in cui siamo arrivati noi, sta quasi per chiudere, passando davanti al Comune e alle poste. La piazza centrale Victoria Square è in fase di ammodernamento quindi vediamo poco di quello che la circonda.
Ritornando sui nostri passi percorriamo il Mall, la strada chiusa al traffico piena di negozi, il mio sogno!!!! Entriamo in diversi negozi ma quello che più ci affascina è il Mayer, sono 5 piani di negozi, grande magazzino con tutte le marche possibili (lo avevamo già visto in Canada). Ci fermiamo al reparto uomo, e Marcello inizia a provare diverse cose. Il commesso ad ogni nostra richiesta esclama: “NO WORRIES”, con una particolare inflessione della voce. Poi iniziamo ad accorgerci che è sempre più pressante e un po’ incalza i nostri acquisti, capiamo che è perché il negozio tra 5 minuti chiuderà (lo dice l’altoparlante) e noi ci meravigliamo pensando di essere rimasti dentro al negozio per più di 3 ore senza accorgercene, pensando che i negozi chiudano come in Italia alle 7.30. E invece sono le 17.00!!!!!!!!!!!! e quando usciamo il Mall prima affollatissimo è quasi deserto, tutti i negozi hanno ormai le saracinesche chiuse e anche i ristoranti o bar stanno iniziando a pulire per poi chiudere. Ormai rassegnati non ci resta che tornare al parcheggio, non prima di aver visto il fiume che attraversa la città e fatto alcune foto al bellissimo al tramonto.
E’ la nostra ultima cena in famiglia, il cibo è buono e abbondante. Ormai i nostri discorsi sono rivolti unicamente all’attesa della famiglia che ci ha ospitato in Italia, e a consigli per come affrontare il resto del viaggio che ci attende.
Porteremo sempre un bellissimo ricordo di questi giorni insieme a loro, ringraziandoli ancora per averci trattato come figli.
Prepariamo le nostre valige e a letto, domani abbiamo il volo alle ore 9.30 e dobbiamo raggiungere l’aeroporto e consegnare la macchina, così la sveglia sarà alle 6.00.

MARTEDI’ 7 AGOSTO
Dopo una buona colazione siamo già sulla nostra Camry alle 7.00 del mattino. Nonostante ci avessero detto che il traffico di prima mattina è quasi inesistente, ci mettiamo quasi un’ora ad arrivare all’aeroporto.
Sbrigate le formalità della riconsegna (al ritorno il contachilometri segnava 17.855) Il volo parte in orario e dura 2 ore e 15 fino ad Alice Springs. Dopo neanche mezz’oretta dalla partenza dal finestrino si inizia a vedere il mutamento di colore della terra sottostente: dal verde delle colline si passa prima ad un marrone arido e poi al rosso brillante e tanto atteso del deserto. Non riusciamo a staccare gli occhi dal finestrino da tanto che siamo ammaliati.
Ad Alice Springs dobbiamo cambiare aereo, e il secondo volo dura neanche 1 ora. Siamo dalla parte fortunata e già in volo vediamo Uluru e Kata Tjuta. Sono imponenti e meravigliosi.
Arriviamo all’aeroporto (o quello che è visto che è appena più grande di un container e c’è solo quello per km e km) di Ayers Rock alle 14.00.
Ritiriamo i bagagli e ci facciamo consegnare le chiavi della nostra nuova macchina, è un Rav 4, cinque porte bianco fiammante che ha percorso 51.501.
Felici per la nuova macchina partiamo alla volta del resort dove abbiamo prenotato la notte al The Lost Camel. Sinceramente la struttura, questo agglomerato di alberghi, centri informazione, supermercati, è un pugno in un occhio, in mezzo al nulla, alla natura incontaminata ti trovi queste costruzioni che accolgono i turisti che giorno dopo giorno a migliaia vanno a visitare quelli che sono i luoghi sacri per gli aborigeni mentre per noi sono i simboli dell’Australia.
La camera è veramente bella, ha il letto centrale tutto colorato con tanti cuscini, c’è uno stereo con lettore cd (perché la radio non funziona, mentre i cellulari hanno cmq campo), è molto curato ogni dettaglio! Ci siamo trovati molto bene anche perché in camera poco dopo il nostro ingresso è arrivato il cestello con la bottiglia di vino e i calici per brindare alla nostra luna di miele!!
Non possiamo aspettare e nonostante abbiamo i minuti contati perché alle 5.15 ci viene a prendere il pullman per portarci alla ormai mitica Sound of Silence (la cena nel deserto con la quale ho tanto rotto a mio marito perché la facessimo visto cmq il costo considerevole, mi pare costi 170$ se l’acquisti sul posto mentre dall’Italia come abbiamo fatto noi intorno ai 140 € sempre a testa, diciamo che il cambio è un po’ sfavorevole !!!) decidiamo cmq di avviarci verso Uluru.
Sfrecciamo nelle strade deserte, il resort dista circa 30 Km dall’ingresso del parco, dove si deve pagare il biglietto di ingresso (sono 25$ a testa, viene rilasciato un pass con il timbro del giorno di scadenza e noi abbiamo dovuto scrivere i nostri nomi) e ha validità per tre giorni sia per Uluru che per i Kata Tjuta.
Più ci avviciniamo è più ci appare bellissimo, ha un colore arancione intenso. Ci fermiamo lungo il ciglio della strada almeno una decina di volte per cercare la foto migliore dalle diverse angolazioni possibili.
Arriviamo fino al centro visitatori (a circa 2 Km dall’inizio dei vari sentieri che portano lungo la base del monolito e che faremo domani). E’ interessante, c’è un percorso che cerca di spiegare la vita degli aborigeni, ci sono vari negozi di arte e un caffè.
L’alba domani sarà intorno alle 7.00.
Ripresa la macchina e tornati al resort abbiamo giusto il tempo per cambiarci ed aspettare un decina di minuti il pullman. Saremo circa 30 tra gli ospiti al The Lost Camel ed al Sail in the Desert (altro albergo del complesso resort).
Il pullman ci porta lungo una strada sterrata e si ferma in prossimità di una collinetta, dalla cui sommità si può ammirare Uluru e i monti Olgas. Ci accolgono con un bicchiere di spumante e una serie di tartine come antipasto, in cui per la prima volta possiamo assaggiare la carne di coccodrillo.
Possiamo ammirare il cambio di colore (il sole è già tramontato dietro ai monti Olgas così che appaiono già di un grigio chiaro, mentre Uluru è illuminato dagli ultimi raggi e inizia a perdere la brillantezza dell’arancione. E’ impressionante come siano percettibili questi cambiamenti di colore nel giro di pochi minuti) mentre un ragazzo aborigeno inizia a suonare lo strumento tipico australiano (e che assolutamente dobbiamo portarci a casa): il Didjeridoo, uno strumento musicale ricavato dal tronco di un albero, a volte è colorato mentre altre è lasciato al naturale.
Finito l’aperitivo e orami calato il buio è ora di accomodarci ai tavoli, siamo in un prato, i tavoli sono apparecchiati con tovaglie bianche e ci sono i classici funghi che riscaldano un po’ (anche se poi non saranno sufficienti per combattere il freddo pungente della sera).
La cena è ottima, è servita a buffet, un tavolo alla volta si accomoda per scegliere quello che vuole mangiare: ci sono le carni tipiche dell’Australia, dal bufalo al canguro, dal coccodrillo alla carne di mucca e il pesce d’acqua dolce barramudi.
Finito anche il buffet di dolci (sempre buoni anche quelli), arriva il famoso conoscitore delle stelle che ci spiegherà il firmamento dell’emisfero australe. E’ una ragazza e dopo essersi presentata e fatto spegnere le luci, con voce seria e impostate ci dice: “… AND NOW LISTEN THE SOUND OF SILENCE … ”. E’ stata una sensazione magnifica, noi, in mezzo al deserto, con una silenzio innaturale ad ammirare questo firmamento che è ancora impresso nei nostri occhi. Ci ha spiegato le varie costellazioni partendo dalla Croce del Sud. E’ stato molto bello. Alle 21.00, non si resisteva però più dal freddo e per fortuna vediamo il pullman che ci torna a prendere.
Arrivati in camera accendiamo al massimo il riscaldamento.
Domani vedremo l’alba!

MERCOLEDI’ 8 AGOSTO
Ci alziamo alle 6.30, effettivamente un po’ tardi per arrivare in tempo ad Uluru per vedere l’alba.
Infatti ci arriviamo alle 7.20 (fatto anche il check-out), quando il monolito ha già assunto una colorazione rosa intenso. E’ cmq bello e fa ancora tanto freddo.
Decidiamo di iniziare a percorrere la base senza scalare la montagna in rispetto della gente che la ritiene sacra, ma non è la decisione di tutti, perché appena parcheggiata la macchina nel parcheggio Mala Car Park da dove parte il sentiero Base walk c’è anche l’inizio del sentiero per la scalata, dove si possono vedere in fila indiana tante persone che hanno già intrapreso questo tipo di esperienza.
Alla fine percorriamo tutti i 9,4Km del sentiero Base Walk, in 2ore e 15 min (la guida indicava 4 ore), non è per niente stancante e premette di ammirare in tutte le prospettive possibili e immaginabili, incrociando anche gli altri due sentieri Mala Walk e Kuniya Walk che la guida indicava in caso non si volesse percorrere il giro completo.
E’ stato veramente unico, ti senti a contatto con la natura perché sai che oltre quel campo davanti a te non c’è niente per Km e Km.
Ci fermiamo alle 11.00 al centro visitatori perché siamo rimasti affascinati dall’arte aborigena, la scelta nei negozi è vastissima ma non rimaniamo colpiti da nessun dipinto in particolare e, visto che i prezzi sono abbastanza elevati, decidiamo di aspettare e rimandare l’acquisto. Finchè siamo qui facciamo colazione e siamo pronti per ripartire alla volta di Kata Tjuta (i monti Olgas) che in aborigeno significa “tante teste”, è proprio quella l’impressone che si ha quando ci si inizia ad avvicinare. Ci fermiamo una ventina di Km prima in un punto panoramico segnato sulla strada, dal quale si ha una bellissima prospettiva di questi 37 (credo) massi arrotondati che sembrano proprio teste.
Arrivati al parcheggio, decidiamo di iniziare il sentiero più lungo, sono 4,7 Km che attraversano la Valley of the Wind, e le guide dicono si fanno in 3 ore (ma avendo visto come sono i rapporti Km/H pensiamo di mettercene meno), fermandoci dapprima al primo punto di sosta Karu Lookout e se il fiato e le gambe ce lo permettono di proseguire ancora per il secondo lookpoint Karingana.
Qui a differenza di Uluru incontriamo molte persone, la maggior parte sta già scendono, in effetti alle 12.00 è un po’ tardi per partire visto che il sole a picco sembra farci bruciare. Il sentiero è subito costruito con tanti sassi rossi, come i colori del deserto, e poi diventa ghiaioso.
Arrivati al primo look out, dopo neanche 30 min, quello che si può ammirare è l’ingresso del canyon e in lontananza Uluru. Non siamo stanchi, solo un po’ assetati visto che cmq è stato per la maggior parte in salita, e decidiamo di andare avanti, il sentiero che segue, è anche un po’ in mezzo al verde, quindi un po’ più fresco. Per chi non avesse abbastanza acqua (che sarebbe bene invece avere in abbondanza) ci sono delle cisterne che raccolgono l’acqua piovana e dalle quali si può bere e riempire le bottiglie.
Sembra di essere in montagna, perché il sentiero si va veramente arduo, c’è una ripidissima salita per arrivare all’interno del canyon ma la vista che poi si vede dall’alto è fantastica. Continuiamo la camminata che poi diventa in discesa e si mantiene pianeggiante per tutto il resto del tragitto (è un percorso ad anello che riporta al primo lookpoint).
E’ stata molto bella e suggestiva, per chi avesse poco tempo è consigliabile rispetto a quella a Uluru, anche se in una mezza giornata si fanno entrambe. Infatti in 1ora e 30 siamo già di ritorno.
Piccola nota informativa: le mosche. A noi non hanno data particolarmente fastidio durate la mattinata mentre nelle ore più calde ne abbiamo sentite molto di più. Ritengo che cmq in agosto non sia necessaria la protezione delle retine, anche se si trovano al costo di 8$ sia al centro visitatori che al resort.
Con ancora negli occhi il ricordo di questi fantastici sentieri siamo al Centro visitatori del Resort per il pranzo (al take away abbiamo mangiato nuggets di pollo e le solite wedges potatos) e fatto acquisti considerevoli. Infatti nel negozio di arte aborigena proprio nella piazzetta dove c’è la fontana con l’acqua che ruota al contrario rispetto al nostro continente (è stata la prova inconfutabile che siamo dall’altra parte del mondo!!!), abbiamo acquistato un quadro aborigeno con tanto di certificato, caso mai ci siamo fatti un po’ fregare sul prezzo che è stato abbastanza salato, ma ci ha colpito e nella nostra nuova casa sta benissimo!
Compriamo qualche stuzzichino da sgranocchiare in macchina e riprendiamo la marcia verso Kings Canyon, la nostra prossima tappa.
Dobbiamo percorrere 300 Km, dapprima la Lasseter Highway e poi la Luritja Road, in mezzo al nulla, solo terra rossa rossa e vegetazione bassa e cespugliosa. Appena fuori dal resort i cellulari non hanno più campo fino quasi ad Alice Springs.
Ci fermiamo a fare benzina un paio di volte, come consigliato su ogni guida e da persone che abbiamo incontrato lungo il nostro cammino, perché le stazioni di servizio sono davvero poche e chiudono anche presto, così da evitare di rimanere senza, il ricordo infatti di Curtin Springs rimarrà vivo nella mia memoria .
Quello che più ci fa riflettere è pensare che una città nel deserto, tolte naturalmente quelle dove ci sono posti di attrazione, non si possono definire tali, non hanno niente, ci saranno 10/15 abitanti, c’è un bar ristorante, una pompa di benzina e le loro case, e noi in Italia non ci rendiamo conto di quanto siano vicine le case anche nelle nostre campagne.
Ormai è il tramonto, ci mancano ancora 50 km, la stanchezza della giornata inizia a farsi sentire, quando vediamo un gregge di mucche che ci attraversa la strada come se niente fosse, inchiodiamo e non possiamo fare altro che attendere che liberino la strada. Mai e poi mai avremmo pensato partendo per l’Australia di rischiare di investire mucche invece che canguri!
Ormai è buio, vediamo alla nostra destra sfilare la sagoma del Canyon che domani mattina ci regalerà nuove emozioni, e verso le 18.00 arriviamo al “resort” di Kings Canyon. Oltre la struttura la strada finisce e per chi non è dotato di fuoristrada o non vuole intraprendere l’avventura, una volta visitato il Watarrka National Park per arrivare ad Alice Springs è obbligato a rientrare per la strada fatta e poi prendere il bivio con la Stuart Hwy, altrimenti si può invece proseguire e percorrere appunto la famosa strada sterrata Meereenie Loop Road.
Il resort non è per niente bello, è l’unico posto per pernottare, ma sinceramente mi sarei aspettata qualcosa di più visto anche quando ci è costato!
Doccia veloce e subito a mangiare: andiamo al Outback BBQ and Grill: come al solito si paga prima alla cassa, ti danno il numero e poi un cameriere verrà a servire l’ordinazione. E’ un posto simile ad una taverna, con tavoli di legno lunghi e panche, ci si siede in compagnia di altre persone, è un po’ spartano ma il cibo è ottimo. Abbiamo mangiato due belle bistecche alla griglia con patata al cartoccio e panna acida (64$), ascoltando musica e animazione di due signori un po’ attempati che danzavano però come grilli!
Sfatti ci fondiamo a letto!
Dopotutto domani è un altro giorno!


GIOVEDI’ 9 AGOSTO
La sveglia è sempre alle prime luci della mattina, fatto il check out, decidiamo di saltare la colazione e dirigerci subito all’ingresso del Canyon che dista una decina di Km dal resort.
Ci sono due possibili camminate, una che percorre l’interno, è breve e meno faticosa e fa vedere dal basso le pareti rocciose del canyon alte anche più di 100 mt e l’altra, che decidiamo di far noi, di 6 Km chiamata Kings Canyon Rim Walk che ti porta dopo una ripidissima salita in cima al Canyon e rimanendo in quota ti permette di scorgere viste mozzafiato e sentirti un po’ il “re del mondo”!
La salita come dicevo è veramente dura, si salgono tutto d’un fiato i 100mt di pendenza e ci sono delle piazzole dove ci si può fermare per riposarsi, una volta in vetta, il sentiero diventa assolutamente pianeggiante ed è una bella camminata! In alcuni tratti si deve proprio attraversare il Canyon per raggiungere l’altra sponda e lo si fa su piattaforme di legno che congiungono le due sponde. Se si ha voglia si può scendere a vedere il Garden of Eden. Noi abbiamo scelto questa digressione e ne è valsa veramente la pena, si scende sempre su scale di legno fino al letto del fiume che in agosto non è molto ricco di acqua, e l’atmosfera che si respira regala pace! Peccato che ci fossero molti alti turisti con un gruppo organizzato che ha rovinato un po’ la bellezza del luogo.
Risalito il sentiero, che rifatica!, non ci è restato che scendere per ritornare al parcheggio, anche qui il sentiero permette di fare un giro ad anello in vetta alle montagne, così da vedere sempre cose nuove! E’stato molto bello!
Ripresa la macchina siamo ritornati ai ristorante del resort per pranzare al George Gill Bar con due piadine con pollo e patatine.
Ormai è l’una del pomeriggio, e dopo averci pensato bene siamo pronti per affrontare la strada sterrata Mereenie Loop Road. Siamo stati un po’ indecisi perché chiedendo informazioni su come affrontare la strada, ci è stato detto che il giorno prima c’era stato un incidente con anche un morto, ma alla fine abbiamo pensato che probabilmente non ci torneremo più, che da molti altri racconti letti non era successo niente, e ci siamo convinti. Abbiamo fatto il tour pass al distributore del resort (si devono pagare due dollari simbolici perché si chiede il permesso di percorrere la strada che è di proprietà aborigena, e rilasciare i propri dati con la targa del veicolo), fatto benzina, comprato acqua e cibo e via alla volta di Alice Springs sulla strada sterrata.
Giustamente soltanto i fuoristrada possono percorrere questa strada, nonostante le guide dicano che anche una macchina normale un po’ robusta lo possa fare.
La strada è rovinatissima, sono dossi (come quelli che fanno rallentare il traffico in città ma di larghezza inferiore) duri a causa della terra pestata più volte, la pista sarà larga 6 km e si percorre al centro per comodità. Appena partiti la nostra velocità è stata bassissima 30km/h, subendo i dossi e le cunette terribilmente (altro che idromassaggio!) e pensando di dover percorrere i 150km così ci avremmo messo 8h più o meno ci siamo posti la domanda se proseguire o tornare indietro, ma poi come si fa…. E allora abbiamo preso coraggio, imparato come affrontare questo sterrato e via, abbiamo percorso questa strada a più di 100km orari, era come galleggiare sulla strada, ci guardavamo ridendo perché era veramente bello.
Abbiamo incontrato in tutto una decina di macchine e tutte le volte da entrambe le parti la velocità diminuiva per cercare di ridurre la polvere e si percorreva la strada al margine e non più nel mezzo, ci si salutava con la mano per far vedere che non c’erano problemi e che tutto andava bene. Abbiamo incontrato anche un gruppo di cavalli selvaggi che per un po’ ha affiancato la nostra auto al galoppo, è stato bellissimo, ma pensare di rimanere a piedi lungo questa strada non è certo un idea che conforta il viaggiatore. La cosa che più ci ha impressionato è stata la vista di un albero spoglio senza foglie sui cui rami erano stati infilati un sacco di copertoni di autovetture raccolti dal ciglio della strada (perché lungo la pista se ne vedono tantissimi abbandonati lungo il bordo) ed anche di una bicicletta: è sembrata una scena surreale di un quadro moderno di Dalì. Alla fine abbiamo percorso la strada sterrata in circa 2 ore e questo sarà uno dei ricordi più belli del viaggio (soprattutto per mio marito!).La prima cittadina che si incontra dopo Kings Canyon è Hermannsbourg, e incuriositi dal commento della guida abbiamo svoltato per vederla vista anche l’ora non tarda e i tempo a disposizione. Siamo così venuti a contatto per la prima volta con il mondo aborigeno vero (avevamo visto già un paio di aborigeni ad Uluru ma erano persone che lavoravano e sembravano anche relativamente integrate nella comunità), quello più degradato e sinceramente è stato molto triste. Il paese si sviluppa unicamente lungo la strada asfaltata dove si vedono agli angoli delle vie gruppi di donne e bambini sporchi, che guardano la nostra macchina passare. La cosa che più ci ha colpito è stato vedere tutta questa gente (anche bambini di 4/5 anni) con i capelli ossigenati biondi platino che creavano contrasto con la loro pelle scura. Dai racconti letti non immaginavo cmq il degrado in cui vive questa popolazione confinata ai margini e sostenuta con il minimo indispensabile che a volte non è sufficiente per garantire loro una dignitosa esistenza.
Fatte queste considerazioni ci mettiamo meno di 5 min ad invertire il senso di marcia e ritornare sulla strada principale in direzione di Alice Springs sulla Larapinta Drive. Percorriamo gli altri 150 Km e iniziamo a veder stagliarsi in lontananza la catena dei McDonell Rangers, i monti che circondano appunto la città. Come si può ben immaginare anche qui la città si è sviluppata lungo le arterie principali e mantiene una grandezza ridotta. Parcheggiata l’auto in una via vicinissima a quella principale andiamo a visitare la città che altro non è che il Todd mall appunto e la stazione del telegrafo. C’è pieno di negozi di arte aborigena, alcuni aborigeni che vendono negli angoli della strada le loro tele (alcune anche carine ma noi l’abbiamo già presa), siamo indecisi se acquistare già qui il nostro didjeridoo o aspettare come consiglia la LP di essere a Katherine. Entriamo in un negozio specializzato in attrezzatura da montagna, Salewa, e Marcello non credendo ai suoi occhi, compra, visti anche i prezzi competitivi rispetto a quelli italiani.
Orami è tardi, i negozi stanno iniziando a chiudere e noi decidiamo di andare in albergo per poi uscire per cena.
L’albergo, Novotel Outback Alice Spring, è fuori dal centro, verso i monti McDonell vicino ad un campo da golf molto rinomato, e leggendo la descrizione ci era piaciuto molto, ma sinceramente si è rivelato il peggior albergo scelto. E’ di nuovissima costruzione, ma sembra già vecchio e un po’ sporco, basta pensare che il bagno è di plastica, sono i bagni che si usano per i camion, un’indecenza! Ma va bhe per una notte e poi c’è da dire che siamo sempre in mezzo al deserto e che la città è circondata dal nulla per centinaia e centinaia di Km.
Decidiamo invece di trattarci bene per la cena e andiamo a mangiare al famosissimo (ormai dopo averlo letto in quasi tutte le guide dell’Australia e in tanti racconti di viaggio) Overlanders Steack House, in una laterale del Todd Mall. Il locale è veramente carino, è stata ricreata un’atmosfera d’altri tempi, incentrata sui cow boys alla ricerca dell’oro o cose simili! Appena ci si siede al tavolo vengono a chiederti di che stato sei e ti appoggiano una bandierina corrispondente al tuo stato, poi i menu, i sottobicchieri ti vengono regalati in ricordo della serata!
E’ piuttosto caro ma il cibo è ottimo, si mangia prevalentemente carne, e decidiamo di assaggiare tutto il menù, grazie al Drover’s Blowount, è un menù standard che a 60$ a testa ti fa assaggiare un sacco di roba (antipasti con 6 diversi tipi di carne: bufalo, canguro, cammello, emù, coccodrillo e mucca), zuppa e come secondo una buonissima steak weel done con patate e contorni vari, anche il mais! Ci siamo divertiti un sacco e con la pancia piena ci sentiamo veramente bene dopo la camminata che abbiamo fatto anche oggi.
Non ci resta che tornare al nostro (pessimo) albergo e rifare ancora una volta la valigia che domani abbiamo l’aereo che ci porterà a Darwin.



VENERDI’ 10 AGOSTO
L’aereo parte alle 12.15 così che abbiamo qualche ora per visitare ancora il centro cittadino e fare gli ultimi acquisti. Ripercorriamo il Todd Mall in cerca di Didjeridoo ma alla fine decidiamo di non acquistarlo e aspettare Katherine. Compriamo invece una targa automobilistica del 68 (ormai le targhe sono diventate un must e le abbiamo di tutte le città visitate). Alice Springs è la città con più gallerie d’Australia (credo io essendocene una ogni 10 metri) e tutte offrono una vasta gamma di tele e oggettistica, e noi ci lasciamo come al solito incantare da questi quadri a puntini con significati totalmente indecifrabili senza una legenda e compriamo un altro quadretto e due sciarpe per le rispettive mamme (come saranno contente!). Qualche altro acquisto ed è già ora di ripartire, direzione aeroporto che dista neanche 15 min dalla città. Eravamo già atterrati di passaggio per Ayers Rock, ma riconfermo l’impressione avuta all’inizio dicendo che non sembra tale, praticamente le piste sono in mezzo al nulla, una striscia di asfalto tra la polvere rossa e l’aeroporto stesso è grande come un medio centro commerciale.
Lasciamo la nostra fedele compagna di questa avventura nel deserto con il contachilometri che segna 52.329 Km e ci avviamo per le formalità dell’imbarco.
Al check-in inizia il primo dramma della vacanza: innanzi tutto il peso delle valige: la mia è a 29 kg mentre quella di Marcello a 31,5 kg, fortuna che per le tratte nazionali il peso massimo consentito è di 32 kg ma per il ritorno in Italia come faremo visto che i kg massimi permessi sono 20 e siamo a neanche metà vacanza??????????? Ma fossero tutti qui i problemi! La hostess nel farci la carta di imbarco vedendo che siamo diretti a Darwin con voce sconsolata e mista a compassione ci avverte che ci sarà un leggere disguido dovuto alla cancellazione di una altro volo, ma stanno cercando di rendere la nostra partenza il più regolare possibile. Va bhe! Facciamo il controllo bagagli a mano e Marcello viene selezionato per il controllo “antibombe”, la poliziotta lo informa che con un marchingegno simile al metal detector riesce a rilevare se è in possesso o venuto a contatto con polvere da sparo o sostanze simili. Naturalmente risulta tutto regolare e possiamo procedere verso quella che sarà l’odissea della giornata. In verità è successo che gli aerei che dovevano arrivare ad Alice Springs da Ayers Rock alle 10 e alle 12 non sono riusciti per un quanto mai fantomatico guasto tecnico e che per tale motivo saremo noi, con il nostro volo, ad andarli a prendere e da lì dirigerci alla volta di Darwin. Ci fanno imbarcare e attendere sull’aereo 1 ora, ormai in preda al nervosismo si parte e dopo la solita oretta atterriamo ad Ayers Rock (nuovamente per noi!!!), salgono i passeggeri che altro non sono che una ventina (e avrebbero fatto partire due voli con 10 persone l’uno? No, ed ecco l’idea di inventare il guasto tecnico, tanto ci sono quelli ad Alice Springs che arrivano), va bhe e così passa un’altra oretta buona seduti sull’aero prima di avere l’autorizzazione per decollare. Morale della favola siamo a Darwin invece che alle 14.10 alle 17.30, con il pomeriggio, unico a disposizione per visitare la città, perso e questo mi fa innervosire non poco, anche perché non vedevo l’ora di arrivare qui per scoprire quello che la guida indica essere “l’avamporto dell’oriente”. Con il senno di poi sono rimasta molto delusa perché di orientale non ci ho visto niente (o forse il tempo che avevamo non è stato sufficiente per scoprirlo).
Decidiamo di andare all’albergo, il favolosissimo Saville Park Suite con il pulmino che parte dall’aeroporto e con 10$ a testa ti porta al tuo albergo.
E’ qui che incontriamo due ragazzi, anche loro in viaggio di nozze, ma quanti! di Napoli, Irma ed Ernesto con i quali passeremo una settimana insieme!Anche loro sono alloggiati al Saville, albergo situato sull’Explanade, la via principale di Darwin di fronte al mare, e così decidiamo di darci appuntamento dopo il check-in per fare insieme un giro per la città.
La camera, se si può definire così (perché sembra invece un appartamento) è bellissima, è al settimo piano, e si può godere di una bellissima vista del mare e del porto. E’ dotata di tutti i confort, ci sono sala e cucina, con un frigo gigante pieno di ogni ben di dio, e il bagno ha la lavatrice e l’asciugatrice!! Non ci posso credere, finalmente possiamo lavare un pò di roba!
Ci incontriamo con gli altri ragazzi nella hall e ci incamminiamo lungo Mitchell St che è proprio dietro al nostro albergo, qui notiamo che nonostante siano già le 18.00 la città brulica di gente e i locali sono ancora aperti. Da vedere della città c’è ben poco, nel Todd Mall si possono leggere cartelloni che narrano la storia di Darwin dapprima distrutta dalla guerra mondiale e poi dal ciclone Tracy, così che è stata ricostruita due volte. E’ comunque bellissimo passeggiare lungo il parco che si affaccia sul mare e scendere al mare per ammirare il tramonto dietro al porto. Ormai si è fatto buio e decidiamo di andare e mangiare un boccone in Mitchell street che è la via con tutti i locali alla moda, la scelta cade su Shenanigans, suggerito anche dalla LP a ragione visto il profumo che inebria la strada, è un pub tipo irlandese, che ha un ottimo menù alla carta anche se l’attesa è parecchia (visto anche che si stà disputando una partita di non so quale sport tra due squadre australiane e il locale è pieno di tifosi che seguono al partita dai maxischermi del locale). Ci fanno accomodare in un tavolo all’esterno proprio di fronte alla via e mentre aspettiamo le nostre ordinazioni un aborigeno si avvicina al tavolo dei nostri vicini e chiede disperatamente da mangiare, il cameriere che se né accorto prontamente lo fa allontanare. E’ stata una scena veramente sconfortante e ci rendiamo sempre più conto che il frutto dell’emarginazione che hanno subito è vederli ubriachi in giro per le strade, ma non sono pericolosi sono solo molesti. Finalmente arriva il nostro cibo: pasta e carne con patate per me e Marcello mentre Irma ed Ernesto provano, consigliati da noi, canguro e barramudi e ne rimangono positivamente colpiti. L’atmosfera che si è creata molto carina e così decidiamo di continuare la serata regalandoci un gelato nella gelateria proprio di fronte al ristornate (a pensarci è da 15 gg che non lo mangiamo e ne abbiamo proprio voglia). La gelateria è una catena (ha l’insegna rosa ma non ricordo il nome) bhe è meravigliosa: è un po’ cara ma ne vale la pena. Le cialde sono fatte direttamente al momento ancora calde le riempiono con il gelato che non è buonissimo perché è surgelato ma la varietà di gusti è veramente sorprendente. Cos’ che per due cialdone con tre guasti di gelato a testa spendiamo 14$, che non sono stati cmq spesi male!!!
Dobbiamo proprio tornare all’albergo, domani andremo alla scoperta del Kakadu e non vediamo l’ora!

SABAT0 11 AGOSTO
La sveglia è all’alba. Per la visita di questa parte di Australia abbiamo deciso di farci scarrozzare optando per un tour organizzato (prenotato dall’Italia con la APT australiana), perché non sapendo come ci saremmo trovati con la macchina e non avendo raccolto informazioni sufficienti per affrontare da soli questa parte di viaggio (almeno dai vari siti non eravamo riusciti bene a capire cosa fosse assolutamente da non perdere e cosa si poteva evitare, o come trovare le varie attrazioni) abbiamo preferito non rischiare di perdere qualche cosa che magari meritava e poi mangiarci le dita al ritorno!
Così abbiamo optato per tre giorni tra il Kakadu e Katherine all inclusive. Il pullman ci passa a prendere in albergo alle 4.30. Fortunatamente siamo riusciti a portare con noi solo il trolley con il minimo indispensabile per i tre giorni e abbiamo lasciato le valige all’albergo, essendo che la notte del 13 l’avremmo passata ancora da loro!
La giornata si rivela subito afosa, già alle prime luci dell’alba mentre siamo fuori ad aspettare il pullman non si riesce quasi a respirare dalla cappa di calore che c’è.
Dopo aver raccolto agli altri alberghi gli altri componenti del tour, siamo in 15 e solo noi italiani (ci sarà da divertirsi!!!) si parte!
La prima tappa della giornata è pochi km fuori da Darwin percorrendo la Stuart Highway, il centro visitatori, gestito da una famiglia di aborigeni, che cerca di spiegare i fantastici posti e la natura che andremo a visitare.
La sosta è interessante, soprattutto perché al secondo piano c’è un terrazzo all’aperto da dove si scorge una vista a 360° sulla terra del Kakadu, con i famosi termitai, laghi e pozze in questa stagione assolutamente privi di acqua e la vegetazione è molto rigogliosa.
Ripartiti, la prossima sosta è al Jumping Crocodile sul fiume Adelaide River Queen. Ci addentriamo in una strada sterrata fino ad arrivare ad una baracca di legno in cui faremo anche colazione in attesa della partenza della barca prevista alle 9.00. C’è anche un altro pullman di ragazzi che girano l’Australia con zaino in spalla che quando arriviamo noi stanno giocando con un serpente passandoselo di collo in collo!
La colazione si rivelerà veramente spartana ma è stata molto divertente: c’erano sacchetti di toast da cui potevi prendere il pane che ti serviva, metterlo nel tostapane, quelli che una volta caldo ti lanciano la fetta di pane, e poi vasi di marmellate di tutti i gusti, burro d’arachidi (orribile sia al colore che al gusto) che potevi usare per farcire il pane, termos giganti di acqua calda e latte per fare the o caffèlatte. Nonostante la poca pulizia del luogo è stato bello comportarsi senza troppi formalismi.
E’ ora di salire in barca, ti puoi accomodare sia sotto che sul ponte, dove abbiamo scelto di stare noi, ma una volta scelto il lato, non si può passare da una parte all’altra per non sbilanciare la barca perché cmq quello che si fa da una parte viene ripetuto uguale anche dall’altra.
Ogni sponda infatti è dotata di un piccolo balconcino (tipo pulpito) che sporge dalla barca e su cui la donna addetta ad attirare i coccodrilli si mette con un lungo bastone di legno dalla cui corda penzola l’esca: un bel pezzettone di carne in grado di attirare un sacco di coccodrilli: i famosi saltwater (di acqua salata, i più pericolosi in grado di mangiare un uomo in pochi bocconi, come è già successo proprio in queste acque qualche anno fa).
Si parte, l’acqua del fiume è torbida a dir poco sembra caffelatte, i coccodrilli comunque si vedono benissimo, sono grandissimi, alcuni lunghi anche 6 m, sono abituati a questo tipo di spettacolo, infatti si avvicinano alla barca ancor prima che la lenza venga esposta fuori dalla barca. Ma appena sentono l’odore della carne fresca si lanciano per afferrarla, è come se prendessero la rincorsa con le zampe posteriori per emergere dall’acqua, e poi con tutta la forza escono dall’acqua con tutto il busto, per un paio di metri spalancando le fauci e facendoci vedere i loro piccoli canini (!!!) per afferrare la preda. Una volta catturata si ritirano a mangiarla in tranquillità. Questo spettacolo si ripete per un sacco di volte e le foto si sprecano!
Sono attirati dall’odore del sangue anche stormi di uccelli rapaci (non ricordo il nome perché durante la navigazione la voce del timoniere ci fa da guida spiegando quello che stiamo vedendo ma il tutto in inglese!). Si avvicinano alla donna che ha la carne con fare molto pericolo, e infatti capiamo che è bene non sporsi troppo dalla barca onde evitare di essere investiti da questi predatori del cielo. La donna lancia dei cubetti di carne e loro si precipitano afferrandola con il becco mentre è ancora in volo. E’ stata veramente un bellissima esperienza. Dopo un’ora siamo di ritorno al parcheggio del pullman e partiamo pronti per entrare nel parco del Kakadu. Lungo la strada vediamo tantissimi termitai, alcuni altissimi e formati da un sacco di colonne. Per fortuna abbiamo scelto di non visitare il lichfield national park che altrimenti si sarebbe rivelato un doppione.
C’è la possibilità prima di pranzo di effettuare un volo in aereo (un piccolissimo piper che porta fino a 5 persone) per vedere dall’alto la Arnhem Land, ma noi scegliamo di non effettuarlo visto e considerato quanti voli dobbiamo ancora prendere e per il fatto che ci dimostra poca sicurezza il mezzo di trasporto. Così che arrivati al piccolo aeroporto (vicino alla miniera di uranio) il posto si chiama Cooinda Airstrips non ci resta che aspettare il ritorno degli altri e questa è la cosa che con il senno di poi ci ha fatto ritenere di aver fatto una scelta non corretta (da questo punto di vista) in quanto eravamo legati ad un gruppo, per fortuna piccolo (perché abbiamo visto un sacco di altri pullman di 50 persone, compreso quello in cui c’erano i nostri amici napoletani) e non liberi di fare quello che volevamo noi due e basta. Al ritorno degli altri il pranzo si è rivelato al sacco, veramente orrendo, ci hanno dato una scatola con dentro un panino, formaggio e salumi, verdura e frutta mescolata, un succhino e una bottiglia d’acqua. Se penso a quello che abbiamo pagato……
Ripartiti siamo andati a vedere il sito rupestre di Ubirr fermandoci prima al centro visitatori.
Fa molto caldo al pomeriggio, credo si arrivi anche a 30 gradi, quindi è bene bere molto e per questo ogni pullman ha una tanica d’acqua enorme che mantiene il freddo e dà la possibilità di riempire le proprie bottigliette ad ogni sosta.
E’ un percorso circolare che permette di vedere bellissime pitture sul muro, la guida ci dice alcune risalgano anche a 20.000, 30.000 anni fa anche se ci sembra un’esagerazione. Sono state dipinte sulla roccia utilizzando altre rocce, spezzandole e rendendole polvere. Ogni pittura ha un significato religioso, il più delle volte appare un serpente, un canguro e dei pesci che simboleggiano banchetti e divinità. In tanti ci sono anche figure umane stilizzate.
Tutto questo lo ammiriamo stando a contatto con la natura e lungo il cammino ci sono molti punti panoramici, il più bello e romantico è senza dubbio quello in cima ad una formazione rocciosa per ammirare il panorama dall’alto. Al tramonto è bellissimo.
Ormai è quasi sera e riprendiamo la strada dell’albergo che avevamo visto al mattino: Aurora Kakadu. Non è bellissimo ma è uno dei pochi alberghi nel perimetro della nostra gita. Ci sono tante piccole casette e noi siamo fortunati ad essere in una con il tetto in legno, molto spaziosa. Questa sera siamo d’accordo con i ragazzi di Napoli di incontraci per la cena e si aggrega anche un’altra coppia di ragazzi di Terni in viaggio di nozze: Chiara e Luca. Abbiamo dovuto prenotare per le 21.30 perché la sala era piena di gente (essendo l’unico ristorante della zona!!!). Così dopo una doccia veloce siamo ai blocchi di partenza con una fame immensa! La cena si rivelerà molto buona, con 25 $ a testa si ha diritto al buffet con anche bevande incluse. Il buffet è ricchissimo, zuppa di asparagi o paste, tanti tipi di carne, vari piatti di origine asiatica, salumi, buffet di verdure miste deliziose, e poi in compagnia tutto sembra essere più divertente. Così che tra una chiacchiera e una risata, non ci accorgiamo dell’ora tarda che è venuta. Facciamo velocemente un giro del resort, che ha una piscina riscaldata, ma dopo la succulenta cena non abbiamo intenzione di farci venire una sincope tuffandoci nell’acqua, ci imbattiamo in un cangurino, per niente spaventato che sta li a guardarci, forse in attesa di ricevere del cibo che però non abbiamo. Quando si rende conto che non riceverà niente se ne va un po’ arrabbiato saltellando velocemente. Nonostante ne avessimo visti tantissimi lungo le strade australiane, molto più grandi, fa sempre effetto imbatterti in questo tipo di animale.
Anche qui non possiamo che ammirare il cielo stellato, che ogni volta che si alzano gli occhi al cielo appare in tutta la sua immensità. Non ci ricordiamo che la notte di San Lorenzo è passata da poco e così non cerchiamo di catturare la scia di una stella cadente.
Bhe non ci resta che andare a nanna che domani la sveglia è alle 7.00, pronti per visitare altri siti rupestri e come meta finale Katherine.

DOMENICA 12 AGOSTO
La prima fermata è prevista per Jabiru un altro sito di arte rupestre famosissimo per la sua Nourlangie Rock. Anche qui ammiriamo lungo un percorso circolare questi disegni su roccia che rappresentano, banchetti, divinità, o comunque la storia degli aborigeni. Le foto non riescono a rendere la bellezza di questi posti, perché non riescono a ricreare l’atmosfera di sacralità che si respira anche solo camminando lungo le passerelle e immaginando gli uomini intenti alla pittura.
Terminata la visita che è durata un’oretta, ci fermiamo al visitor center per un breve ristoro. Noi siamo sempre alla ricerca del didjeridoo ma nessuno è in grado di soddisfare le nostre aspettative.
Ripartiamo alla volta della gita sulle Yellow Water, ovvero sul fiume South Alligator River, quella che si rivelerà essere una magnifica esperienza. Noi siamo partiti dall’Italia con parecchie aspettative soprattutto riferite a questa parte di viaggio, perché eravamo sicuri di non poter ritrovare in Italia un ecosistema così naturale come quello del Kakadu Np, e devo dire che siamo stati ripagati anche oltre misura! E’ stata magnifica. Siamo partiti con una barca in grado di contenere una trentina di persone, e il giro è durato 1,30 h percorrendo molto lentamente il fiume, la guida spiegava in inglese (abbastanza comprensibile, e poi comunque è quello che si vede che è interessante) quello che si poteva ammirare da una parte e dall’altra del fiume. Abbiamo potuto ammirare un sacco ci coccodrilli saltwater, alcuni di questi avevano vicino o addirittura sulla schiena uccelli (il motivo è che durante la giornata non sono aggressivi e gli uccellini possono mangiare quello che trovano attaccato sulla loro pelle), tantissimi cavalli selvaggi liberi in queste distese d’erba verdissime da far quasi riflesso e male agli occhi. Abbiamo visto tantissime specie di uccelli, che pur non essendo esperti in ornitologia ci sono apparsi bellissimi e molto particolari, il più bello di tutti è il Jabiru. Le parole non possono spiegare la bellezza di queste immagini che abbiamo ancora impresse negli occhi, i colori le luci, i fiori… è stato veramente magico. Tra le cose che conservo nel cuore e che non scorderò mai è il cielo di Darwin o cmq del Top End, è una cosa stranissima, è pieno di nuvole bianche leggere e piccole, che sembra si possano toccare da tanto che sono vicine (ricordo di aver letto in un racconto di viaggio che qualcuno abbia detto che il cielo d’Australia è più basso, scientificamente non mi permetto di dire niente sapendone ben poco, ma di certo alla vista è molto diverso dal nostro, sembra sì più basso, ha un colore azzurro intenso pieno di queste nuvolette che lo solcano in continuazione mosse dal venticello).
Finita questa bellissima gita che avremmo voluto durasse ancora a lungo, siamo pronti per il pranzo. Ci fermiamo nella cittadina di Cooindra che è poi la base per tutte queste escursioni sulle Yellow water. Il pranzo già incluso è a buffet nell’unico ristorante della zona e ha un’affluenza esponenziale. Il buffet è ricco, ma il cibo non è dei migliori, a parte la frutta fresca, così che sarebbero stati molto meglio due hamburger con le patatine. Verso le 2 ripartiamo alla volta di Katherine, il viaggio è lungo e dura circa due ore e mezza, con varie soste per ristorarci anche dal caldo intenso. In viaggio con noi c’è una famiglia di americani con cui abbiamo familiarizzato e parlando ci spiegano che loro abitano a San Francisco (!), il mio secondo sogno più grande è quello di visitare questa bellissima e romanticissima città, così mi faccio spiegare un po’ di cose e ci lasciano il loro indirizzo per eventuali altri suggerimenti o come base d’appoggio per un’eventuale viaggio, mi sa proprio che non mancherà!
Finalmente arriviamo a Katherine! Ma che delusione!! La città non è altro che una lunga strada con varie laterali e nient’altro. Noi alloggiamo al Knotts Crossing Resort, diciamo non proprio in centro, ma il centro poi dov’è? Arrivati, la sistemazione non è delle migliori, è un po’ spartana ma pulita.
Sono le cinque e durante il tragitto ci siamo accordati con il nostro autista/guida Paul , ex ingegnere aerospaziale, perchè ci riaccompagnasse in centro e approfittando del fatto che lui andava a fare benzina, noi saremmo andati alla ricerca del famoso negozio che vende i didjeridoo suggerito dalla Lonely Planet come il migliore in assoluto!
Ripartiti ci lascia a quasi due Km dal nostro albergo/campeggio, all’incrocio che mi (Sara, si perché sono io ad avere in mano la guida con le piantine) sembra essere quello giusto, il negozio non dovrebbe essere lontano, neanche 5 min a piedi. La città che si apre ai nostri occhi, ci lascia veramente esterrefatti, ad ogni angolo, su panchine o per terrà, vediamo gruppi di aborigeni formati sia da uomini che da donne, che ci squadrano dalla testa ai piedi come se fossimo marziani. Sono tutti ubriachi, o cmq non vogliosi di lavorare e speranzosi che stando fermi possa capitare loro qualcosa di buono. Non riusciamo a capire dove ci troviamo perché la strada finisce senza dare altre indicazioni, oltre sembra esserci il nulla. Così chiediamo ad un distributore dove trovare il negozio e lui ci dice che è dalla parte opposta, eh si vede che avevo girato male la piantina!!!! Così ci riavviamo verso l’incrocio in prossimità del quale eravamo scesi dal pullman, rivediamo le stesse facce che ci guardano e sinceramente, se non sapessimo, o sperassimo che sono, nonostante l’aspetto o l’atteggiamento che assumono, persone buone proveremmo un po’ di timore nel camminare, anche se in pieno giorno, per queste strade deserte. Ma eccolo finalmente troviamo il Coco’s Katherine Didjeridoo, non ci posso credere, tra poco stringerò fra le mani un didjgeridoo…. E invece….. il negozio si è trasferito a 400km di distanza e adesso al suo posto c’è solo un ostello fatiscente. Tutto questo ce lo dice un aborigeno, anche lui ubriaco, con la voce impastata che si dondola su una seggiola nel cortile interno dell’ex negozio ora ostello! Sarà un scena che difficilmente scorderemo, bhe diciamo che la sorte ci è avversa e che non ci resta che tornare verso il campeggio a piedi, con la coda tra le gambe! Così ci incamminiamo sulla Gilles Street, la strada principale che incontra le strade secondarie e un’altra particolarità di questa città che ricorderemo come “fantasma” è il nome di queste strade perpendicolari: First St, Second St, Third St e così via fino a non so quale numero.
Pensiamo di dover percorrere i 2/3 km a piedi perché Paul è già rientrato, e invece…. Eccolo che ci suona per farci risalire. Mano male, dopo le scarpinate della giornata avevamo poca voglia di camminare.
Al rientro facciamo un giro per il campeggio, non male, e prenotiamo la cena al ristornate dello stesso, anche se scontato va cmq fatto per rispetto.
In camera riusciamo a telefonare ai nostri amici in Italia e raccontare loro queste prime due settimane di avventura. Non riescono a credere di sentirci così bene, come se fossimo a distanza di pochi Km invece che completamente opposti all’Italia.
Doccia veloce e via a mangiare! Il menu si rivela molto ricco, e vista la fame decidiamo di mangiare anche un antipasto. Come al solito le porzioni sono gigantesche: l’antipasto è di calamari, molto speziati e un po’ troppo insaporiti con aglio, ma molto buoni, primo per me gnocchi (paf!) al pesto genovese con formaggio e pollo (una vera delizia) e per Marcello composizione di carni tipiche australiane, servite con varie verdure e il dolce per ripagarci delle fatiche della giornata! Il tutto ottimo e abbondante come al solito, diciamo minima spesa (50$) massima resa! Non ci resta che andare a letto, perché domani la sveglia sarà ancora prima dell’alba. Alle 6 infatti dobbiamo essere pronti e scattanti in pullman per andare a fare la crociera sul Katherine Gorge nel Nitmiluk National Park e ammirare, mentre lo percorriamo, l’alba.

LUNEDI’ 13 AGOSTO
Il tragitto per arrivare alle Katherine Gorge dura circa un’oretta, ed è molto suggestivo, in lontananza si accenna appena l’inizio dell’alba e anche la natura intorno sembra recepirlo, gli uccelli che svolazzano, canguri che attraversano la strada (meno male che siamo in pullman!).
Arrivati al molo, ci attende una bellissima sorpresa: durante il tragitto ci verrà servita la colazione in barca! E’ stato meraviglioso sorseggiare succhi e caffè, mangiare salsicce, bacon e uova strapazzate ammirando il paesaggio che ci circondava e veder sorgere l’alba! E’ stato un eccellente fuori programma che credo vada assolutamente fatto (il tour in cui hanno partecipato in nostri amici di Napoli non ha optato per questa possibilità)! Arrivati al primo gorge (in tutto ce ne sono 13, visitabili in barca 4) si tratta di una cascata, siamo scesi dalla barca in quanto non era più in grado di proseguire, e siamo saliti su una seconda barca un pò diversa, più piccola e compatta in grado di portarci al secondo gorge. E’ una giornata magnifica, i colori sono splendenti e vivissimi, le sponde del canyon si riflettono nell’acqua dando un’immagine speculare di se stessi.
Assistiamo al riposo di un coccodrillo freshwater, è molto diverso da quelli visti sulle Yellow Water o al Jumping crocodile. E’ estremamente più piccolo sia di larghezza che lunghezza, ha una colorazione grigia che tende a farlo confondere tra le rocce del canyon, ed effettivamente sembra innocuo, infatti la guida ci spiega che questi non attaccano l’uomo se non in rarissimi casi.
Verso le 10.00 ripartiamo e questa volta la metà è molto desiderata e per il caldo, che anche oggi non ci lascia tregua, e perché sono molto famose: stiamo per raggiungere le cascate Edith falls.
C’è infatti la possibilità di fare il bagno e noi non ce la lasciamo scappare. Appena arriviamo, alla velocità della luce ci andiamo a cambiare ai bagni e siamo già con il telo da mare su un pezzo di prato!! E’ una meraviglia della natura, ci troviamo di fronte ad un grosso lago e le cascate si trovano in fondo e si possono anche raggiungere a nuoto (per me che non sono proprio una nuotatrice provetta è un po’ ardua la sfida e infatti non mi ci cimento neanche!), la cascata è ricca di acqua anche se non è stagione, i colori sono meravigliosi e l’acqua è cristallina, bhe non resta che immergerci ma che dire: l’acqua sarà a 2 gradi! Si è freddissima e se non si nuota alla velocità della luce fa veramente freddo quindi dopo qualche foto di rito usciamo e preferiamo metterci a bordo lago per prendere un po’ di sole.
Ripartiamo lungo la Stuart Highway la famosa e lunga strada che collega il nord con il sud dell’Australia. Ed è qui che per la prima volta vediamo da vicino i Road Train, i camion con 4 o cinque rimorchi lunghi anche 50 metri. In precedenza ne avevamo già incontrati un paio (uno ci aveva anche sorpassato alla velocità della luce vicino a Mt Gambier suonandoci come un pazzo perché effettivamente avevamo accostato senza il minimo preavviso per fare un paio di foto ad un gruppo di canguri) ma di rimorchi ne avevano sempre solo 3. Questi invece sono veramente lunghi ma anche bellissimi, hanno le motrici molto particolari con disegni, colori e molto potenti per trainare tutti i rimorchi. Di certo nelle nostre strade cittadine non li rincontreremo più e per questo motivo Paul, l’autista-guida, appena ne avvista uno in lontananza rallenta e ci chiama per permetterci di fare un paio di foto.
Il pullman ci riporta al nostro albergo super-preferito il Saville Park Suite. Abbiamo la stessa camera al 7imo piano vista mare, e assistiamo al tramonto che è una meraviglia, il cielo tutto colorato di rosa e la prime luci del porto che si accendono.
La serata è stata organizzata con tutti i ragazzi conosciuti in questi giorni: è una tavolata di 8 persone, e per l’occasione decidiamo di andare a cena al Top End in Michell St. E’ un locale all’aperto frequentato tipicamente da australiani, dopo le 9 si trasforma in pub ma fino a quell’ora la cucina offre portate deliziose. Il ristorante è un po’ all’interno quindi bisogna proprio conoscerlo perché dalla strada non si vede. Decidiamo di prendere carne, la buonissima altissima T-bone well done, con contorno di verdure, mais, patata lessa con panna acida e salsa di funghi buonissima. Alle 9.00 la cucina espone il classico cartello CLOSED e il locale inizia ad animarsi di australiani che con boccale di birra tra le mani guardano sport in tv.
Domani mattina ci dobbiamo alzare non presto, di più. Infatti abbiamo l’aereo che parte da Darwin alle ore 6.05 per Cairns. Il solito servizio di bus navetta ci verrà a prendere alle 4.25 davanti all’albergo per portarci all’aeroporto. Così che salutiamo l’allegra brigata e ci diamo appuntamento nei prossimi giorni.
Di Darwin non avremo visto gran che ma quel poco ci è bastato per pensare che sia una città piuttosto animata, se già in inverno figuriamoci in estate, piena di ragazzi giovani e ottimo punto di partenza per visitare lo splendido Kakadu NP.

MARTEDI’ 14 AGOSTO
Al gate ci sono già Chiara e Luca che ci aspettano, facciamo colazione e ci imbarchiamo. Il volo dura due ore e mezza, ma a Cairns dobbiamo muovere le lancette in avanti di 30 min. Sorvolando la zona ci accorgiamo che qui l’ambiente è notevolmente cambiato, è sempre verde ricco di vegetazione come nel Kakadu ma ci sono altissime montagne. Purtroppo c’è una nebbia allucinante che pensiamo quasi il pilota non riesca ad atterrare, non si vede uno spiraglio di sole. Che bello siamo al mare e piove, ho sognato da quando ho iniziato a leggere le meraviglie di questo continente di addentrarmi nelle fitta vegetazione pluviale, nuotare in acque cristalline e invece piove?
Atterriamo e anche bene, per fortuna, e ritirati i bagagli abbiamo già pagato il trasferimento privato a Port Douglas, così che salutiamo i nostri amici e con loro ci rivedremo tra tre giorni a Green Island. Cairns dista da Port Douglas un’oretta di macchina, e si percorre l’unica strada che c’è, in un susseguirsi di curve perché è stata costruita in modo tale da costeggiare il mare. E’ bellissimo anche con questo tempo vedere il mare e iniziare a scorgere piccole macchie di foresta pluviale che dalla spiaggia si avvicinano al mare.
Ma le meraviglie non sono finite per oggi, né della natura né costruite dall’uomo. E una di questa è il nostro albergo: il Mantra Treetops Resort & Spa. L’autista ci porta davanti all’albergo e subito ci vengono a ritirare i bagagli e ad offrirci un cocktail di benvenuto.
L’hotel è da lasciare senza parole soprattutto per il fatto che da internet non appare in tutto il suo splendore, in piccolo assomiglia un po’ alla catena Iberostar che avevamo scelto per fare un po’ di giorni di mare in Messico, anche qui ci sono tanti animali, soprattutto uccelli e una ricchissima vegetazione che cresce ai bordi piscina, lasciando spazio solo ai ristoranti, bar e ai viottoli che portano alle palazzine con le varie camere. La nostra è al secondo piano con vista piscina, è molto bella, con un bagno spazioso e il letto con tanti cuscini colorati stile etnico e ha due seggiole di midollino sul balcone.
Nel frigo è già collocata una bottiglia di vino bianco al cui collo è appeso un biglietto in cui ancora una volta leggiamo le congratulazioni dello staff. Così che decidiamo di rifare colazione a bordo piscina e incamminarci verso il mare che è a pochi metri dietro l’albergo. Il cielo nel mentre sembra anche aprirsi e ci offre i primi raggi di sole. Già qui si può ammirare la natura incontaminata che va a tuffarsi nel mare, è uno spettacolo strano e allo stesso dirompente perché mai visto in precedenza. La sabbia è fine e al tatto sembra borotalco, il mare è mosso e di colore non proprio cristallino, o forse è reso così scuro dal cielo che cmq sembra ancora minacciare pioggia. In lontananza si dovrebbero scorgere le isole della barriera corallina ma diciamo che non è giornata. E dietro di noi questa foresta pluviale, fitta e verdissima, le palme e le piante di banana.
Nel mentre sono arrivati anche gli altri ragazzi, così che decidiamo di andare a piedi fino in città, sarà a 2/3 Km passeggiando sulla battigia. Incontriamo tanta gente che ha avuto la nostra stessa idea, chi invece prende il sole o si rilassa sulla sabbia, altri giocano a palla o racchettoni. Ci incamminiamo lungo la via principale Macrossan St piena di negozi e ristorantini, è proprio un classico posto di mare, c’è un sacco di gente che passeggia e tutti i negozi sono aperti ed espongono le proprie cose all’esterno. E’ una città viva e vivibile, sembra allegra e ci piace tantissimo. E’ ormai ora di pranzo e ci fermiamo a mangiare una baguette farcitissima in un bar in Grant St, la via piena di ristoranti e bar.
Che pace, finalmente ci stiamo rilassando, dopo aver corso in lungo e in largo questi sono i giorni che abbiamo deciso di dedicare al riposo. Ripresa la camminata proseguiamo, praticamente la città si sviluppa su di un lembo di terra bagnato su tre lati dall’acqua, decidiamo così di andare a vedere il panorama dal promontorio percorrendo la Warf Street. E’ uno spettacolo, questo parco è ideale per fare pic-nic e guardare il cielo solcato da nuvole. E’ circondato da palme altissime tutte disposte ad arco che seguono la linea del promontorio. Si è fatta una bellissima giornata di sole e io starei ore a crogiolarmi in tutta tranquillità qui. Così facciamo per un po’ e ne è valsa veramente la pena.
Per tornare prendiamo il bus navetta che per pochi dollari (a memoria credo 5) ti riporta al tuo albergo, passa ogni 20 e in centro ci sono due fermate, noi lo prendiamo lungo la via principale. E’ già quasi tutto pieno, sembra una revival degli anni hippie, lo stereo a palla con la musica “Let’s me sunshine”, i finestrini tutti abbassati e via a scheggia. Arrivati sani e salvi in albergo , perché c’era anche quel rischio, andiamo in piscina per cercare di carpire gli ultimi raggi di sole e poi ci prepariamo per la cena. In questo albergo lavora un ragazzo di Firenze che ha deciso di vivere in Australia (lo posso anche capire viste le bellezze dei luoghi) e ci ha consigliato per la cena, un posto senza pretese, a pochi passi dall’albergo. Si tratta di una pescheria che prepara anche il pesce, tu lo scegli e loro te lo fanno sul momento secondo le tue indicazioni. Così decidiamo di provare questa nuova esperienza. Alle 20.00 siamo in fila ad attendere il nostro numero, se è così gettonato dagli australiani stessi (perché di turisti non ce ne sono) non è poi così male. E infatti si rivelerà così: decidiamo di prendere il Family Box in cui chiediamo di metterci: 4 filetti di barramudi alla griglia, 6 gamberoni, 6 capesante, anelli di totano, surimi e un secondo box di patatine fritte, il tutto per 23$. Il cibo, mangiato su tavole di legno di fronte alla pescheria, è buonissimo e fresco, perché pescato dagli stessi gestori ogni mattina. Proprio una bella serata, tornati in albergo stappiamo la nostra bottiglia di vino e pensiamo alla gita di domani a Cape Tribulation.


MERCOLEDI’ 15 AGOSTO
E’ ferragosto! Appena alzati leggiamo i messaggi inviati dai nostri amici per salutarci ed augurarci buoni festeggiamenti. E speriamo sia così! Oggi abbiamo deciso di andare a visitare Cape Tribulation in modo autonomo. Confrontando infatti le varie offerte dei tour operator non abbiamo trovato niente in grado di soddisfare i nostri desideri, nonostante l’offerta fosse davvero abbondante. Così con l’aiuto del portiere dell’albergo, ci facciamo portare in città per il noleggio dell’auto. Qui la scelta non è delle migliori, non troviamo nè Hertz nè Avis e andiamo a cadere presso un noleggiatore del luogo (praticamente noleggia auto proprie) si chiama Paradise Wheels For Rent, in Warner Street, dove per 150$ ci noleggia una Jeep con il roll bar dietro. Il problema è che essendo mattina presto fa parecchio freddo, e dovendo tenere tutto chiuso ci sembra di essere in una bottiglia di plastica, visto che i vetri sono di plastica che si smontano e montano con delle cerniere anche un po’ malandate. Così facciamo una veloce retromarcia e decidiamo di accontentarci di una mitica Matiz bianca, mi è sempre piaciuta questa macchina!
E vai si inizia a percorrere la solita, perché unica, strada costiera. Le cose da vedere sono molte lungo la strada ma non sappiamo se faremo in tempo o meno. Per il momento decidiamo di saltare il Mossman Gorge, perché essendo che c’è la possibilità di fare anche il bagno adesso che è mattino presto c’è molto freddo, le nuvole sono basse e rischia di piovere, al massimo torniamo indietro nel pomeriggio. Così che arriviamo direttamente alla chiatta che ci porterà alla riva opposta perché possiamo proseguire verso Cape Tribulation. La strada è tutta una curva, l’asfalto bagnatissimo causa clima umido e andiamo piano onde evitare incidenti vari, visto che il noleggiatore non è stato in grado di ridurci la franchigia ed è rimasta alla stelle.
La chiatta parte ogni 15 min e per percorrere il fiume impiega una decina di minuti, bisogna stare sulla macchina senza poter scendere. Si pagano 18$ andata e ritorno per l’auto e 10$ per le singole persone.
La prima sosta è al Belvedere di Walu Wugirriga, ormai siamo abituati a spettacoli della natura, ma anche questo è in grado di stupirci e farci rimanere a bocca aperta: in lontananza il mare accoglie nelle sue acque la foresta pluviale e sarà il clima umido e nebbioso, saranno le montagne altissime che circondano il tutto ma lo spettacolo è veramente imponente.
Ripresa l’auto decidiamo di arrivare a Cape Tribulation che dista ancora 40km, oltre non possiamo proseguire perché non possediamo un fuoristrada in quanto l’unico modo per raggiungere Cook Town è proprio con questo mezzo perché la strada è dissestata al massimo, e anche se l’avessimo avuto sarebbe servito un giorno in più vista la distanza. Lungo la strada adocchiamo la possibilità di navigare nelle acque del Daintree River e vedere da vicino la foresta pluviale, non ce lo facciamo scappare. Le barca in grado di portare 30 persone parte al mattino alle 10 e alle 11 e costa 23$ a persona. Siamo fortunati perché sono proprio le 10.00, così lasciata la macchina lungo il ciglio della strada siamo già in barca pronti a partire. La gita si rivelerà molto bella, la foresta pluviale è fittissima, gli alberi hanno i tronchi tutti intricati tra loro con le radici che spuntano dall’acqua. Ci spiega la guida che sono foreste di mangrovie vecchissime, popolate da animali e uccelli, così come le acque sono infestate da coccodrilli e da altri pesci (infatti la guida ne avvista uno enorme, dalla forma sembrava una razza, ma non sappiamo il nome).Il cielo come ieri inizia ad aprirsi così che è ancora più bello percorrere questi canali. Arriviamo fin quasi al mare, qui non c'è quasi la spiaggia perché la foresta scende proprio fin dentro al mare, ma c’è solo un incrocio di acque, quella marina con quella fluviale. E’ veramente bellissimo. La guida ci riporta all’attracco, è dispiaciuta perché non siamo riusciti ad avvistare neanche un coccodrillo, ma lui non sa che ne abbiamo visti un centinaio al Kakadu e che siamo felici ugualmente per le cose viste.
Riprendiamo al macchina e stavolta davvero la nostra tappa finale è Cape Tribulation, ovvero fino a dove finisce la strada!
Parcheggiamo e corriamo sulla spiaggia per ammirare il paesaggio: ah tanti sogni ad occhi aperti e finalmente ci siamo. Rimaniamo così senza parole solo a guardare! Vale veramente la pena andarci perché, non avendo visitato l’Africa o il Sud America, non abbiamo mai visto un posto selvaggio come questo. E’ una meraviglia, il clima contribuisce a dare un alone di mistero a tutto, perché una fitta nebbiolina avvolge ogni cosa (ora devo scrivere una conclusione estremamente personale che caso mai non è condivisa, è un po’ come la storia del cielo più basso! A mio avviso ritengo che essendo che qui la foresta è definita pluviale una ragione ci sia, e io l’ho trovata nel fatto che è il clima che fa si che sia pluviale, visto che piove o spiovvigina sempre e c’è un sacco di umidità). Ci addentriamo un po’ nella foresta e siamo circondati da liane e devo essere assolutamente fotografata come Jane.
Tornando indietro lungo la strada decidiamo di pranzare allo PK’s Jungle Village consigliato anche dalla LP. E invece non si rivelerà un gran che, il menù è scarno e l’attesa è molta. Però sono all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, infatti dopo aver fatto la nostra ordinazione e pagato ci danno un piccolo oggetto che richiama il cliente quando è pronta la sua ordinazione per andare a ritirala. Mangiamo una zuppa e un piatto di pasta scotta (come al solito) ma con dentro di tutto e le patate che tanto ci piacciono.
Finito il pranzo proseguiamo verso Port Douglas e ci fermiamo a Noah Beach dove si può fare un percorso circolare lungo piattaforme di legno dentro alla foresta pluviale chiamato Marrdja Botanic Walk. Ammiriamo così ancora più da vicino tutti questi alberi con forme stranissime, molto alti e tutti aggrovigliati, la piattaforma ci porta fino ad un lago o probabilmente è uno dei tanti canali che bagnano questa immensa foresta. Inizia a piovere ma non ce ne curiamo, anche perché siamo un po’ protetti dalle frasche degli alberi. Arrivati alla macchina non so per quale motivo, Marcello inizia a cercare il suo portafoglio, che naturalmente non si trova, né nelle giacche, né nelle borse e men che meno in macchina. Panico, visto che era farcito non solo di contanti ma anche carte di credito, patente e carta d’identità (va bhe qui non serve ma in Italia si) per fortuna il passaporto è in luogo sicuro. Con il cuore in gola ripercorriamo i km che ci separano dal ristornate in cui abbiamo pranzato, perché durante tutto il giorno abbiamo usato il portafoglio solo in quell’occasione. Arrivati andiamo subito al tavolo in cui avevamo pranzato ma non lo troviamo, il cameriere ci dice di chiedere al punto informazioni, e così chiediamo ad una ragazza che ci guarda e chi chiede “Di che colore era?” ”Marrone di pelle” apre una cassaforte e ce lo consegna. Pronto??????? Innanzi tutto diciamo che avevamo una buona possibilità di beccare il colore se consideriamo che era un portafoglio da uomo, e poi ce lo consegna così senza chiedere un documento! All’interno c’era tutto, soldi e carte. L’unico commento che ci sentiamo di fare è solo di elogio nei confronti di questa gente, che ha rispetto per gli altri, in Italia non avremmo neanche più trovato il filo che era servito per le cuciture del portafoglio.
Ritrovata la serenità ci apprestiamo a rifare a ritroso la strada di prima, con più calma, fermandoci nei punti panoramici più belli per fare un po’di foto a questi luoghi incontaminati. Ci fermiamo anche all’azienda che produce il gelato in modo assolutamente artigianale ai gusti tropicali Daintree Ice Cream Company. C’è un sacco di gente che è arrivata qui con i tour organizzati. Oggi ci sono 4 gusti disponibili e al costo di 5$ ti danno una coppetta. E’ buonissimo il cocco e il passion fruit, mentre gli altri due gusti (mango e qualcos’altro) sono meno gustosi, ma cmq da provare. Ormai piove forte e non ci resta che rientrare, ripercorrendo il fiume con la chiatta. Non è tradissimo e così decidiamo invece che tornare subito a Port Douglas (perché al Mossman Gorge non ha più senso andarci visto il tempo) di dirigerci alla città di Mossman tanto per vedere qualche altra peculiarità di questa magnifica località, bhe desolazione più completa. Il paesaggio che lo circonda è bellissimo ma non vi è altro, sembra una vecchia cittadina abbandonata a se stessa, c’è un sloon come nel Far West, un piccolissimo emporio e tutto finisce al finire della strada. Rientriamo a Port Douglas, lasciamo l’auto alla ragazza del noleggio che gentilmente ci riaccompagna al nostro albergo.
Dopo 17 giorni, per la prima volta dall’inizio della vacanza, ci mettiamo a navigare in internet e scrivere mail ai nostri amici prima della cena.
Siamo stanchi, è l’ultima sera qui a Port Douglas ma considerando che per tornare in città per la cena impiegheremmo molto tempo, decidiamo di concederci il buffet dell’albergo per 35$ a testa. E’ una scelta vincente vista la notevole quantità e qualità di cibo. Un super-ottimo al buffet di dolci che ha lasciato davvero senza parole. Insieme a noi ci sono sempre gli amici di Napoli e così anche stasera sembra volare.
Domani mattina abbiamo il trasferimento dall’hotel al porto alle 8.30 perché ci imbarchiamo con la Quiksilver alle 10.30 per Green Island, così salutati gli amici che speriamo di rivedere presto, ci mettiamo d’impegno per preparare le valige per i prossimi giorni al mare.


GIOVEDI’ 16 AGOSTO
Mamma mia che fatica alzarsi, ogni giorno diventa più difficile, sarà perché abbiamo accumulato tanta stanchezza durante tutti gli spostamenti fatti, ma credo che i prossimi giorni siano più utili che mai per ritrovare un po’ di brio. Dopo tanto girovagare ci siamo ripromessi che i prossimi tre giorni su Green Island non faremo altro che prendere il sole, dormire e mangiare!!
Il pulmino è puntuale, caricati i bagagli che ad ogni trasferimento pesano inspiegabilmente un paio di chili in più, ci facciamo un sonnellino durante il tragitto. Il cielo anche stamattina è coperto, e sulle montagne piove, speriamo migliori.
La scelta di quale isola deputare al nostro riposo è stata la più lunga e sofferta rispetto a tutte le altre fatte per approntare il nostro viaggio in Australia.
Il primo fattore da considerare è stato il clima: premettendo infatti che in agosto siamo in inverno, ci è sempre stato consigliato di scegliere isole sopra al tropico del Capricorno perché più calde. E così una gran parte di isole, forse anche più belle come Fraser Island o le isole Whitsunday , sono state eliminate a priori, visto che non solo c’era il rischio di trovare freddo ma anche brutto tempo.
Come secondo aspetto abbiamo dovuto scegliere tra mare in Australia o alle Fiji o Polinesia, ma il pensiero di fare un altro volo che variava dalle 3 alle 8 ore (per la Polinesia) ha fatto si che non ce la sentissimo e abbiamo optato, assolutamente non come scelta residuale, per il mare in Australia.
Ultima decisione che abbiamo dovuto affrontare era il fatto che volevamo un’isola direttamente sulla barriera corallina: quindi o Green Island o Lizard Island. Diciamo che relativamente ai prezzi le due opportunità si eguagliavano, il motivo che ci ha fatto propendere per Green Island è stato unicamente le modalità di raggiungere l’isola. Lizard Island si raggiunge via aereo e vi sono restrizioni sui bagli trasportabili, mentre Green Island si raggiunge via mare con veloci catamarani e non ci sono limiti per quanto riguarda i bagagli. Così che dopo mille indecisioni e ripensamenti vari abbiamo optato appunto per Green Island. Siamo stati titubanti fino alla fine perché abbiamo letto un sacco di pareri discordanti tra di loro. Quelli negativi indicavano la presenza di troppi turisti giornalieri (vista la vicinanza alla costa e la possibilità di raggiungerla facilmente è l’ideale anche per gite giornaliere), costo elevato; quelli positivi si riferivano alla natura del luogo, alla pace e alla possibilità di attrazioni per gli ospiti gratuite.
Quindi siamo partiti senza troppe aspettative in modo da non rimanere delusi in caso negativo, mentre essere piacevolmente colpiti in caso positivo. Ed è proprio quello che ci è successo: si è rivelata una piacevole esperienza in un luogo veramente magico. Pur avendo viaggiato, nessun mare era stato in grado di battere la nostra pietra di paragone: il mare della Sardegna da noi amato particolarmente. Bhe di ritorno da Green Island abbiamo dovuto ammettere che la barriera corallina ha surclassato di gran lunga questo nostro paragone, vuoi per i fondali incontaminati, per i colori accesi, per l’ambiente in se che permette di venire a contatto con animali altrimenti invisibili nei nostri mari, ma è stato veramente una piacevole “sconfitta”.
Arriviamo in perfetto orario al check-in della nave Quicksilver, anche qui imbarcano i bagagli da stiva come in aereo, ci viene inoltre consegnato un adesivo rotondo di colore blu con una tartaruga (è il simbolo dell’isola) in modo che potessimo essere riconosciuti come ospiti e non semplici visitatori giornalieri.
La cosa che più ci ha spaventato come primo impatto, è stata veramente la mole di giapponesi che si apprestava a imbarcarsi anche lei per Green Island. Ho iniziato a temere che tutte le impressioni di quest’isola fossero vere, che avessimo speso un sacco di soldi e perso giorni preziosi per poco e niente, e invece non è stato così.
Il tempo che sulla terra ferma era bigio e minacciava come al solito pioggia, sembra appartenere ad un altro paese, infatti a pochi km dalla costa le nuvole si sono diradate e splende il sole.
Dopo un’ora di navigazione (devo dire per me turbolentissima, perché ripeto, ho scoperto di stare veramente male in nave, e questo era un catamarano che pur essendoci mare calmo solcava le onde a forte velocità provocando violente ondulazioni) riusciamo ad attraccare.
Appena scesi, una hostess ci attende sulla banchina e ci spiega durante il tragitto per arrivare all’ingresso dell’isola le varie attività che si possono fare, dove rivolgersi in caso di necessità, dove si trovano i ristornati e quant’altro possa essere utile per la nostra permanenza sull’isola.
La nostra island-suite è vista piscina a piano terra. Sono tutte camere con ingresso separato che si sviluppano lungo sentieri di legno intorno alla piscina. E’ veramente carino il posto e rilassante, vista anche la possibilità di avere massaggi e quant’altro che si avvicini ad una Spa. Unica nota negativa la temperature che si tiene alla reception, sarà stata intorno ai -5 gradi, quando invece fuori ce n’erano anche 30 buoni. Da star male al passaggio di temperatura! Appena entrati in camera, molto spaziosa, dotata di ogni confort, veniamo accolti da una cameriera che ci fornisce il cestello con bottiglia di vino, calice e fragole. Mmmmmm buonissime. E poi ancora un’altra ci porta asciugamani e accappatoi. E infine ci viene fornito il meteo del giorno successivo accompagnato da cioccolatini. Bhe come inizio non è male.
Andiamo subito in spiaggia. E’ una lingua di sabbia bianca finissima lambita dalle calme acque del mare. Gli ospiti del resort hanno diritto gratuitamente (e te credo con quello che abbiamo pagato) a due lettini e un ombrellone, mute intere o metà, pinne e boccagli da poter usare per fare snorkeling. Visto che ci stanno solo gli ospiti non è affollata dai visitatori giornalieri e così iniziamo a goderci il meritato riposo. Ma….. inizia a piovere! E’ una pioggerellina fine che non bagna neanche, non voglio andare su e decido di aspettare fiduciosa e infatti, dopo neanche 10 min smette di piovere e il cielo si riapre e ci concede un caldo sole rosati.
Alle 16.00 l’ultima nave viene a prendere i visitatori giornalieri e allora è proprio a quell’ora che ti rendi conto che gli ospiti sono pochi, saremo stati neanche 50. C’è una pace assoluta, il mare che batte il tempo con le sue onde, il sole che allontanandosi sempre più si va a tuffare nel mare e regala gli ultimi raggi.
Alle 17.00 tutti i giorni sul molo si può assistere al fish feeding, dove un ragazzo del resort dà da mangiare ai pesci che nuotano sotto al pontile dove l’acqua raggiunge al max i 3 metri. E’ incredibile quello che si può ammirare, qualità mai viste di pesci vengono a mangiare i grossi pezzi di pesce che gli vengono gettati, ci sono pesci neri, come il pesce spada (o simile, ora non so bene) che nuotano ad una velocità incredibile e che rubano il cibo a tutti gli altri, i gabbiani che cercano di approfittarne, pesci coloratissimi, blu e gialli, come quello del cartone “La Sirenetta” giganteschi che partecipano al banchetto, il pesce Napoleone, visto solo nei documentari, con una bocca immensa e infine arriva lo squalo bianco, è maestoso, anche se sembra innocuo pensare di nuotarci vicino fa un po’ atterrire.
E’ veramente bellissimo.
Finito lo spettacolo ci attende sulla spiaggia l’aperitivo: vino e succhi di frutta accompagnati da salatini mentre si può ammirare uno dei tramonti più belli che abbiamo mai visto. E’ veramente un posto romantico e viverlo con la persona che si ama è ancora più bello.
Noi abbiamo optato per la mezza pensione già pagata dall’Italia, perché alla sera c’è la possibilità di mangiare in un unico ristorante l’Emeralds e anche parecchio caro, così invece che pagare le singole cene e colazioni abbiamo chiesto un pacchetto già prepagato (probabilmente non è convenuto visto il cambio Euro/Dollaro Australiano ma almeno era un costo in meno da sostenere in loco) e al momento dell’aperitivo si deve prenotare il tavole e l’ora (è una cosa un po’ buffa, visto che sanno anche loro che gli ospiti del resort ceneranno sicuramente al ristorante, uno perché è l’unico, due perché non c’è un market sull’isola per una cena alternativa).
Dopo la doccia alle 20.30 siamo al ristorante, è tutto molto curato, luci soffuse, vista sulla piscina dell’isola (questa è accessibile anche ai visitatori giornalieri durante la giornata), servizio impeccabile. Mangiamo antipasto (verdure gratinate e affettati), primo (pasta stranamente buona e al dente, ma forse è perché l’isola è visitata da molti turisti italiani e forse si sono adeguati anche loro) e secondo (Marcello carne e io pesce), avremmo compreso anche il dolce ma ne prendiamo uno in due perché siamo pieni. Per smaltire la cena decidiamo di prendere la torcia data in dotazione in ogni stanza e fare un breve passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna, per ammirare ancora il firmamento che nel nostro continente non vedremo più.
A nanna, felici di questa nuova parte del nostro viaggio!

VENERDI’ 17 AGOSTO
Ci svegliamo presto e alle 8.00 siamo già a fare colazione, il buffet è ricco e nonostante non abbiamo molta fame vista la cena di ieri non possiamo esimerci dal provare un po’ di tutto!
E poi via di corsa in spiaggia a goderci i raggi di sole. Alle 8.40 arriva il primo catamarano che porta i turisti giornalieri sull’isola, così che inizia ad affollarsi un po’ di più e principalmente dai soliti giapponesi. Oggi arrivano anche Chiara e Luca, i due amici di Terni che permarranno sull’isola per ben nove giorni e si dedicheranno alle immersioni.
Dopo neanche due ore di dolce far niente sul lettino, Marcello inizia a non poterne più e a diventare insofferente, lui che anche in vacanza è sempre attivo, non riesce a stare sdraiato a leggere neanche due pagine. E pensare che durante il nostro girovagare in lungo e in largo delle precedenti settimane si era anche attentato a dirmi che cmq due belle settimana in Polinesia sarebbero state più rilassanti, ah sicuramente viste le levatacce e i tanti km che abbiamo fatto, ma se non riesci a star fermo due ore figurati due settimane di lettino e mare!
Così attrezzati di muta integrale (nei mesi invernali non c’è il pericolo delle meduse assassine, ma non si sa mai e cmq l’acqua non è caldissima) andiamo a vedere i fondali della barriera corallina.
Già vicinissimo a riva si possono ammirare i coralli che sono un po’ sbiaditi perché morti, ma appena si va un po’ al largo i colori prendono vivacità e diventano incantevoli. Noi non siamo mai stati in Mar Rosso o alle Maldive, quindi non ci permettiamo di fare paragoni, ma quello che vediamo qui è veramente meraviglioso.
Ci sono pesci di ogni colore e dimensione che ti nuotano ad una distanza ravvicinatissima senza paura, è meraviglioso, vediamo anche tante tartarughe e Marcello che è un esperto notatore le affianca e nuota insieme a loro senza paura. Ci sono anche le razze ma queste sono un po’ più pericolose e quindi decidiamo di rientrare. Come primo impatto è stato piacevolissimo, la barriera è viva e ricca di animali.
Per il pranzo decidiamo di stare leggeri, con un gelato al chiosco e un panino in due del Canopy Grill (i prezzi sono cmq elevati anche con cambio a favore: 5$ per un gelato e 15$ per il panino). Una nota negativa in tutto questo contesto di pace e relax, ma che non stona con il fatto che ci troviamo in un parco naturale, è la presenza di migliaia di quaglie: piccoli uccelli che ti si avvicinano non appena si accorgono della presenza di cibo e cercano in ogni modo di rubartelo. Sinceramente ne avremmo fatto anche a meno ma ci sono e dobbiamo conviverci visto che l’isola è più loro che nostra.
Il pomeriggio ci riserva la più bella sorpresa della vacanza proprio perché assolutamente inaspettata: ci accorgiamo che un paio di persone inizia a guardare in lontananza e attirare l’attenzione degli altri vacanzieri. Incuriositi anche noi ci avviciniamo e cerchiamo di capire. L’elicottero che sorvola l’isola adibito al trasporto di passeggeri desiderosi di spendere soldi per fotografare la barriera corallina, ha appena comunicato via radio al Lifeguard della spiaggia l’avvistamento di un branco di 8 balene al largo dell’isola e il bagnino ci sta avvisando di questo. Infatti si riescono a vedere ad occhio nudo gli sbuffi di questi immensi cetacei e con la telecamera e un po’ di zoom anche i loro salti. E’ sorprendente soprattutto pensando che abbiamo cercato di avvistarle un paio di volte senza mai riuscirci, e ce le troviamo qui a farci questa gradita sorpresa. Questo spettacolo dura una ventina di minuti, giusto il tempo del loro attraversamento, e poi spariscono in lontananza e si dirigono verso acque più calde.
Poco dopo incontriamo anche gli amici di Terni che però non hanno visto lo spettacolo delle balene e con loro ci avviamo al molo per rivedere il fish feeding. Iniziano ad apprezzare anche loro la quiete di quest’isola, soprattutto al momento dell’aperitivo. Questa sera prenotiamo un tavolo tutti insieme, siamo 8 coppie di italiani in viaggio di nozze e ci siamo conosciuti in questi giorni sull’isola e ci aspetta quindi un’altra serata di baldoria soprattutto perché il cameriere del ristorante ci ha promesso dopo la cena un piccolo party tutto per noi!!!! Che bello.
Di ritorno in camera, prenotiamo per domani mattina alle 10, il giro con la barca dal fondo di vetro (gratuita per gli ospiti del resort), di cui abbiamo sentito parlare molto bene. Tutte le altre attrattive (a pagamento, come il parasailing, giro con il paracadute trainato dalla barca, giro in elicottero per vedere dall’alto la barriera corallina, o gratuite come l’ingresso al Museum & Crocodile Habitat ) non ci hanno ispirato molto e per tale motivo non le abbiamo opzionate.
La cena è costituita da un buffet di pesce di tutte le qualità al costo è di 85$ a testa (questa volta è stato utile aver optato per la mezza pensione perché per noi è tutto incluso): è veramente uno splendore: dalle ostriche alle aragoste, gamberetti e calamari, paste varie con sughi di pesce, capesante e vongole…. Insomma di tutto di più e buonissimo. Il tempo passa velocissimo tra un piatto e un altro, sembra quasi una gara a chi mangia di più. I racconti si sovrappongono, si confondono ed è divertente ascoltare le impressioni e confrontarsi (la coppia di Trieste è stata in viaggio di nozze 6 settimane e ha girato anche la parte ovest dell’Australia, così che prendiamo anche appunti mentali per un eventuali ritorno).
Finita la cena e sparecchiato il tavolo, il cameriere veramente ci inviata fuori sul terrazzo dove ci hanno preparato un tavolo in cui poter continuare la conversazione sorseggiando birra, caffè o te.
Devo dire che anche questo ha contribuito ad apprezzare ancora di più l’isola vista la cordialità del personale che ci lavora!
Ci diamo appuntamento per l’indomani a colazione e andiamo a letto non prima di aver rivisto le immagini registrate delle balene al largo, che spettacolo!

SABATO 18 AGOSTO
La colazione di stamani è solo a base di succhi e yogurt per cercare di smaltire l’abbuffata di ieri sera.
Alle 9.00 siamo già tutti in spiaggia pronti per goderci questa nuova giornata di sole. I ragazzi vanno a fare immersioni, mentre noi rimaniamo in spiaggia per migliorare l’abbronzatura. Per gli altri 4 ragazzi il sogno di Green Island sta per finire, infatti ripartiranno per Cairns con il catamarano delle 14.00. Alle 10.00 puntuali siamo all’imbarco della barca di vetro, pronti per rimanere abbagliati dalle meraviglie dei fondali. E infatti, non solo la barca naviga affiancata da pesci enormi, ma i fondali ci regalano i riflessi di colori meravigliosi. Vediamo un sacco di tartarughe e inizio a capire perché il simbolo dell’isola sia proprio questo.
Il giro dura un’oretta e si sviluppa al largo di fronte alla spiaggia dell’isola. Una volta scesi a terra, andiamo a dare un’occhiata all’osservatorio. E’ una piccola stanza pressurizzata che appoggiata sul fondo del mare attraverso parecchi oblò ti permette di vedere i pesci che nuotano sotto al molo, dove, si legge, trovano la maggior parte di cibo. E’ bellissimo, ne vediamo di tanti tipi ed ognuno di questi è catalogato dalle figure appese ai muri con una breve descrizione. E’ qui che per la prima volta vedo Nemo dal vivo, dopo aver visto più volte il film in Italia e un paio anche in aereo in Australia. Nella realtà è veramente come descritto nel film, simpatico e vivace, stanziato sempre vicino alle anemoni tra le quali gioca e cerca il cibo. Marcello riesce anche a fotografarlo, nonostante l’acqua sia particolarmente mossa e le anemoni si muovano quindi velocemente a seconda della corrente.
Siamo stati dentro all’osservatorio almeno un’ora, e una volta risaliti mi sono comprata la maglietta di Green Island al negozio che sta sopra l’osservatorio (eh la mia dedizione allo shopping non va mai in vacanza!).
Di ritorno in spiaggia non ci resta che rimetterci sui lettini o andare in acqua, per rivivere le emozioni della barca di vetro. Devo dire che a chi non piace stare ad oziare su un lettino a prendere il sole tre/quattro giorni sull’isola sono anche troppo, visto che c’è veramente poco da fare a parte ammirare la natura che la circonda; per gli amanti invece di questo tipo di vacanza invece più essere utile qualche giorno in più, perché sinceramente rigenera dalle fatiche del viaggio.
La giornata procede senza variazioni sul tema come le precedenti, essendo il nostro ultimo giorno però decidiamo di “circumnavigare” l’isola a piedi: ben 1,6km di circonferenza, ce la faremo? Il paesaggio non muta, è solo un po’ più selvaggio rispetto alla spiaggia dedicata ai turisti, il mare è bellissimo, si riesce a vedere la barriera corallina che forma strani giochi di colori, il tramonto è sempre meraviglioso la luce intorno diventa tutta rosa.
Ritorniamo ancora una volta al fish feeding ma stasera non avvistiamo lo squalo bianco (avrà micca già mangiato eh?!!) e ancora una volta all’aperitivo. Eh ci mancheranno queste coccole! Questa è la nostra ultima sera sull’isola ma decidiamo cmq di stare con Chiara e Luca e cenare insieme. Terminata questa, con torcia alla mano andiamo alla ricerca delle tartarughe. Percorrendo infatti il molo se ne possono avvistare a decine, è veramente emozionante. Peccato che ci sia parecchio freddo e questo fa si che decidiamo di rientrare presto.
Dopo i saluti di rito, ci apprestiamo a riorganizzare i bagagli perché domani mattina abbiamo il traghetto della Quicksilver alle 8.30 e l’aereo per Sydney alle 13.25 da Cairns.
Ah peccato che sia finita anche questa parte di viaggio, il tempo sembra volare ma le cose viste e fatte sono innumerabili.
La scelta di Green Island ci ha soddisfatto veramente, forse perché eravamo partiti un po’ pervenuti o forse perché sono stati pochi giorni. Ritengo che gran parte del merito oltre ad aver trovato un mare incantevole così come la natura e i pesci, sia dovuto come già detto al personale competente e disponibile, il cibo abbondante e di qualità e la possibilità di poter fare un po’ di tutto a seconda dei gusti. Questa è la nostra impressione, certo chi parte con l’idea di trovare un villaggio come quelli in Messico o da altre parti più turistiche non sarà d’accordo, ma questo è il nostro modesto parere per quello che abbiamo vissuto noi.

DOMENICA 19 AGOSTO
Il solo pensiero di dover riprendere il catamarano per ritornare a Cairns mi farebbe optare per rimanere a vita sull’isola (che sacrificio!!!), provo anche a pensare a metodi alternativi, come rientrare in elicottero, ma non fattibili. Niente non ci sono alternative possibili se non quella di non fare colazione e tenere le dita incrociate per la durata del viaggio.
Appena ci muoviamo sento già il mio stomaco ribellarsi, e dire che non ci siamo neanche staccati dal molo! Sarà l’ora più lunga della mia vita, nonostante il personale della barca si sia prodigato per farmi stare meglio.
Scendo dal catamarano con la faccia che sembra uno zombie, chissà cosa pensano i turisti che invece si apprestano a salire per essere trasportati a loro volta a Green Island!!!
Ci vengono consegnate la valige e aspettiamo che il nostro autista passi a prenderci: arriva con una macchina bianca fiammante e guantini calzati, uno spettacolo sembra Ambrogio. Dal porto all’aeroporto la distanza è minima ma per il mio stomaco, già provato dalle turbolenze marittime, sembra infinita.
Non sto a dilungarmi sulla mia situazione fisica, fatto sta che sia l’attesa di 3 ore in aeroporto (perché non siamo riusciti a trovare un volo prima per Sydney in quanto tutti pieni) che le successive due in aereo, non sono state molto piacevoli e quindi non mi sono potuta neanche godere l’arrivo nella città simbolo dell’Australia, quella che abbiamo tenuto alla fine del nostro viaggio, perché di ritorno in Italia potessimo avere le sue luci e le sue spettacolari architetture ancora impresse negli occhi. Mi sono innamorata di questa città da ragazzina, guardando le olimpiadi e adesso pensare di solcare le sue strade e ammirare i suoi monumenti è per me un’emozione immensa.
Atterrati all’aeroporto di Sydeny in perfetto orario, sono ormai distrutta, per fortuna le valige arrivano subito (grandissima efficienza a differenza dei nostri aeroporti) e così riesco a trovare un rimedio farmacologico nella mia farmacia da viaggio che disgraziatamente non avevo nel bagaglio a mano.
Il servizio taxi è anch’esso velocissimo e nonostante la ressa di clienti in pochi minuti ce ne viene assegnato uno. Il tempo è pessimo, piove e fa freddo, o forse il cambiamento climatico è più evidente visto che veniamo dal nord dove c’erano minimo 25 gradi. Il taxista ci spiega che è così da una settimana e che probabilmente non migliorerà neanche nei prossimi giorni, bene!
Per questi giorni alloggiamo all’Amora Jamison , in Jamison street, scelto perché a metà strada sia per Darling Harbour sia per The Rocks e Circular Quay.
Il costo del taxi è di 30€, forse anche qui c’è il servizio di bus navetta, ma per quasi lo stesso prezzo si arriva direttamente all’albergo e forse non ne vale la pena.
L’albergo è molto bello e lussuoso, è dotato di ogni confort e servizi. Noi siamo al 22esimo piano da cui godiamo di una vista mozzafiato su Circular Quay. Inoltre forse perché abbiamo prenotato 4 notti o forse perché ci è stato concesso l’ennesimo up-grade ma abbiamo anche la colazione inclusa nell’esclusivo Jamison Club. Entrati in camera ci accoglie la ormai usuale bottiglia di vino e una scatola di cioccolatini… mmmmh se stessi meglio me li mangerei in un boccone. Speriamo di poterlo fare domani. Sono le 17.30, fuori è già buio, di mangiare o uscire non se ne parla, non resta che dormire per poter essere in forma per domani.

LUNEDI’ 20 AGOSTO
Rinfrancata da una notte riposante, alle 7.00 sono già sull’attenti pronta a non perdere neanche un minuto di questa bellissima giornata di ….. pioggia. Si perché il tempo ha seguito le previsioni del taxista e piove ancora! Decidiamo così, dopo aver fatto colazione (io praticamente non ho mangiato), di dirigerci nella zona di Darling Harbour, che dista dal nostro albergo una decina di minuti a piedi.
Infatti percorrendo Kent St siamo già in Darling Harbour, che è diventato negli anni il maggior punto turistico anche grazie alle differenti attrazioni che si possono trovare.
Di fronte all’ingresso dell’Acquario si snoda la Monorail, una rotaia sospesa a tre metri d’altezza e che dall’alto permette di attraversare il Central Business District e il porto stesso.
Proprio perché piove decidiamo di visitare sia l’Acquario (che avremmo visto cmq) che il rettilario, il Wildelife Word acquistando il biglietto cumulativo per 46,50$ a testa (si risparmiano 20$ e si vedono entrambi).
Partiamo proprio dall’Acquario che è spettacolare: si trovano ogni tipologia di pesci, crostacei, stelle marine, cavallucci marini, pinguini e tanti altri pesci collocati in vasche adattate ai loro diversi habitat naturali. Ma la cosa più impressionante è stata la parte dedicata alla barriera corallina, dove in una vasca immensa, alta come una parete, larghissima e lunghissima abbiamo potuto vedere tutti i pesci della barriera corallina, mantre, squali che nuotavano tranquillamente in questo splendido acquario dai colori vivacissimi, i loro movimenti così pacati davano un senso di tranquillità anche dovuto alla presenza di una musica di sottofondo molto rilassante. Siamo stati mezzora davanti a questa vascona perché da dietro comparivano sempre specie differenti in mezzo agli altri pesci giganti.
A malincuore ci allontaniamo perché ci attendono altre vasche non di bellezza inferiore. Infatti questo acquario è famoso per la "walk on the ocean floor", 145 metri di tunnel attraversando il quale sembra di essere davvero nell’oceano. Infatti è un percorso in mezzo a due vasche in cui nuotano squali e mantre giganti, che quando si avvicinano al vetro sembra davvero che ti stiano puntando. E’ come se si potessero toccare da vicino anche se la sensazione non è così spaventosa! L’ultima vasca da non perdere è quella delle foche e trichechi, a parte l’odore non proprio di rosa, si percorre una passerella sospesa e prima dall’alto e poi da sotto si ammirano questi pesci scorrazzare nell’acqua.
E’ stato veramente bello tutto quello che abbiamo visto.
Usciti piove ancora e così ci buttiamo dentro al Rettilario. Anche questo museo è suddiviso in ambientazioni, ma non è stato niente di sconvolgente. Gli animali sono collocati in teche e si vedono, serpenti, iguane, ragni. A certe ore della giornata c’è anche uno spettacolo di 30 min in cui un addetto esibisce serpenti e ne descrive la pericolosità ma anche questo non è stato niente di trascendentale. La cosa bella è l’ambientazione delle farfalle: è una stanza in cui si può stare e le farfalle ti si posano addosso, ma non si riesce quasi a respirare all’interno perché la temperatura è elevatissima con un alto grado di umidità. Una volta usciti dalla stanza devi controllare di non aver ancora addosso delle farfalle. Ci sono tutti gli animali tipici australiani: canguri, wallaby, koala, ma sono molto più belli quelli visti in modo naturale visto anche l’angusto spazio in cui sono costretti anche se ricreato alla perfezione. Non stiamo che un’oretta perché davvero abbiamo ritenuto non ne valesse la pena. Finito il giro si esce nel ristornate del complesso di attrazioni ed essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci per fare uno spuntino.
Il tempo è migliorato e non piove più anche se fa ancora tanto freddo!!! Ci gustiamo un buon panino mentre riprogettiamo il proseguo del pomeriggio.
Decidiamo di andare al Pyrmont Bay per vedere l’Harbour Bridge da lontano. Per tale motivo attraversiamo il Pyrmont Bridge adibito a pista ciclabile e sul quale passa la monorotaia. La vista non è male anche se alla fine ci è piaciuta di più la camminata fatta per arrivare al Darling Point.
Ripresa la strada di ritorno entriamo all’Harbourside Shopping Center, un centro commerciale con vista baia, non è male, ci sono un sacco di negozi, ristornati e gallerie d’arte, e proprio una di queste attrae la nostra attenzione: Gavala Aboroginal Art Centre dove ammiriamo non solo le ceramiche, i boomerang ma anche i didjeridoo, e ci mettiamo a contrattare per uno di questi (veramente bello con la parte finale dello strumento di corteccia e dipinto con i colori tipici rosso, nero e giallo). Lo comperiamo alla fine al modico prezzo di 400$ + spese di spedizione ma ne è valsa la pena e anche la lunga attesa.
Ripartiamo direzione Exhibition Center, da dove decidiamo di visitare il Chinese Garden of Friendship (6$ a testa): è veramente un’oasi di pace da dove non vorresti mai uscire, è incastonato tra i palazzi del centro finanziario ma sembra proprio di essere in Cina. E’ stato regalato dalla Cina per il bicentenario della città. Marcello non vorrebbe più uscire perché nei laghetti che circondano le isole di vegetazione nuotano tranquillamente un centinaio di carpe Koi, la sua passione il mio incubo, e di conseguenza è rimasto affascinato dai loro colori e dalle loro dimensioni.
Finchè siamo qui passeggiamo anche lungo la via principale di Chinatown, io respirando i gradevoli profumi dei loro tipici cibi, Marcello cercando di farlo il meno possibile.
Di rientro verso l’albergo, decidiamo di visitare il famoso Queen Victoria Building, il centro commerciale più sontuoso della città. E’ situato vicino al Comune, una costruzione di mattoni antichi circondata da una splendida piazza.
Il QVB è costruito su diversi piani, anche sotterranei, ha negozi lussuosi e ristoranti molto chic. Ci accomodiamo ad un tavolo di un cafè, sorseggiando un cappuccino e ammirando la costruzione e il passeggio della gente.
Ristorati, dopo la sosta riprendiamo a girovagare per i negozi del centro (nonostante il cambio favorevole le mie finanze mi permettono solo di guardare la merce esposta !), ormai sono le 5 del pomeriggio e ad ogni ora, l’orologio centrale QVB si mette in movimento e ruotando su se stesso mostra 8 scene storiche della città. Non è male e siamo contenti di aver potuto vedere anche questa particolarità del centro.
Usciti, ormai è buio, ma con nostro sommo gaudio, qui i negozi chiudono udite udite alle 18.30!!! così ripercorrendo la strada verso il nostro albergo possiamo fermarci in una libreria, e rimaniamo affascinati dalla quantità di materiale disponibile.
Di ritorno in albergo, non ci resta che prepararci per uscire a cena e la nostra intenzione è quella di mangiare vicino all’Harbour Bridge e all’Opera House. La scelta è vastissima e i prezzi sono elevati in ogni caso ma la prospettiva li merita tutti. Optiamo alla fine per un ristorante italiano Italian Village. Veramente piacevole e con piatti di pasta non scotti. Finita la cena non possiamo che ammirare il romantico spettacolo della baia illuminata su una panchina del molo, e cercare di fare qualche foto che possano ricordare questo magnifico momento. In fondo mancano poche ore al 21 agosto, data del nostro primo mesiversario di matrimonio e credo non ci sia stato modo migliore per iniziare i festeggiamenti!!!

MARTEDI’ 21 AGOSTO
Ci alziamo un po’ tardi, e appena apriamo le finestre possiamo tirare un sospiro di sollievo perché fuori splende il sole.
Per oggi abbiamo deciso di visitare il quartiere di fornte a Circular Quay, Kirribilli, attraversando l’Harbour Bridge. Per arrivare al Pylon Lookout, il pilone posto a sud-est del ponte aperto dalle 10 del mattino alle 5 di sera, attraversiamo il quartiere di The Rocks, veramente caratteristico. E’ il vecchio quartiere operaio, tutto ricostruito, pieno di negozi e ristoranti veramente carini. Saliamo i 200 gradini (entrata 6$) che ci se dalla sommità del pilone quasi tutto d’un fiato, perché non vediamo l’ora di ammirare la baia dall’alto! E la vista è veramente meravigliosa, fortunatamente abbiamo anche il meteo a nostro favore, il cielo è blu senza una nuvola e il sole rende tutto più luminoso.
C’è un vento fortissimo sul pilone ma non riusciamo a deciderci a scendere! L’impressione personale che ho ricevuto ammirando questa baia vista tante volte nelle immagini delle olimpiadi è che nessuna foto o ripresa possa esprimere veramente quello che si prova nell’ammirarla dal vivo, tutto sembra più grande e allo stesso tempo vivibile e non caotico, ti senti sereno guardando le imbarcazioni solcare le sue acque tranquille.
Discesi, percorriamo la pista pedonale dell’Harbour Bridge, sorpassati da ragazzi che fanno jogging e sentendo il rumore delle auto che sfrecciano nelle 8 corsie loro riservate.
Arrivati dall’altra parte decidiamo di camminare per le tranquille vie di Kirribilli e poter vedere Admiralty House (residenza del governatore generale a Sydney) e Kirribilli House (casa del primo ministro australiano), due bellissime ville circondate dal verde che si affacciano sulla baia
Per pranzo ci gustiamo una porzione di cannelloni (acquistati in uno dei tanti negozietti di Broughton Street) seduti su una panchina sulla sponda opposta all’Opera House nel Bradfield Park, così da poterci anche gustare lo spettacolo della baia.
Per rientrare decidiamo di prendere il treno (metro) che ci porta direttamente in Circular Quay (dal finestrino siamo anche risusciti a vedere la piscina olimpionica costruita proprio in prossimità della stazione) e la fermata è di fronte ai moli degli imbarchi per Manly o per lo Zoo Taroga.
Camminiamo verso l’Opera House, e più ti avvicini più si dimostra imponente. Da vicino si vede chiaramente che la superficie esterna è ricoperta di piastrelle bianche, si potrebbe anche acquistare il tour guidato di alcune sale all’interno ma per oggi decidiamo solo di ammirarla. Girare introno all’Opera House ci ha regalato una bella sensazione di pace, ci siamo seduti su uno dei muretti che la circondano aspettando il passaggio di motoscafi e imbarcazioni mentre il sole lentamente calava.
Purtroppo inizia a piovere e così rientriamo verso l’albergo ( a 5 min di distanza). Per la serata decidiamo di trattarci bene concedendoci una cena in camera, anche perché il tempo non è per niente migliorato!
Non è per niente male e oltre ad averti servito le portate coperte dalla campana di metallo, ci sono due rose e una citolina con gli Smarties.

MERCOLEDI’ 22 AGOSTO
Dopo la solita abbondante colazione al 25esimo piano del nostro albergo, decidiamo in mattinata di ripercorrere le strade del giorno precedente, rivisitiamo così il The Rocks, ci godiamo la vista da sotto il ponte al fianco dei cannoni e organizziamo per visitare la spiaggia di Manly. Infatti al molo n. 3 parte il traghetto che in neanche 1h ti porta a Manly. Ci sono due alternative: prendere il biglietto cumulativo con anche l’ingresso allo zoo (ma di animali ne abbiamo visti anche troppi e così decidiamo di non andarci) oppure solo il biglietto andata e ritorno a 22.50$ a testa, l’opzione da noi scelta.
Stiamo sul ponte più alto per poter ammirare il panorama, che non è niente male anche allontanandosi dalla baia, ci sono un sacco di calette e di spiagge, motoscafi che ti sfrecciano di fianco e poi in lontananza la baia si apre e si scorge il vero oceano. Attraccati a Manly non ci si può sbagliare, c’è una via principale piena di negozi e di ristoranti che porta al mare. La giornata è fredda perché c’è un forte vento, giusto quello che serve per i surfisti. E infatti arrivati alla spiaggia ne vediamo a decine pronti ad immergersi e altri che lo stanno già facendo. Seduti sulla sabbia non possiamo che ammirare le loro prodezze e le loro acrobazie. Il tempo vola e decidiamo di incamminarci verso l’attracco del traghetto non prima di aver fatto un po’ di shopping nei meravigliosi negozi della Billabong (la famosa marca dei surfisti) e in una galleria d’arte dove abbiamo acquistato il nostro boomerang. Per un pelo non perdiamo il traghetto di rientro, poco male perché ce né uno ogni mezzora, e ancora una volta seduti sul ponte più alto aspettiamo di scorgere la baia per una veduta d’insieme mozzafiato. Ed è veramente così, io sinceramente sconsiglio di acquistare una delle numerose crociere che organizzano tour della baia, uno perché sono carissime e due perché vistando Manly o anche solo il Taroga Zoo che è molto più vicino alla baia di Sydney riesci a vedere lo stesso spettacolo risparmiando. Poi i traghetti hanno un sacco di partenze e si può scegliere il rientro vicino all’ora del tramonto che non è per niente male.
Arrivati a Circular Quay decidiamo di andare a mangiare all’Opera House, in uno dei tanti ristoranti / bar che si trovano sotto l’Opera con una splendida vista.
Abbiamo il pomeriggio girovagando nel Royal Botanic Garden, ammirandone i meravigliosi giardini botanici, riposandoci sulle panchine per godere gli ultimi istanti di pace di questa magnifica città. Bhe veramente abbiamo visitato anche i centri commerciali David Jones e Mayer, salendo e scendendo gli otto piani stracolmi di capi d’abbigliamento (anche se il ricordo del centro commerciale più imponente che abbia mia visto è di Toronto, non ricordo il nome, ma anche una amante dello shopping come me ha dovuto alzare bandiera bianca là dentro perché c’era veramente da perdersi!).
Ultima sera a Sydney, siamo un po’ tristi, perché la nostra magnifica luna di miele sta per concludersi, sembra ieri che siamo partiti ed invece è già passato un mese, ma abbiamo anche tanta voglia di tornare a casa per rivedere i nostri cari e poter raccontare di questa magnifica esperienza!
Per cena andiamo da Leonardo vicinissimo al nostro albergo, molto affollato da cui si può vedere in lontananza la baia e le sue luci in grado di creare quella magica atmosfera che non scorderò mai!
Sulla guida il ristorante è citato per la sua pizza, ed effettivamente ne avremmo anche voglia, visto che da quando siamo in Australia non ne abbiamo mai mangiato, ma dopo averne viste un paio servite ai tavoli vicini cambiamo totalmente idea: le pizze hanno una circonferenza di 20cm alte 10cm e costano 30$! Mi sa che ci conviene in tutti i sensi aspettare un altro paio di giorni per degustarne una come si deve in Italia!!
Così “ripieghiamo” su due meravigliose T-bone con salse ai funghi e contorni vari, una vera delizia per il palato.
Tiriamo un po’ le fila del nostro lungo peregrinare in questa terra così lontana (devo dire sotto diversi punti di vista e non solo geograficamente parlando) che ci ha regalato momenti splendidi.
Un’ultima passeggiata alla baia in versione notturna, qualche altra foto di ricordo e a nanna, che domani ci aspetta una mattinata intensa!

GIOVEDI’ 23 AGOSTO
Sveglia presto, colazione sempre al 25esimo piano e alla reception otteniamo di poter lasciare le valige in camera fino alle 13.00.
Il programma della mattina è stato studiato per vedere un’ultima parte di Sydney, quella dedicata ai mercati, che non abbiamo ancora visto essendo stati chiusi gli altri giorni.
A Darling Harbour giriamo per Paddy’s Market, il famoso mercato descritto per la sua capacità di offrire ogni genere di souvenir. E’ aperto dal giovedì alla domenica, situato in un edificio in mattoni rossi. Sinceramente ci aspettavamo di più, lo abbiamo trovato troppo commerciale e la maggioranza degli oggetti che vendevano era di fattura cinese. Abbiamo invece trovato bellissimi e coloratissimi boomerang.
Da qui decidiamo di proseguire e di andare a mangiare al Fish Market, ma a piedi la distanza si fa sentire, o forse abbiamo semplicemente sbagliato strada perché si trova invece molto vicino al Darling Harbour.
Questo mercato offre una quantità incredibile di pesce, fresco o già cucinato, che si può gustare all’aperto mangiando su panchine vicino all’acqua. La qualità è ottima, ci sono granchi giganti ricoperti si salse o formaggio che sono deliziosi e i prezzi sono contenuti.
Ormai è ora di rientrare in albergo, ritirare le valige e avviarci verso l’aeroporto perché il nostro volo per Singapore parte alle 15.50.
La corsa fino all’aeroporto ci costa 37.40$ esattamente la cifra che noi possedevamo in contanti, sembra quasi una fatalità ma in questo modo abbiamo finito i soldi australiani (è come dire che il viaggio è proprio finito).
Attraversiamo l’area di transito e un nuovo controllo documenti dove sui nostri passaporti ci viene bollato il timbro di uscita dall’Australia!
Dobbiamo aspettare un’oretta e poi siamo sul boeing della Quantas che in quasi 10 ore ci porterà a Singapore. Il volo è come al solito piacevole, le ore passano tra uno spuntino, un pasto, un film e tanti pisolini.
A Singapore abbiamo solo il tempo di sgranchirci le gambe visto che è uno scalo tecnico di meno di un’ora. Mentre viene rifornito di carburante e vengono fatte le pulizie all’interno dell’aereo, noi passeggeri inganniamo l’attesa con lunghe file ai bagni e facendoci fare messaggi ai piedi da alcune macchine poste nel lungo corridoio del gate.
Risaliamo e le altre 12 ore di volo che ci aspettano per arrivare a Francoforte sembrano essere interminabili, già un volo di 22 ore è massacrante, ma non fare neanche uno stop-over un po’ più lungo è proprio una tortura!
Quando atterriamo a Francoforte sta piovendo, e il clima sembra rispecchiare un po’ i nostri sentimenti. Siamo contenti di essere ad un’ora di volo da casa perché è stato un lungo mese, ma allo stesso tempo c’è già una punta di nostalgia che spunta.
Anche l’ultimo dei 13 voli, il Francoforte-Bologna, va liscio come l’olio e dall’aereo non vediamo più acque cristalline, foreste tropicali o deserto rosso fiammante, ma campi coltivati in modo regolare verdi e gialli.
Agli arrivi ci sono le nostre famiglie ad aspettarci ed è qui che parte il nostro lungo racconto di emozioni e ricordi che non è ancora terminato neanche con loro!!!!

CONCLUSIONI:
In queste interminabili pagine abbiamo cercato di lasciare le nostre impressioni, forse a volte troppo prolisse e altre al contrario troppo concise, in base alle nostre esperienze vissute. Abbiamo cercato di essere il più realistici e imparziali possibile, ma ripeto quanto descritto è unicamente frutto della soggettività del nostro viaggio. Alcuni non le condivideranno, come è successo a me leggendo in questi ultimi mesi alcuni racconti pubblicati che descrivevano gli stessi posti visitati da noi in modo opposto, ma ho rispettato le opinioni altrui perché frutto di esperienze totalmente personali.
Per quello che possiamo dire noi, il viaggio in Australia, per quanto studiato e costruito per cercare di essere quanto di meglio potessimo avere, ha superato in termini positivi di gran lunga le nostre aspettative. Non c’è niente che non rifaremmo nello stesso modo, come non c’è niente che vorremmo fare in più.
Non abbiamo badato tanto alle spese visto che era il nostro viaggio di nozze, ma anche chi parte con uno zaino in spalla e un po’ meno risorse non potrà che amare questo paese così ospitale.
L’Australia offre attrattive per ogni tipologia di richiesta e credo sia in grado di soddisfare un po’ tutti.
E’ lontana e il viaggio sembra non finire più, ma la voglia di ripartire appena arrivi a casa non mi ha ancora abbandonato.
Le oltre 1.000 foto scattate sono bellissime ed i ricordi ancora di più!