Nome utente o mail:

Hai già un account ?


Dimenticato password ?
clicca QUI
  • ACCEDI a FV    o     REGISTRATI

    ForumViaggiatori

    NOVITA' Assicurazione Viaggio AXA ASSISTANCE - SCONTO 10% solo per gli utenti FV - Codice Promo = FV10

     

    Che Tempo fa ?   dove andare nel mese di ...

     

    Coperto il 18% delle SPESE mensili SERVER275
     
    -
     

    Generico

      Italia   Europa   Nord
    America
      Centro
    America
      Sud America
    Antartide
      Asia   Africa   Oceania  

    VISTO ESTA PER GLI STATI UNITI:     https://www.esta-usa-visto.it     PER CHI PRETENDE UN SERVIZIO CON SUPPORTO IN ITALIANO

     

    LINK

    SCONTI &
    Convenzioni

      SCONTO 10%
    TravelParking
    MALPENSA
      SCONTO 10%
    TravelParking
    ORIO (BG)
      FiveSenses
    ANTIGUA
    Caraibi
      SPAZIO
    DISPONIBILE
      SPAZIO
    DISPONIBILE
      SPAZIO
    DISPONIBILE
      SPAZIO
    DISPONIBILE
      SPAZIO
    DISPONIBILE


    Grazie Grazie:  0
    Mi Piace Mi Piace:  3
    1. #1
      L'avatar di Garzabibbo
      <b><u>Menù Principale</u></b><b><u>Info Utente</u></b><b><u>Ringraziamenti</u></b><br>.<b><u>Menù Social</u></b><br>.
      Menù Principale

      [Western Australia] Broome e un po' di sud
      Post
      296

      Paesi Visitati
      MAPPA

      Predefinito [Western Australia] Broome e un po' di sud

      Noto che è da un po' che qualcuno non posta diari sull'Australia. Siccome ho ripreso a scrivere (e anche di buona lena) il lungo racconto del mio viaggio in Australia Occidentale di circa dieci anni fa, ho pensato di riportarne di seguito alcuni passi. Prima alcune foto, poi un lungo racconto.

      Cable Beach, Broome


      West Beach, Esperance


      Ocean Drive Road, Esperance


      Natural Bridge, Albany


      Harding River, Denmark


      Cable Beach

      Un paio di ragazzini giocava con dei piccoli aerei telecomandati, uno rosso e uno giallo, che sfruttavano il forte vento proveniente dal mare per compiere ardite acrobazie. Mi perdevo nel loro frenetico movimento sorseggiando una birra, seduto a un tavolino posto in cima ad un’alta duna costiera. Da lassù potevo avere un’ampia visuale su una delle spiagge più belle del mondo. In un giorno di sole, come ne capitano molti nel nord dell’Australia Occidentale, Cable Beach appare come una distesa lunghissima di sabbia color avorio bordata da acque tropicali di un puro turchese. Io lì però c’ero giunto in una giornata di pioggia e vento, con il cielo interamente coperto da un denso strato di nuvole grigie, prime avvisaglie di un ciclone tropicale che tutti i notiziari davano in arrivo nei giorni seguenti. La wet season, la stagione delle piogge, stava iniziando, investendo e spazzando con i suoi temibili cicloni l’intera regione. In quella luce cupa e umida la spiaggia appariva di un color giallo pallido con riflessi arancione, mentre il mare schiumoso era di un verde intenso che incuteva più timore che voglia di immergersi. A rimanere invariata era invece la vastità toccante della spiaggia: Cable Beach è lunga più di ventidue chilometri e con la bassa marea supera il centinaio di metri di larghezza. C’è di che rimanere estasiati nell’ammirare una tale immensità.
      La ricerca di tale visione era uno dei motivi per cui ero giunto fin lì, a quasi 3500 chilometri da Perth e dopo quasi un mese di viaggio nella porzione settentrionale del Western Australia. Volevo vedere Cable Beach e assaporarne un po’ l’essenza, per quanto il cattivo tempo in arrivo me lo avrebbe permesso. Non avrei potuto ammirare uno dei suoi celebri tramonti, pubblicizzati pressoché ovunque a Perth (la spiaggia è disposta verso ponente e il sole cade giù in picchiata proprio di fronte ad essa, incendiando l’oceano di una rutilante luminescenza e stendendo violacee ombre sulle chiare dune costiere), ma almeno non avrei visto quelle sagome ingombranti e decontestualizzate dei cammelli che in carovana accompagnano i turisti in una passeggiata lungo l’arenile, una delle attrattive di cui Cable beach va più orgogliosa (qualcuno potrebbe dirmi che i cammelli in Australia sono ormai una presenza assodata, con numerosi esemplari che vivono allo stato brado in tutto il Red Centre, ma per quanto mi riguarda sono animali importati il cui inselvatichimento è solo uno dei tanti errori commessi dai coloni europei; hanno per me la stessa attrattiva di un lama in Africa o di un elefante nella pampa argentina).
      Ma non ero lì solo per quello. Cable beach e la vicina cittadina di Broome rappresentavano un ideale punto di arrivo, l’ultima meta oltre la quale si accede al Kimberley, regione assimilabile ai Territori del Nord e di fatto più accessibile da Darwin. Ecco perché avevo percorso così tanta strada nell’ultimo mese, ore e ore passate su una corriera a vedere scorrere dal finestrino aridi paesaggi sempre uguali. Volevo sentire in un qualche modo Broome come una meta conquistata e vivere sulla pelle la tremenda vastità dell’Australia. Ugualmente era un vero peccato che in quel momento del sole non ci fosse proprio traccia e non ci fosse nemmeno alcuna speranza di vederlo nei giorni a seguire. A farmi compagnia c’era solo un costante vento in faccia ed un profumo di temporale nell’aria. Una fine pioggia cadeva a tratti, annacquandomi la birra e inducendomi a pensare, mentre osservavo alcuni temerari bagnanti che si sollazzavano tra le onde dell’oceano, quanto reale fosse il pericolo delle meduse a scatola in quelle acque. Avevo letto che quelle temibili meduse si presentavano in numero maggiore nei pressi della costa dopo una pioggia e allora ero lì a chiedermi se potevano essere così numerose anche durante una pioggia. In ogni caso non avrei provato a entrare in acqua per accertarmi della cosa. Il veleno di Chironex fleckeri (la più velenosa della medusa a scatola, nota anche come vespa di mare) è una complessa miscela di polipeptidi e proteine che detiene il primato di più letale veleno del mondo animale. Ben trentatré volte più potente rispetto a quello di un ragno delle banane o ottanta volte quello di un mamba nero. Una singola medusa possiede sufficiente veleno per uccidere duecentocinquanta uomini. Quando il tentacolo ti tocca, una serie di piccoli organi detti cnidoblasti estroflettono un filamento cavo e acuminato che contiene il veleno, che ti perfora la pelle fino a un millimetro di profondità. A quel punto quello che si prova è un estremo dolore, come essere marchiati a fuoco. Un dolore tanto più intenso quanto più ampia è la superficie tentacolare che ti ha colpito. A volte è solo questo dolore a ucciderti, provocando un arresto cardiaco che anticipa l’azione diretta del veleno. Se sopravvivi a questo iniziale dolore, non è che poi ti aspettano dei bei momenti, perché il veleno entra in azione con tutto il suo potere. Brucia la pelle, attacca il sistema nervoso e mira diretto al cuore. In circa tre minuti ha già raggiunto il suo pieno effetto. Il battito cardiaco si fa irregolare, non riesci a respirare e senti come acqua nei polmoni. Ti assale una sete terrificante e muori prima di renderti conto di altro, per arresto cardiaco o respiratorio. Anche esistendo un antidoto totalmente efficace, spesso presente direttamente in loco nelle spiagge “infestate”, il metodo più efficace per sopravvivere a un incontro con una vespa di mare è starsene tranquilli a terra, evitando di fare il bagno nel periodo in cui si approssimano alla costa settentrionale dell’Australia, cioè proprio nella wet season. O in alternativa indossare una specifica muta protettiva o nuotare all’interno di particolari aree dove sono state montate reti anti-vespa di mare. In quest’ultimo caso si può stare tranquilli nei confronti di Chironex fleckeri, che è una medusa di grandi dimensioni, ma non si è al riparo di un’altra medusa di dimensioni molto più piccole, la irunakdji. Minuscola, quasi invisibile alla vista, questa medusina possiede un veleno di una potenza inaudita e gli effetti di una sua puntura vanno da un limitato arrossamento fino ad arrivare a dolori lancinanti che durano giorni, se non settimane, in funzione della quantità di veleno iniettata e dalla risposta personale del proprio corpo. La irukandji ogni tanto viene a far visita alle rive di Cable beach: la probabilità di essere punti è rara, con circa 3-5 casi registrati all’anno, ma all’ingresso della spiaggia una nota indica il giorno in cui si è verificata l’ultima puntura, tanto per ricordare il rischio. Sulla spiaggia sono comunque presenti kit di pronto intervento a base di aceto, l’unico modo per alleviare il dolore della puntura di entrambe le meduse.
      Ma quando si parla di animali velenosi è tutta l’Australia a detenere qualsivoglia primato. Le sue acque non sono frequentate solo dalla medusa più velenosa del mondo, ma anche dal polipo più velenoso, il polpo dagli anelli blu, il pesce più velenoso, il pesce pietra, i molluschi più velenosi, alcune specie del genere Conus, i serpenti d’acqua più velenosi, eccetera, eccetera, eccetera. E non è che poi cambi molto se dal mare passiamo alla terraferma. Qui troviamo il serpente di terra più velenoso, il taipan dell’interno, e una buona dose di altri serpenti e di ragni con cui è meglio non scherzare.
      Tra questi ultimi ce n’è uno particolarmente interessante, il ragno dei cunicoli (Atrax robustus), interesse dovuto all’interazione tra il suo comportamento particolarmente aggressivo e il fatto che ama moltissimo trovare nascondiglio nelle scarpe, tra i vestiti e sotto i mobili. Non ha alcun timore dell’uomo, anzi possiamo ben dire che l’uomo gli sta proprio sulle scatole, tanto che se lo incontrate state pur certi che ci prova a tirarvi un bel morso. La fortuna è che il suo areale, cioè la regione dove lo si può incontrare, è veramente molto ristretto, meno bene invece che gli inglesi decisero di costruire la loro prima colonia australiana proprio in questo piccolo lembo di terra: l’ Atrax robustus lo si può incontrare solo a Sydney. Proprio a causa sua gli abitanti di Sydney sono noti per un’attenzione maniacale nel piegare e riporre i vestiti e in generale per un ordine domestico che a un “forestiero” può sembrare eccessivo. Tra tutti i ragni con veleno neurotossico è il più letale per l’uomo. Per ragioni sconosciute, infatti, l’evoluzione ha voluto che il suo veleno sia più efficace sui primati che sulle sue prede naturali. Farti mordere è facilissimo: ti basta mettere le mani in fondo a quel cassetto, indossare un paio di scarpe dimenticando di controllare che siano sicure, infilare le mani nella tasca sbagliata o camminare lungo il corridoio di notte senza aver acceso la luce. Insomma, tutte cose che faccio normalmente… un bel problemino.
      Si può ben dire che l’Australia è la patria degli animali velenosi, ma non scherza nemmeno con quelli che, pur non essendo velenosi, sono ugualmente molto pericolosi per l’uomo. Coccodrilli marini (saltwater crocodile, che gli australiani chiamano amichevolmente saltie) e vari tipi di squali, tra cui il temuto squalo bianco, sono “nemici” comuni per gli australiani. Leggendo qua e là per internet, un giorno mi sono imbattuto su un articolo di giornale che parlava della scoperta di una nuova specie di serpente d’acqua nel nord dell’Australia. Specie rara che vive in ambienti costieri poco battuti dai pescatori (e per questo finora mai scoperta), era l’ennesimo serpente velenoso e potenzialmente pericoloso per l’uomo. Ma non era stata la sua pericolosità ad attrarre la mia attenzione, ma la motivazione con cui un ricercatore ammetteva candidamente che il nuovo serpente era assai difficile da studiare nel suo habitat naturale: “È impossibile osservarlo in natura, perché le acque sono molto torbide e affollate da enormi squali leuca e da coccodrilli marini, oltre alle velenosissime meduse scatola. Se ci immergessimo, la nostra aspettativa di vita sarebbe misurabile in minuti – l’unico dubbio sarebbe quale animale potrebbe ucciderci. Io scommetterei sugli squali”. Aspettativa di vita misurabile in minuti? Ma stiamo scherzando? Ma che razza di posto è mai questo?
      “Quando vuoi farti una bella nuotata”, mi disse il signor Parnell una delle prime volta che mi sedevo con lui sul divano a guardare la televisione, “ricordati di tenere sempre una persona tra te e il mare aperto”. Ottimo consiglio.
      Broome

      Il 3 marzo 1942 cinque caccia giapponesi compirono un’incursione su Broome. Nell’attacco di quindici minuti alla base militare furono distrutti 23 aerei e uccise 70 persone. Un bombardiere americano tentò il decollo all’inizio dell’incursione, ma fu abbattuto poco lontano, sul mare. Dei 33 uomini a bordo ne sopravvisse solo uno. La seconda guerra mondiale toccava così anche questo isolato angolo di mondo.
      Durante la guerra si poterono contare ulteriori tre incursioni su Broome e tante altre su tutta la costa settentrionale dell’Australia, da Darwin fino al golfo di Exmouth. In prossimità del faro di Vlamingh Head, sulla punta settentrionale del North-West Cape, si possono osservare i resti di una batteria antiaerea, ancora circondata da muretti di sacchi di sabbia ormai cementificati. Ma le incursioni aeree erano solo il preludio dell’avanzata giapponese in tutto il sud-est asiatico. La vera paura per gli australiani fu il profilarsi di uno sbarco, una vera invasione che l’esiguità dell’esercito australiano non avrebbe potuto prevenire o contrastare. Troppo vasta l’Australia e troppo pochi australiani a difenderla. Ecco perché alla fine della seconda guerra mondiale il governo incentivò l’arrivo di nuovi flussi migratori, con il solo scopo di aumentare la popolazione ritenuta troppo modesta.
      Broome quel 3 marzo entrò nei libri di storia per la seconda volta. La prima fu nel 1889, quando si decise di far partire proprio dai suoi pressi un cavo telegrafico che collegò l’Australia a Singapore. La spiaggia da cui il cavo partì fu chiamata proprio per questo Cable beach.
      Intorno a queste due date la storia di Broome è fatta quasi interamente di madreperla prima e solo perla poi. Sorta nel 1983 come insediamento per servire i luoghi dove si pescavano le conchiglie per ricavarne la madreperla, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale produceva l’80% mondiale di questo particolare materiale. Tra le due guerre il calo del commercio, la grande depressione del 1929 e la concorrenza del Giappone causarono un calo nella richiesta di madreperla, ma alla fine della Seconda guerra mondiale, con la flotta di pescherecci giapponesi completamente spazzata via dagli eventi bellici, Broome si ritrovo senza concorrenti e ridivento il principale porto mondiale ove praticare questo tipo di raccolta. Con la madreperla sostituita negli anni ’50 da materiali sintetici più a buon mercato, Broome per sopravvivere cominciò a interessarsi non più alla madreperla, cioè il materiale ricavato dallo strato interno delle conchiglie, ma alla perla vera e propria: negli anni settanta oltre il 60% delle perle coltivate nel mondo proveniva da questa piccola cittadina australiana. Dagli anni settanta l’economia di Broome cominciò a diversificarsi, grazie alla scoperta di minerali in zone più interne del Kimberley e ad un interesse turistico via via crescente, portandola ad essere una delle città australiane con maggior crescita del XXI secolo. Perle, minerali e turismo stagionale, in sintesi questo è Broome oggi. Turismo stagionale perché i turisti arrivano a frotte dal sud dell’Australia solo durante la dry season, trasformando la città in una fervente località balneare. Nella wet seasonBroome torna a essere una sonnacchiosa cittadina di frontiera, dove per le strade si vedono circolare ben poche persone e ti aspetteresti da un momento all’altro di vedere rotolare a terra balle spinose di tumbleweed trascinate dal vento.
      Era un caldo umido che ti appiccicava la maglietta addosso ad accoglierti fuori dai pochi locali ancora aperti: un information center, qualche ristorante ed un buon contingente di rivendite di perle, tutti rigorosamente dotati di aria condizionata sparata a mille. Aria condizionata che al mio secondo giorno di Broome non era poi così tanto necessaria, visto l’arrivo del già menzionato ciclone tropicale. Ho sempre avuto una passione per il vento e per i fenomeni atmosferici diciamo estremi. Fin da piccolo ho amato osservare i temporali, le braccia appoggiate al davanzale, la finestra rigorosamente aperta per appropriarmi del profumo intenso della pioggia e sentire sulla pelle i piacevoli schiaffi del vento. Da qualche tempo sognavo di ritrovarmi in mezzo ad una tempesta tropicale, magari non proprio forte forte, tanto da non rischiare più di tanto, ma comunque sufficientemente ricca d’energia da creare un bel po’ di movimento. Era per questo che le notizie che davano in avvicinamento la tempesta, che mi erano giunte fin da quando ero a Exmouth, mi avevano spinto verso Broome piuttosto che allontanarmici. Finalmente l’occasione si stava presentando, bastava non cambiare in alcun modo la pianificazione del viaggio.
      Il posto dove avevo deciso di alloggiare era fatto al caso mio, una struttura con un’equilibrata alternanza tra spazi aperti e coperti e con una cucina che sembrava una capanna costruita in mezzo ad una foresta, con le pareti di lamiera accarezzate dalle fronde delle palme, che la cingevano da ogni lato. Avevo quel giusto sapore di tropicale che non poteva mancare, se no che razza di ciclone tropicale sarebbe stato? La veranda offriva svariati divanetti da cui contemplare l’evento e una bottiglia di birra a buon mercato era sempre disponibile nel bar interno all’ostello. Insomma, lo spettacolo poteva incominciare… e così ha fatto. Già dalle primissime ore del mattino il vento ha iniziato a scuotere con forza le fronde degli alberi, mentre scrosci discontinui di pioggia percuotevano le sottili pareti di lamiera. Un suono stordente ha iniziato ad alternarsi a veloci istanti di calma, in una ciclicità che andava via via sempre più regolarizzandosi, trasformandosi in una cadenza ossessiva. Il tambureggiare violento della pioggia e il sibilo rabbioso del vento lungo le strade lasciavano spazio regolarmente ad attimi di strana calma, una quiete però carica di aspettativa, d’attesa per la veemenza che da lì a poco si sarebbe nuovamente scatenata. Un ciclo affascinante, uno spettacolo che meritava di essere visto, senza ombra di dubbio. Dopo poco più di un’ora ero già pronto a pagare il biglietto e andarmene dalla sala felice e contento, con un’altra voce da depennare sulla lista delle cose da fare assolutamente nella vita. Ma il ciclone non era lì sopra Broome per me, o forse non per me soltanto. Sta di fatto che non ne ha voluto sapere di sentirsi lui stesso soddisfatto della mia soddisfazione, così ha continuato a sbuffare ritmicamente per la seconda, la terza, la quarta, la quinta ora e così via, sempre regolare, sempre stordente, sempre violento. Mai un attimo di tregua, fino al tardo pomeriggio, momento in cui mi ero ormai talmente annoiato che me ne stavo con il mento appoggiato a un tavolo ad osservare la colorazione differente delle svariate bottiglie di birra che mi ero scolato durante l’intera giornata. Al primo cedimento del ciclone, con l’incessante pioggia di prima trasformata in una più blanda pioggerellina, ho indossato l’impermeabile e sono uscito per le strade di Broome in cerca di qualcosa per combattere il tedio che si era già impossessato delle mie ossa. Non che sapessi cosa cercare, ma rimanere inchiodato all’interno dell’ostello mi era diventato insopportabile. Ma il ciclone si era in realtà solo preso un caffè, così ha iniziato nuovamente ad imperversare che ero ancora in giro per strada. Dopo venti minuti in balia del suo ardore, con l’acqua che aveva trovato tutti i varchi nel mio abbigliamento impermeabile pochissimo impermeabile, in cui rivoli tiepidi mi scendevano per ogni dove, lungo la schiena, lungo il torace, lungo le braccia e le gambe, dove ogni più piccola porzione dei miei indumenti era intrisa d’acqua e pesante più del doppio del normale, ho deciso di ritornare al tedio asciutto dell’ostello. Basta, basta, non ne potevo più di questo ciclone. Dopo una doccia e un pasto caldo, ho deciso di affogare la mia noia con l’oblio del sonno sperando di non rivedere mai più un ciclone tropicale in vita mia.

      Ad ovest il cielo era pennellato di viola e arancio, tinte forti, decise, come solo in Australia avevo ammirato. Poche nuvole sparse decoravano l’orizzonte, screziate di colori pastello rosa e cremisi, sospinte da un vento leggero, appena un blando sussurro. Alberi scuri si stagliavano sulla linea del tramonto, i contorni che si sfocavano sempre più. Sagome nere in movimento andavano e venivano dalle loro fronde, sacchi chiassosi che si appendevano a testa in giù sui rami, apparendo come ciondolanti caschi di banane. Le mangrovie di Roebuck Bay ospitano una colonia di oltre 50.000 volpi volanti, i più grandi tra i pipistrelli, e qualcuno aveva deciso di fare una capatina dall’altra parte della penisola, nei pressi di Cable Beach. Il loro costante chiacchiericcio mi faceva compagnia mentre ammiravo il crepuscolo con un bicchiere di buon bianco australiano in mano. Sono spesso le piccole cose, i piccoli particolari, a riempire la vita e renderla piacevole. Il viaggio, come dice Bouvier, ha sì il potere di riempirti la vita, ma ancora prima di questo ha il potere di purgartela. Un mese prima non avrei avuto quella leggerezza d’animo per assaporare così intensamente quel tramonto. Troppi inutili pensieri, troppi ottundimenti, troppa poca vitalità. Tutto il contrario di quello splendido momento.
      Ero vivo, ricettivo e non più solo. Con me c’erano tre italiani e due ragazze belghe, tutti in precedenza conosciuti a Monkey Mia. L’Australia occidentale, a dispetto delle sue enormi dimensioni reali, è un posto davvero piccolo. Era la vigilia di Natale e si era deciso di comune accordo di festeggiare con una ricca cena di pesce innaffiato da vino bianco, anticipata da un antipasto a base di fette calde di garlic bread e fresca sangria come aperitivo. Le due ragazze alloggiavano in un campeggio nei pressi dell’oceano, le cui deserte cucine all’aperto erano pronte a ospitarci con tutto il nostro carico di entusiasmo, quella passione tipicamente italiana d’attrezzare un pasto sontuoso in qualsiasi luogo della terra, per qualsiasi buona occasione. Chiacchiere e risa prima davanti ai fornelli, poi ai lati della tavola imbandita, debolmente illuminati da una lampada da campeggio tenuta a debita distanza per non farci sommergere dalle falene. Flussi di parole, d’esperienze, d’emozioni. Quanto di meglio avevamo vissuto in Australia, quanto di meglio volevamo ancora vivere, quanto di meglio stavamo vivendo.
      Due dei tre italiani stavano terminando il loro anno di lavoro/vacanza in terra australe, il terzo, fratello di uno dei due, li aveva raggiunti da poco meno di un mese per accompagnarli in quell’ultimo viaggio verso nord, fatto a bordo di un vecchio station wagon marrone stracarico di bagagli e cigolii. Le due ragazze viaggiavano invece su un vanpieno di fiori, con però al posto dei capolini tanti bei teschi. Una via di mezzo tra figli dei fiori e metallari. Anche loro si stavano spostando da Perth verso nord, con l’intenzione di passare il Kimberley per raggiungere Darwin.
      Sei fili si erano incrociati per un attimo sotto il limpido cielo crepuscolare di Broome, attorcigliandosi lievemente, per poi nuovamente districarsi alle prime luci dell’alba, di fronte a un paese completamente addormentato, per prendere nuove e diverse vie. Già poche ore dopo averli salutati mi aspettava la corriera che mi avrebbe riportato a Perth, trentatré ore di viaggio per sentire ancora una volta sulla pelle l’immensità di questa terra. Avere molto tempo a disposizione mi permetteva di non rinunciare al migliore dei lussi, la lentezza.

      Esperance

      Una settimana di pausa, passata a parlare più italiano che inglese, ed è giunto finalmente il momento di ripartire in viaggio, questa volta verso sud. Da questo lato, le corriere della Traswa corrono con una certa frequenza, toccando tutte le cittadine degne di nota. Le difficoltà logistiche vissute a nord sono così solo un ricordo, come gli sterminati aridi paesaggi in cui sono stato calato il mese scorso.
      Già dopo un’ora di viaggio, non appena usciti dall’aerea metropolitana di Perth, ci ritroviamo avvolti da verdi boschi di eucalipti. Un bosco “all’australiana”, con piante arboree non più alte di quindici metri, con chiome striminzite e un sottobosco per lo più formato da grass tree di piccole dimensioni, ma pur sempre una composizione di vividi verdi. La gioia è tanta, ma purtroppo effimera. Non ci vuole molto per vedere il bosco sostituito da infinite distese di pascoli giallo-bruni, dello stesso colore del manto delle pecore, che non si riescono quasi a distinguere dal paesaggio. Corriamo in questo mondo giallo per tutta la mattinata, con solo fugaci visioni di vero bush, passando in rassegna piccoli villaggi dediti alla pastorizia e all’agricoltura, tutti con le loro stradine ordinate e un sole tremendo sopra la testa. Solo poco prima di giungere a destinazione, la città di Esperance, il paesaggio vira prima verso un bianco accesso, quello di piccole saline che talvolta avvolgono completamente la strada, poi il verde scuro di una fitta e bassa macchia mediterranea, che fa da contorno alla cittadina e all’oceano. Ed eccomi giunto nella prima destinazione a sud.
      La città in se stessa non ha granché da offrire, se non le solite belle villette di legno così usuali in WA. Quello che è davvero piacevole è la posizione dell’abitato, su una baia azzurra battuta dal vento, tra promontori verdi che ne abbracciano la grande visuale. Una fila di pini di Norfolk, con le chiome composte di rami paralleli, accompagna la lingua di sabbia bianca che con un’ampia mezzaluna delimita la baia. In lontananza, spesso coperti da una bassa foschia, varie isole strappano l’orizzonte. Sono le isole dell’arcipelago de la Recherche, poco più di grandi scogli che punteggiano la baia e arricchiscono l’oceano.
      In una giornata non proprio soleggiata, come quella successiva al mio arrivo, la vera bellezza del luogo è solo accennata. S’intuisce, ma non si apprezza completamente. Ma quando le nuvole scorrono via lontano e il sole può indisturbato spadroneggiare nel cielo, allora in quel momento tutta la bellezza di Esperance appare vivida agli occhi. E sono i suoi colori. Le diverse tonalità dell’oceano, dal turchese in prossimità della riva al blu profondo in lontananza, il bianco candido delle spiagge, il verde scuro della vegetazione mediterranea, il bruno delle rocce granitiche e l’azzurro incontrastato del cielo. Un’incantevole sinfonia di colori che ha pochi eguali. Svariate spiagge nei dintorni sono universalmente considerate tra le più belle d’Australia, prima fra tutte Lucky Bay, all’interno del Cape le Grand National Park, distante circa sessanta chilometri verso est, ma anche Wylie Bay e Cape Le Grand Beach, un po’ più prossime a Esperance. Ma senza volere muoversi troppo dalla cittadina, solo scavalcando uno dei due promontori che delimitano la sua baia ci si ritrova avvolti in continue bellezze naturali capaci di strappare sospiri emozionati a ogni cambio di visuale. E per raggiungerle basta farsi condurre da una pista ciclabile e pedonale che, partendo dal centro città, scorre per tredici chilometri verso ovest: la pista dei “10.000 passi”.
      Come mi era successo a Kalbarri con il Melaleuca Track, nei giorni vissuti a Esperance ho stretto un profondo legame con la pista dei “10.000 passi”, approcciandomi a lei prima a piedi, scoprendo così innanzi tutto la stessa Esperance, con il suo lungo molo che si protende verso l’oceano alla cui base nuotano spesso dei leoni marini, e poi la vicina West Beach, appena al di là del promontorio che chiude la città verso sud-ovest; poi, grazie alla bicicletta, spingendomi sempre più lontano, scoprendo spiagge meravigliose, come Salomon e Twilight Beach, e innamorandomi delle visioni offerte dall’Ocean Drive Road, il naturale proseguimento della pista ciclabile verso ovest.
      Dall’ostello ci vogliono circa quattro chilometri per raggiungere il lookout posto in cima al primo promontorio a sud-ovest di Esperance, gli ultimi cinquecento metri in salita. Da lassù lo sguardo può veramente sfuggire lontano. Una serie di mezzelune bianche si sussegue allo sguardo, cingendo acque di uno splendido azzurro. Anche le isole de la Recherche, in basso dalla cittadina appena accennate, da lassù assumono i reali contorni, uscendo dall’orizzonte e sparpagliandosi sul mare. L’attenzione però non può che essere calamitata dalla spiaggia appena di là del promontorio, West Beach, vasta e incontaminata, composta di sabbia finissima che pare farina, con alcuni enormi massi granitici, ormai aggentiliti dallo sciabordio continuo delle onde, caduti dal versante e intrufolati nell’acqua bassa a caratterizzarne il profilo. Una serie di passerelle e scale di legno scende dalla pista dei “10.000 passi” verso la spiaggia, rendendola una delle più fruibili in uscita da Esperance. Poche comunque sono le persone che camminano lungo il bagnasciuga, spesso solo qualcuno del posto a passeggio con il cane. La sensazione di essere l’unico padrone di questo paesaggio è sempre presente e totalmente rigenerante.
      Ma la pista dei “10.000 passi”, chiusa dalla bassa vegetazione costiera sopra la spiaggia, è un continuo invito a proseguire. Calando e salendo lungo i profili della costa, offre gustosi assaggi di paesaggi che verranno, invogliando le gambe a spingersi oltre la prossima salita, il prossimo promontorio, la prossima idilliaca visione. È così che già il primo giorno mi sono ritrovato a macinare a piedi oltre venti chilometri, quasi senza neanche accorgermene.
      Il giorno seguente mi sono invece munito di bicicletta e il sole ha deciso di farmi compagnia per tutta la giornata, rendendola così speciale, forse la più bella tra quelle vissute in Australia. A West Beach il mare risplendeva di un azzurro talmente intenso da far lacrimare gli occhi, che contrastava divinamente con la sabbia bianchissima il cui soffice tocco i miei piedi ancora ricordavano. Mi fermavo ogni dieci metri per immortalare con la macchina fotografica nuove prospettive, mai sazio. La giornata era davvero fantastica, con il sole che riscaldava e il vento che rinfrescava, e il mio corpo superava di slancio tutte le salite senza appesantirsi troppo. A un tratto non sono più riuscito a trattenermi e ho cominciato a esclamare a voce alta, e a più riprese, “Mamma mia, che bello”, incapace di ingabbiare nel silenzio quelle frizzanti emozioni che il paesaggio faceva nascere in me. L’ho ripetuto infinite volte, lì seduto su una delle tante panchine che sono state sistemate lungo il percorso, la bicicletta appoggiata alle spalle, i capelli che svolazzavano allegramente al vento e un sorriso stampato sul volto. Il contrasto di colori che avevo osservato nel nuvoloso giorno precedente, e che già mi aveva emozionato, esplodeva davanti ai miei occhi in tutto il suo splendore, lasciandomi esterrefatto. Proseguendo di gran lena sono giunto fino a Twlight Beach, dove sembrava si fossero dati appuntamento tutti i bagnanti di Esperance, cioè circa un centinaio di persone, non di più. A cinquanta metri dalla costa un enorme scoglio di granito sorgeva dalle acque, arrotondato dagli eventi e dal tempo. Una piccola rientranza sembrava scavare un buco nero sulla superficie levigata del masso e conferiva al tutto una particolare e riconoscibilissima forma. Tra lo scoglio e la spiaggia bianchissima si estendeva un braccio di mare dall’acqua cristallina di un azzurro purissimo. La sabbia era talmente fine da essere trasportata con estrema facilità dal vento, ma non dava alcun fastidio. È solo che quando mi sono svegliato, dopo una rigenerante dormita, mi sono ritrovato quasi completamente ricoperto di sabbia, il tutto davvero inaspettatamente.
      Dopo Twilight Beach la strada costiera s’inerpica sull’ennesimo promontorio. Sulla destra ho cominciato a intravedere enormi pale eoliche della locale Wind Farm, che coprivano una vasta aerea nel primo entroterra, alla sinistra continuava a giganteggiare l’oceano, che si spingeva lontano fino all’orizzonte. La lingua d’asfalto saliva e scendeva, spaccando in due la verde vegetazione che si era fatta più fitta. L’Ocean Drive Road è in realtà un loop, così a un tratto piega verso l’interno, per ritornare verso Esperance. La strada a quel punto diventa più piana e la vegetazione comincia ad alzarsi, libera di puntare verso il cielo senza più l’assillo del vento. Ma è ancora un basso bush arbustivo, con solo qualche isolato albero, a circondare il Pink Lake, un ampio specchio d’acqua piuttosto bassa che ogni tanto si colora di rosa, che però al momento della visita era di un colore quasi latteo, con riflessi celesti. Quando sono giunto al lookout da cui si può abbracciare con lo sguardo l’intero lago, la fatica che m’indolenziva piacevolmente il corpo, ho estratto una mela dallo zaino e mi sono ritrovato ad ammirarla sotto gli accecanti raggi del sole. Mi è balzata in mente una sequenza del film Into the Wild, quando Alex Supertramp elogiava le qualità della mela che stava mangiando. In quel momento l’ho compreso totalmente. Anche la mia mela era buonissima, un’autentica goduria per il palato e una gioia per l’anima. La leggerezza che il viaggio mi stava donando era in grado di farmi apprezzare anche le cose all’apparenza meno importanti e più scontate. Lì disperso, invece, solo in mezzo alla natura australiana, non c’era niente che avrei desiderato di più che gustarmi quella mela, pienamente soddisfatto. Questa era l’estasi di cui ogni tanto vado cianciando.

      Quando parlo del mio viaggiare, mi soffermo spesso sul raggiungimento di uno stato di momentanea grazia. Ma effettivamente non è solo questo. Viaggiare mi permette anche di soddisfare una continua sete di conoscenza, del mondo e di se stessi in pari misura. Appagando la mia curiosità e arricchendomi di sapere, dà un senso duraturo al tutto, quando invece l’estasi valorizza l’attimo fuggente. Sono due aspetti essenziali per rendere speciale il viaggio, due lati di una stessa splendida medaglia.
      All’ostello, seduto su un comodo divano cercando di trascrivere le forti emozioni appena vissute sull’Ocean Drive Road, scruto con sospetto una comitiva della Western Exposure appena giunta in paese. Ogni volta che incontro questi gruppi provo una forte sensazione di straniamento. Sono veramente tutti felici di essere lì a far parte di quel gruppo? Sono tutti consapevoli che stanno barattando la libertà in cambio di qualcosa che non riesco nemmeno a inquadrare?
      Rispetto al mio modo di viaggiare, uno organizzato offre sicuramente la possibilità di vedere più cose, o di vedere quelle che sono universalmente considerate le più belle di una determinata regione, come potrebbe essere Lucky Bay per Esperance, ad esempio. Poi offre la possibilità di conoscere facilmente altre persone, con le quali condividere emozioni e stringere magari durature amicizie. Infine, rende il viaggio più semplice, nel senso che non devi preoccuparti di nulla, dal cercare un posto dove dormire o mangiare, e nemmeno scegliere cosa fare e vedere.
      I primi due sono punti indubbiamente positivi, da qualsiasi punto di vista si guardino, il terzo invece tendo a vederlo come negativo, anche se non per tutti è così.
      Ma obiettivo di un viaggio non “è vedere luoghi”, mettere una spilla sulla mappa del mondo o un’etichetta con scritto “visto”. Viaggiare è “far proprio un luogo”, interiorizzarlo. È un percorso per forza di cose personale, non può essere altrimenti.
      Scopro subito di non essere l’unico a pensarla così perché a breve sono avvicinato da un ragazzo che negli ultimi giorni ho visto vagare per l’ostello. Amir sta viaggiando da solo, per un viaggio che l’ha ormai portato a toccare quasi tutta l’Australia. Barba incolta e faccia un po’ paffuta, Amir parla l’inglese perfetto degli israeliani. A spingerlo ad avvicinarmi è quella molla naturale che spinge l’uomo a condividere se stesso, a comunicare, a interagire. Per un viaggiatore solitario il bisogno più impellente, che di solito si rende evidente la sera dopo una giornata di emozioni, è quello di trovare qualcuno con cui parlare. Solitamente un altro viaggiatore solitario, che è sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d’onda. A differenza mia, Amir ha fatto molti tour organizzati, tour che gli sono piaciuti e che gli hanno permesso di vedere luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili. Però mi guarda dritto negli occhi e mi confida che viaggiare da solo è tutta un’altra cosa. La libertà, mi dice, è qualcosa di troppo importante da poter scambiare, è qualcosa di unico che va conservato come il regalo più grande che il viaggio ti sta donando. A Melbourne ha noleggiato una macchina e si è girato da solo l’Ocean Drive fino a Adelaide. Quello sì che è stato un momento d’estasi, quello sì che è stato viaggiare. Non posso che essere d’accordo con lui. Me lo immagino al cospetto dei dodici apostoli con quello sguardo scuro da sognatore e sorrido al suo entusiasmo. Gente come noi si comprende al volo, non servono troppe parole.

      L’ultima mattinata a Esperance. Nella cucina dell’ostello ferve un’intensa attività: ci sono tutti quelli del gruppo organizzato, soliti a svegliarsi presto il mattino perché devono correre lontano a veder chissà cosa, e c’è anche Amir. Sta tornando a Perth per noleggiare una macchina. L’assenza di un proprio automezzo in WA vincola parecchio. Ognuno ha il suo, di proprietà o noleggiato, quindi i tour di un solo giorno, che potrebbero portarti a vedere qualche meraviglia lontano dalle città, non sono così gettonati. Ad Amir questa limitazione non piace ed ha deciso di tornare indietro, noleggiare una macchina e girare da solo il sud. Per quanto mi riguarda, vedo le cose differentemente. Io sono dell’idea che non è così importante cosa si vede, ma come lo si vede. Con questo non voglio dire che potrei andare in viaggio in una discarica ed essere felice lo stesso, ma che l’importanza che si dà alla meta è spesso eccessiva e così facendo si dimentica qual è il vero motivo del viaggio. Purtroppo molti considerano la destinazione come un fine: “c’è da vedere questo, poi quello, poi quell’altro”. Selezionano a tavolino cosa c’è da vedere e i tempi da concedergli, sulla base d’idee preconfezionate da altri. Il viaggio nasce in funzione di una pallida idea della destinazione e dalla smania di vedere il più possibile, non in funzione di se stessi. Per me questo non è viaggiare, è muoversi.
      Lucky Bay è considerata la spiaggia più bella d’Australia e molti mi hanno garantito che è qualcosa da non perdere. Ovviamente io l’ho persa, perché era troppo lontana da raggiungere in bicicletta, a Esperance nessuno noleggia macchine e l’unica agenzia che organizza un tour giornaliero verso quella meta non aveva abbastanza clienti da fare partire una visita (ero l’unico a essermi iscritto). Della cosa mi dispiaccio? Sì, un poco. Ma non troppo. I giorni che ho passato a camminare e correre in bicicletta nei dintorni di Esperance sono stati divini. Ho goduto di ogni singolo instante in un modo che non ha eguali, scoprendo a fondo un paesaggio che mi è entrato nell’animo. Forse Lucky Bay è più bella di West Beach, ma dubito che mi avrebbe donato una felicità superiore a quella che ho provato. Intanto ho conosciuto a fondo West Beach. Lucky Bay la vedrò un’altra volta, forse.

      Albany

      Mentre leggevo “Le vie dei canti” di Chatwin, mi sorprendevo nel notare come molte formazioni rocciose o strani “scherzi” geologici fossero considerati sacri dagli aborigeni e di come a ognuno di loro fosse legata una leggenda da far ricondurre la Dreamtime. Se ogni roccia è sacra e richiama il tempo della creazione, pensavo, gli aborigeni ne devono aver avuto di fantasia da spendere. Ma questo perché la mia mente è abituata a ragionare con riferimento all’Italia, terra giovane ricca di asperità, monti o qualsiasi altra stranezza geologica. L’Australia è terra antica, per lo più piatta o al massimo dolcemente ondulata, in cui il tempo è stato sufficiente per appianare quasi tutto. Le discontinuità sono pochissime se confrontate con l’enorme superficie del continente. Sono un chiaro riferimento visivo. Ecco perché quelle discontinuità sono diventate sacre. Lo sarebbero diventate anche per me, poiché la loro visione è l’unico modo per spezzare una monotonia paesaggistica che ha dell’incredibile.
      Viaggiando da Esperance verso Albany, via Ravensthorpe, sono ore di strade dritte e terra piatta. Solo poco prima di giungere a destinazione, all’orizzonte si stagliano le ombre scure dello Stirling Range, una catena montuosa caratterizzata da accattivanti guglie aguzze che si profilano nel cielo. Dopo ore passate a osservare un paesaggio sempre uguale, la loro visione è stata l’unica capace di rivitalizzare un’attenzione ormai sopita.
      Quando giungiamo ad Albany il cielo è coperto e una pioggia finissima è sospinta dal vento a inumidire qualunque cosa. La cittadina nasce sulle rive del Princess Royal Harbour, una delle tre baie che caratterizza questo lontano angolo d’Australia. Le altre sono Oyster Harbour, più a nord e con una strettissima via di accesso, l’Emù Point, e King George Sound, la grande baia che fa da anticamera alle altre due baie più piccole. L’acqua, come il cielo, al mio arrivo è scura, e il tutto mi riporta in mente la Scozia. Cielo grigio e piovoso, mare scuro, case dalla foggia tipicamente britannica, temperatura mite tendente al fresco per un vento che spira costante dalla baia.
      Albany si è accresciuta dalle rive del mare in salita lungo un avvallamento tra due bastioni montuosi di roccia basaltica, il Monte Clerance e il Monte Melville. Le case si spingono fino alle pendici dei due monti, lasciando comunque intatta la parte sommitale, dove dimora una verde vegetazione costiera. Lungo le vie principali, fondamentalmente due, si affacciano quelli che qui definiscono edifici storici, con quelle facciate dal gusto un po’ retrò, più qualche solida chiesa in pietra. Belle case con pareti di legno laccate di bianco, ampie verande e sereni giardini a far loro da contorno s’incontrano invece non appena si esce dal piccolo centro cittadino, imboccando stradine laterali che s’inerpicano su per i due monti, oppure scorrono verso la costa della baia.
      Oltre a una strada asfaltata, sentieri ben tracciati percorrono i versanti dei due monti che proteggono Albany. Il Monte Clerance è il più alto e quello considerato principale, tanto che sulla sua sommità è stato eretto un memoriale dell’ANZAC, Australian and New Zealand Army Corps, in ricordo del sacrificio degli australiani e dei neozelandesi durante la prima guerra mondiale. Una statua con due uomini e i loro cavalli immortala quello che è stato il momento più tragico degli australiani in Europa durante la Grande Guerra, l’assalto alla penisola di Gallipoli, in Turchia.
      Oltre il memoriale, nel punto più alto del monte, un belvedere dovrebbe fornire un’ampia visione di Albany, ma questo non succede a causa di una spessa vegetazione che occlude la visuale proprio verso quel lato. Una visuale migliore la offre il Monte Melville, dove estese lastre di granito prive di vegetazione permettono d’ammirare la piccola cittadina incastonata tra i due monti, la vasta baia che le ha permesso di essere il primo insediamento nel WA e le foreste e i monti che la chiudono verso nord, il Porongurup e lo Stirling Range.
      Il Porongurup Range è una piccola e antica catena montuosa in gran parte livellata, formata nel Precambriano (oltre 1200 milioni di anni fa) e composta principalmente da picchi granitici dalla conformazione a cupole arrotondate. Da est a ovest, lungo la sua direzione principale, non è lunga che quindici chilometri, con il punto più alto, il Devils Slide, posto a 670 metri. L’intera area è una delle principali attrazioni turistiche di Albany, distante poche decine di chilometri, sia per i bellissimi panorami che da lassù possono essere ammirati, sia per la particolare e spettacolare conformazione delle rocce. Famoso è il Granite Skywalk, un sentiero attrezzato che conduce su e giù lungo le vette del Porongurup Range, passando anche nei pressi del Balancing Rock, un masso di granito alto sei metri, dal peso di circa 186 tonnellate, che poggia su una base di soli 1,21 metri quadrati. Gli stessi massi granitici tondeggianti e dalle forme bizzarre caratterizzano tutta l’area di Albany, Monte Melville in testa. Rocce spuntano anche lunghe le vie abitate, tanto che spesso strade, marciapiedi e case sono costretti a girarci intorno. A uno di questi, conosciuto come Dog Rock, hanno disegnato un collare alla base, rafforzando così l’idea che sia la testa di un cane che sta fuoriuscendo dal terreno.
      Lo Stirling Range (o Koikyennuruff), più lontano verso nord, è invece una catena montuosa più alta, giovane e grande. Da est a ovest è lunga circa sessanta chilometri, mentre il suo punto più alto, il Bluff Knoll, raggiunge quota 1.099 metri. È uno dei pochi luoghi in cui avvengono nevicate regolari nell’Australia occidentale, con spruzzi di neve segnalati nella maggior parte degli anni. Cittadine come Mount Barker e Cranbrook, alle pendici dei monti, sono note località turistiche in tutto il WA.
      Anche ad Albany mi devo scontrare con la dura realtà che tour giornalieri organizzati verso le due catene montuose non ce ne sono. L’unico modo per visitarle è avere un mezzo privato, che però nessuno noleggia. Da appiedato, o al massimo ciclo-munito, non mi rimane che dedicare il mio tempo alla scoperta della città e dei suoi dintorni più immediati. Non ci metto quindi molto a scovare una pista pedonale da fare tutta mia, percorrendola avanti e indietro nei giorni a venire. La pista conduce a Middleton Beach, adagiata sulle sponde del King George Sound, insinuandosi in una bassa vegetazione costiera lasciata per lo più intatta. La solita brezza investe la pista, proveniente del mare, qui di un blu profondo, con rocce scure che abbandonano la macchia per gettarsi nel suo abbraccio. Il fragore delle onde che s’infrangono si confonde lungo il percorso con il fruscio delle foglie degli arbusti e degli alberi mossi dal vento. La camminata è sempre piacevole, con molti punti dove è possibile ammirare il vasto panorama offerto dall’insieme di baie, con alcune isole che interrompono la linea perfetta dell’orizzonte. Ma è tutto il gioco tra costa e mare a essere affascinante, con numerosi promontori che s’insinuano nel blu, creando infinite piccole baie. In uno di questi si vedono le rovine della vecchia casa del custode del faro (Point King Lighthouse), che funzionò ininterrottamente dal 1858 al 1910, ospitando nel tempo tre custodi e le loro famiglie. La casa sorgeva sulle rocce basaltiche proprio a ridosso del mare, per nulla protetta dal vento e sottoposta continuamente agli spruzzi delle onde. Inimmaginabile la vita lì dentro nelle giornate tempestose.
      Lungo la passeggiata s’incontrano, come il solito, molte persone fare jogging, altre correre in bicicletta, altre ancora solo a passeggio con il cane o le cuffie alle orecchie per rilassarsi un po’. E tutte mi salutano. Un piccolo quadretto australiano che si ripete con piacere in tutte le cittadine che sto visitando. Middleton Beach è una spiaggia lunga e ampia, che richiama da Albany chiunque abbia voglia di sole, mare e tintarella. La spiaggia si chiude lontano a nord con l’Emù Point, lo stretto braccio di mare che conduce all’Oyster Harbour, la più piccola baia della zona. L’acqua del mare qui vira a un azzurro acquamarina di un’intensa purezza, mentre la solita fila di Pini di Norfolk chiude la spiaggia alle spalle, un’immagine che nel tempo sto imparando ad apprezzare. Purtroppo sulla spiaggia tira sempre un forte vento e il clima ad Albany, anche in estate, non è di quelli che si possano definire caldi. In ostello si dorme con i piumoni, cosa per altro davvero piacevole, e la sera felpa e giubbetto antivento sono imprescindibili. Insomma, la spiaggia è più da vedere che da fruire, almeno per me.
      L’ultimo giorno ad Albany noleggio l’immancabile bicicletta con l’idea di vedere la costa sud dell’area, quella che si affaccia sull’oceano aperto. Le due attrattive principali sono conosciute come il Gap e il Natural Bridge, all’interno del Torndirrup National Park, che copre buona parte della costa sull’oceano. Una pista ciclabile conduce dall’altra parte della baia, scorrendo tra la strada principale e la riva della baia, in mezzo a boschetti, giardini ben tenuti e pascoli di cavalli. Dalla baia giunge l’odore del mare, ma quello che si respira davvero a pieni polmoni è la pace bucolica di questo incantato angolo di mondo. La strada è completamente piatta fino a quando non si giunge dall’altro lato del Princess Royal Harbour, da cui la visuale su Albany è splendida. Poi da lì, se si vuole proseguire verso la costa sud, la strada inizia a salire e scendere, perlopiù con lievi pendenze poco o nulla faticose.
      Il Gap non è altro che una profonda insenatura nelle pareti rocciose della costa, alte in quel punto una cinquantina di metri. L’oceano entra nell’insenatura, che sembra tagliata con il coltello da quanto è precisa e regolare, e si schianta con aumentato vigore contro le rocce. Nelle giornate tempestose la forza e l’altezza raggiunta dalle onde è scioccante, raggiungendo con gli spruzzi anche la terrazza panoramica predisposta per vedere il baratro in sicurezza. Il Gap impressione davvero, anche in una giornata calma e tranquilla, soprattutto uno che soffre di vertigini come il sottoscritto.
      In un’altra insenatura, con il fondo un po’ più alto e meno regolare che non consente l’entrata costante dell’oceano, un enorme ponte di granito sovrasta il baratro: il Natural Bridge. In una giornata tranquilla le onde non arrivano neanche alla sua base, ma in giornate tempestose gli spruzzi sfiorano l’arcata, inondando tutta l’insenatura.
      Le due attrattive meritano sicuramente una visita, ma è tutto la costa rocciosa in quel punto ad affascinare. Rocce dello stesso tipo sono state trovate in Antartide, cosa che fa presumere che proprio in questo punto i due grandi continenti fossero uniti (a oggi la velocità con cui Australia e Antartide si allontanano è di circa cinque centimetri l’anno). Anche l’ultima giornata ad Albany ha pienamente meritato di essere vissuta.

      La comodità ci rende schiavi. Al memoriale dell’ANZAC sul Monte Clerance si può giungere a piedi, come ho fatto io, oppure in macchina attraverso una comoda strada asfaltata. Il parcheggio per le macchine è posto a un centinaio di metri dal memoriale e, anche se la strada asfaltata continua, un visibile cartello indica che a proseguire dovrebbero essere solo chi accompagna disabili o persone anziane. Per tutti gli altri è fatto obbligo di parcheggiare e continuare a piedi. Eppure questo non succede. Quasi tutte le macchine arrivate al memoriale mentre ero in visita sono giunte fin sotto la statua. Piuttosto di percorrere qualche metro a piedi in salita, molti, se non tutti, hanno preferito rimanere all’interno delle loro comode macchine e violare le esplicite richieste dei custodi del sito.
      L’abitudine alla comodità è una malattia. Prima di tutto mentale, perché t’incanala in un percorso di desideri indotti e non reali, e poi fisica, perché alla lunga indebolisce il tuo corpo, impigrendolo, trasformandolo in un involucro inutile per uno spirito assopito.
      Quanto è bella invece l’energia di un corpo vivo, quanto è rigenerante il camminare, muovendosi al ritmo del proprio battito del cuore, quanto è piacevole la stanchezza che sopraggiunge in seguito al raggiungimento di splendide conquiste personali.
      Denmark

      Al centro degli Alison Hartman Gardens, un piccolo fazzoletto di terra verde affacciato sulla via principale di Albany, York Street, si erge la statua in bronzo di un aborigeno della locale popolazione Noongar. La placca ai piedi della statua riporta a chi è dedicata: “Mokare, un uomo di pace. 1826. In riconoscimento del ruolo avuto da Mokare nella pacifica coesistenza tra la popolazione Noongar e i primi coloni europei”.
      Mokare è un nome importante da queste parti, indissolubilmente legato alla recentissima colonizzazione britannica. Già forse conosciuto con il nome di “Jack” affibbiatogli da Phillip Parker King nel 1821, Mokare fu un frequentatore abituale della colonia fondata dal Maggiore Edmund Lockyer nel 1826. Uomo dal carattere carismatico e pacifico, divenne amico intimo di varie personalità della nascente colonia, tra le quali Alexander Collie, governatore di Albany dal 1830 al 1833 e famoso naturalista (al quale sono stati dedicati alcuni nomi scientifici di animali, come la bellissima gazza dal ciuffo golanera messicana, Calocitta colliei). Nei primi anni di vita della colonia, la sua azione di pacificatore e mediatore fu decisiva per mantenere la pace tra la nascente comunità britannica e quella aborigena. In quei primi anni di vita di Albany mostrò inoltre agli europei i sentieri che il popolo Noongar aveva usato e mantenuto per generazioni nella regione. Molte di queste vie sono oggi le strade asfaltate che percorrano quest’angolo sud-occidentale del WA. Tra il 1829 e il 1830 Mokare aiuto gli europei a organizzare e compiere varie spedizioni terrestri sempre più lontano da Albany, permettendo loro di mappare nuovi monti, fiumi e baie. Purtroppo morì poco dopo, nel 1831. A testimonianza del vero legame di amicizia che li legò, quando nel 1835 morì anche Collie, fu inumato vicino all’amico aborigeno.
      Tra i territori che Mokare fece scoprire agli europei, c’erano anche quelli in prossimità del Denmark River e del Wilson Inlet, il primo un fiume lento e scuro che scende dalle vicine pendici del Mount Lindesay e, dopo nemmeno sessanta chilometri, si getta nelle acque basse di una vasta insenatura salmastra, per l’appunto il Wilson Inlet. Proprio in prossimità della foce del fiume, un bel po’ di tempo dopo, nel 1895, iniziò lo sfruttamento delle risorse legnose della zona. Fu costruita una linea ferroviaria che giungesse fin lì da Torbay, vicino Albany, e delle segherie che diedero lavoro a quasi ottocento gruppi familiari, per un totale di due mila persone. Ecco così nascere la cittadina di Denmark.
      Denmark dista da Albany poco meno di sessanta chilometri, ma il paesaggio che la circonda è completamente diverso. Albany rimane fuori, anche se di poco, dal warren, la regione biogeografica che si estende da appena a ovest di Albany fino a Cape Naturaliste, vicino a Busselton, normalmente non insinuandosi nell’entroterra per più di dieci chilometri. Il warren è caratterizzato da foreste dominate dal karri (Eucalyptus diversicolor), albero alto in media sui sessanta metri, ma capace di raggiungere anche i novanta. Passando quindi da Albany a Denmark si abbandonano le basse e compatte formazioni caratteristiche della macchia mediterranea per essere catapultati in una foresta tra le più alte del mondo. Non che a Denmark alberi così alti ce ne siano più, in parte perché la cittadina è al limite essa stessa del warren (gli alberoni giganti li troveremo andando più verso ovest e più avanti nel racconto), in parte perché le segherie hanno fatto davvero un bel lavoro. Dalla fondazione di Denmark e per i primi venti anni, i boscaioli tagliavano una media di cento alberi al giorno. La deforestazione ha in breve tempo stravolto il paesaggio, sostituendo all’enorme foresta campi agricoli poco produttivi, con danni a tutto l’ecosistema. Per farvi solo un esempio, per la mancanza di alberi il Denmark River ha visto salire la sua salinità a livelli altissimi, perdendo non solo la potabilità, ma anche la capacità di essere usato per scopi irrigui.
      Ora però la situazione è diversa. Ovunque crescono alti alberi di karri e jarrah, che formano compatti boschetti che cingono la cittadina da ogni lato, alti muri verdi che interrompono la visuale alla fine di tutte le strade. Intense opere di rivegetazione avvenute negli ultimi decenni hanno, infatti, restituito a Denmark il suo aspetto forestale e il fiume ha visto riabbassarsi i livelli di salinità, fino a scendere sotto la soglia di non potabilità (uno dei primi casi in Australia). Non che a me venga voglia di bere l’acqua del fiume, perché anche se non eccessivamente salina, il suo colore è un marrone molto intenso che da molto l’idea di un tè.
      E in realtà è proprio di un tè che stiamo parlando, o meglio un infuso di foglie di eucalipto. Il colore caratteristico del Denmark River, come di tutti gli altri fiumi della zona e del Wilson Inlet, è dovuto ai tannini rilasciati dalle foglie di eucalipto che cadono nell’acqua. In prossimità dell’OceanBeach Lockout, un punto panoramico affacciato sullo stretto braccio di mare che unisce il Wilson Inlet all’oceano, il contrasto tra le due acque che s’incontrano è qualcosa di meraviglioso. Quando c’è bassa marea, le acque scure del Wilson Inlet percorrono le piane sabbiose dello stretto e si gettano tra le onde schiumose dell’oceano, sporcandole. Nella vicina spiaggia di Ocean Beach, appena di là del promontorio e meta principale per i vogliosi di mare di Denmark, le prime decine di metri di oceano diventano così di un marrone poco invitante per fare un bagno, ma dall’indubbio fascino, mentre più in là brilla il consueto azzurro cristallino tipico di queste acque australi. Quando si alza la marea, invece, il flusso s’inverte ed è l’acqua dell’oceano a penetrare nel Wilson Inlet. Il braccio di mare, che in realtà è chiamato Harding River, non più largo di qualche decina di metri in quel punto, diventa anch’esso cristallino, rilucente ai raggi del sole. L’oceano di fronte a Ocean Beach torna così a essere immacolato, pronto a rimanere tale per le prossime sei ore. Un continuo cambio di flusso e di colori che ha qualcosa di magico. Annualmente poi l’Harding River si occlude, cioè la sabbia si deposita a tal punto alla sua foce da andare a sbarrare la via verso l’oceano. A quel punto il Wilson Inlet diventa un lago salmastro e i suoi livelli idrometrici cominciano a salire. Per evitare che le acque sommergano le strade e i sentieri più bassi che circondano il grande specchio d’acqua, quasi tutti gli anni, in agosto, è l’uomo a intervenire, aprendo un canale artificiale nel banco di sabbia. Riaperta la via verso l’oceano, in breve l’acqua scura si scarica con tanta impetuosità da ripulire completamente la foce, tenendola aperta per l’anno a seguire.
      Appena di là dallo stretto, oltre il chiaro/scuro Harding River, incombe la penisola di Nullaki, che di fatto rappresenta tutta la sponda meridionale del Wilson Inlet. La particolarità di questa penisola è che è un’immensa tenuta suddivisa in lotti, mediamente grandi sui 30-40 ettari, acquistabili per costruirsi una villa vista oceano. In ogni lotto è stato predefinito il luogo dove può essere costruita la casa, già ripulita dalla preesistente vegetazione, che sulla penisola è una bassa macchia mediterranea, ma tutto il resto deve essere mantenuto com’è, senza la possibilità di altri interventi edilizi. Il risultato, almeno nelle intenzioni degli imprenditori che hanno immaginato questa soluzione, è proporre una selezione di meravigliose case circondate dalla maestosità di una natura incontaminata, per fornire un esclusivo senso di libertà ai loro clienti. Se avete 600.000 o più euro che non sapete come spendere, alcuni lotti sono ancora a disposizione.

      Sono stato fortunato a Denmark, perché il giorno del mio arrivo è coinciso con quello dei tanto attesi markets. Avuti luogo per la prima volta nel 1981, i Denmark Arts Marketssono la principale vetrina per gli artigiani, gli artisti e i coltivatori locali. Si tengono quattro volte l’anno, da dicembre a Pasqua, e sono pieni di bancarelle con vari prodotti di artigianato e cibarie: berretti, trapunte, candele, ceramiche, ricami, articoli per la casa, saponi, gioielli e giocattoli, tutti rigorosamente fatti a mano, alternati a formaggi, biscotti, frutta fresca biologica, salsicce, miele, gelati, noci, olive, conserve e salse, tutti prodotti nella regione. E tra le bancarelle ci sono musici e altri artisti che intrattengono i viandanti stanchi come me e la bolgia di bambini lasciati liberi di scorrazzare sulle rive del fiume. Durano solo dalle dieci di mattino fino alle quattro del pomeriggio, quindi piuttosto poco, ma sono l’apice della vitalità di un paesino altrimenti molto quieto. E quando si vaga tra le bancarelle, e gli alberi che ne fanno da contorno, ci si accorge di quante persone vestano ancora come colorati, disordinati e affascinanti vagabondi hippie. Una cultura che sembra ancora ben presente in paese, capace di donare uno stato di tranquilla e serena libertà individuale e un autentico contatto con la natura. Questa è sicuramente la sensazione più forte che Denmark trasmette.
      Nei miei giorni in paese, infatti, non ho ammirato grandi bellezze naturali, quelle capaci di strapparti via un pezzo di cuore dal corpo, per intenderci, ma ho respirato a pieni polmoni un’atmosfera leggera e rinvigorente, di vero contatto con se stessi e la natura che ci circonda. Uno stile di vita che ho riscontrato radicato in un po’ tutti i luoghi visitati a sud di Perth, ma che a Denmark ha sicuramente il suo apice.
      Anche se il meteo non è stato ottimo, sono riuscito a percorrere il lungo e in largo i sentieri più importanti della zona: il Mokare Heritage Trail, che collega Denmark al Wilson Inlet lungo entrambi i lati del fiume, il Karri Walk Trail, anch’esso verso il Wilson Inlet, ma insinuandosi in una bella foresta di karri, e il Wilson Inlet Heritage Trail, che percorre la sede della vecchia ferrovia, scorrendo a lato delle sponde settentrionali del vasto bacino salmastro. Camminate in mezzo alla natura, osservando principalmente alberi e uccelli marini. Un vero lauto pasto emozionale per un naturalista come me. L’unico piccolo rammarico dell’esperienza a Denmark è non essere giunto fino ai poco più lontani Elephant Cove e Greens Pool, una zona affacciata sull’oceano in cui enormi massi granitici dalle forme arrotondate danno vita a spiagge protette, bagnate da una magnifica acqua color turchese. Distano solo una ventina di chilometri da Denmark, tranquillamente a distanza di una biciclettata. Perché non li ho visitati? Banalmente, non me lo ricordo. Poco importa. Alla fine, come diceva Nicolas Bouvier, “Non siamo noi i giudici del nostro tempo perduto”.
      parlando di viaggi:
      http://www.garzabibbo.net



      Visita il mio sito !  Scambio Link Autorizzato da FV. Scambio Link Autorizzato 


    2. #2
      L'avatar di Garzabibbo
      <b><u>Menù Principale</u></b><b><u>Info Utente</u></b><b><u>Ringraziamenti</u></b><br>.<b><u>Menù Social</u></b><br>.
      Menù Principale

      [Western Australia] Broome e un po' di sud
      Post
      296

      Paesi Visitati
      MAPPA

      Predefinito

      Nornalup Inlet (Melaleuca cuticularis in primo piano)


      Walpole

      In WA non esistono solo paesi assimilabili a una strada, ci sono anche quelli che lo sono a una mezza strada. La South Coast Highway, la National Route 1, giunge da est, taglia di netto le rive a nord del Walpole e del Nornalup Inlet, prosegue verso ovest ancora per dieci chilometri e quindi vira con decisione verso nord. Da lì in poi cambierà spesso nome e, dopo circa quattrocento chilometri, giungerà fino a Perth. Quando però è proprio sopra il Walpole Inlet, un piccolo e poco profondo specchio d’acqua salmastra dalla colorazione perennemente marrone, allora in quel punto il lato meridionale della South Coast Highway si anima per poco più di un chilometro di esercizi commerciali ed edifici residenziali. Ma solo da quel lato. Al lato nord sono destinati solo alberi sparsi e piuttosto bassi, con in lontananza pascoli collinari ingialliti dall’estate. L’unico edificio nella parte a nord della strada è una bassa casa di mattoni nascosta tra gli alberi: il centro visitatori. Siamo a Walpole.
      Una cinquantina di chilometri di costa a ovest del Wilson Inlet, si apre l’apertura di un’altra vasta insenatura d’acqua salmastra, il solo un po’ più piccolo Nornalup Inlet. A differenza dello specchio d’acqua maggiore, però, il Nornalup Inlet comunica sempre con l’oceano, senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo. Anche per questo le sue acque sono ricchissime di pesci, tanto da attirare l’attenzione di un po’ tutte le persone che si sono trovate nel tempo a passare da queste parti. Resti di trappole da pesca aborigene sono ancora rinvenibili sulle sue sponde, mentre i primi europei (sporadici) a frequentare la zona furono dei cacciatori di foche, ancora prima del 1826. Nel vasto Nornalup Inlet (1.300 ettari di estensione e fino a 5 m di profondità) si gettano un paio di fiumi, il Deep River da ovest e il Frankland River da est, con estuari uno diametralmente opposto all’altro. Un’altra apertura si apre anche a nord, non più larga di qualche centinaio di metri e lunga meno di un chilometro, che conduce al più piccolo Walpole Inlet. È intorno a quest’ultimo specchio d’acqua che si è accresciuta nel tempo la minuscola cittadina di Walpole, 439 persone disperse in una manciata di case, raccolte tutte a sud della South Coast Highway.
      La colonizzazione di queste terre è veramente cosa recente. Pensate che prima del 1930 c’erano solo tre famiglie nella zona. Una ci era arrivata nel 1910, insediandosi sulle sponde del Frankland River, un’altra l’anno seguente, che scelse come base, forse perché loro erano inglesi mentre la famiglia che li aveva preceduti francese, una zona sulle rive del Deep River. Per quasi quindici anni vissero così, uno da una parte e uno dall’altra del Nornalup Inlet. Poi nel 1926 arrivò la terza famiglia, che penso bene di non andare a congestionare la vita dei vicini, sia mai, e piantò le tende a Rest Point, cioè sulle rive dello stretto che collega il Walpole al Nornalup Inlet. Quindi a questo punto il grande specchio d’acqua era completamente circondato. Ma cosa c’era ad attendere questi primi impavidi coloni? Riducendo all’osso, insenature protette, fiumi profondi e alberi enormi. Dalle rive degli inlete dei due fiumi, infatti, si estendevano a perdita d’occhio boschi con alberi capaci di raggiungere altezze vertiginose e tronchi dalle smisurate circonferenze (di questi alberi ve né parlerò abbondantemente nel capitolo successivo). Quello che importa è che il Governo del WA aveva in un qualche modo compreso l’importanza della zona da un punto di vista naturalistico, tanto da gettare le basi di un futuro parco nazionale già nel 1910. L’arrivo dei primi coloni, i francesi, fu in parte dovuto a questa decisione. Questa scelta del Governo fu la scintilla che portò a far nascere a Walpole una piccola, ma fiorente, industria turistica, che continua a esistere ancor oggi. Quando nel 1930 la ferrovia arrivò fin sulle sponde del Frankland River, con il capolinea che prendeva il nome di Nornalup, furono ancora interessi turistici quelli che fecero balenare l’idea di sviluppare un’area per case vacanze a tredici chilometri verso ovest, proprio sopra il Walpole Inlet. La decisione di costruire una cittadina turistica coincise con lo schema d’insediamento agricolo del 1930, che prevedeva l’assegnazione di un centinaio di blocchi di terreno, di circa una cinquantina di ettari ciascuno, a chi ne avesse fatta richiesta (un modo per aiutare le famiglie colpite dalla Grande Depressione dell’anno precedente). Nuova terra da colonizzare un po’ per tutti, quindi, purtroppo per nulla o poco fertile e, soprattutto, coperta da una foresta a tratti indomabile. Una vita affatto facile quella dei primi anni di vita della cittadina, che inizialmente fu chiamata Nornalup, creando non poca confusione perché quello era il nome del capolinea ferroviario, tredici chilometri più a est. Poi, nel 1934, quando si accertò che il nome Walpole non era già in uso in Tasmania, si decise di porre fine alla confusione e si ribattezzò così la cittadina.
      Al momento della mia visita, quindi, il villaggio non aveva nemmeno ottanta anni. E, a mio modesto parere, non è che li portasse benissimo. Arrivandoci da Denmark, cittadina dall’aspetto piacevolmente forestale, uno si aspetterebbe di ritrovarsi avvolti in volte arboree ancor più incantevoli ed entusiasmanti, facendo proprio l’assioma che più piccolo è un luogo, più la natura che lo ammanta deve essere viva e conturbante. Purtroppo non è sempre così. Gli alti boschi tanto celebri se ne rimangono tutti abbastanza distanti dal paesino, che è perlopiù accerchiato da boschetti radi dai colori slavati e campi ingialliti o di un tenue verde. Il tratto di bosco appena a sud-est del paese, poi, era al mio arrivo tutto bruciacchiato, con moncherini di alberi anneriti a coprire una distesa di cenere piuttosto spessa. Gli avevano dato volontariamente fuoco l’anno precedente. Per difendersi dai temibili incendi estivi, infatti, la piccola comunità dà fuoco ogni anno in modo controllato a un settore diverso dei boschi intorno al paese, ripassando per lo stesso settore ogni sette anni. Un periodo troppo breve perché si riformi lo spesso strato di sottobosco che favorisce la diffusione degli incendi. Se da un lato questo rende più tranquilla la vita della popolazione di Walpole, dall’altro fa sì che la cittadina non offra una stupenda visione di sé (o almeno non come uno se lo aspetterebbe).
      Ciò non toglie che un paio di cose a Walpole bisogna concedere. La prima è che basta spostarsi solo di un po’ dal paese per ritrovarsi in quei boschi di cui tanto si favoleggia, che sono veramente a portata di una biciclettata o di una passeggiata un po’ più lunga. Non per niente una delle piste escursionistiche più famose del WA, il Bibbulmun Track, che normalmente non passa attraverso delle cittadine, transita invece per Walpole. Breve inciso per chi ama camminare, il Bibbulmun Track si estende per 1000 km da Kalamunda, un sobborgo nelle colline alla periferia di Perth, fino ad Albany, attraversando tutto il sud-ovest del WA. È solo per escursionisti esperti, vista la lunghezza del percorso e la non proprio amichevole natura che si attraversa, ed è segnalato con triangoli gialli che ritraggono il Wagyl, il serpente arcobaleno del dreamtimeaborigeno, circa ogni cinquecento metri. La cosa simpatica, o almeno a me pare così, e che quando il sentiero incrocia una strada, su questa appaiono cartelli che avvertono gli automobilisti di prestare attenzione a un eventuale attraversamento di escursionisti (hikers crossing). Comunque, tornando a noi e a Walpole, dicevo che la natura che entusiasma non è poi così lontana. Anche una visita alle sponde del Nornalup Inlet può essere più che piacevole. Se l’acqua non presenta un colore molto invitante, il solito marrone scuro, la quantità di uccelli marini che si possono osservare e la stessa vastità dei panorami che ti sono offerti un certo strattone al cuore lo danno. Il contrasto tra i fusti bianchi e contorti del saltwaterpaperbark(Melaleuca cuticularis), adagiati sulle rive dell’inlet, e il cielo talmente azzurro come in nessun altro posto al mondo rende da solo valevole una camminata fin qui dal paese.
      L’altra cosa invece che bisogna concedere a Walpole è la sua atmosfera di territorio di frontiera. Per quanto da queste parti di turisti ne passino parecchi, il loro interesse sfiora solamente la piccola cittadina e i loro abitanti, che, anche se forse vivono più dì turismo che di altre cose, continuano imperterriti la loro vita di freschi colonizzatori. La maggior parte del territorio poco è frequentata dai vacanzieri, che si limitano a puntate rapide ai luoghi maggiormente attrattivi, per poi scappare via nel giro di un paio di giorni. E anche se il Tree Top Walke il Giant Tingle Treesono pieni di gente in estate, lungo i sentieri per raggiungerli, visto che tutti ci arrivano in macchina, non c’è mai nessuno. Più ci si allontana da loro, più i boschi tornano a prendere il sopravvento sull’uomo, tornando a essere quell’ambiente selvaggio e indomabile che dovettero affrontare i primi coloni e che gli abitanti di Walpole in un qualche modo chiamano casa. Gente dura, silenziosa, a tratti burbera, ma nei cui occhi brilla un’intensa umanità. Il fatto che a Walpole ci sia rimasto quasi una settimana, mi ha concesso il privilegio di dare un’occhiata, seppur fugace, anche a questo lato nascosto della cittadina.

      Lei è piccolina, i capelli tagliati corti, timida e riservata, ma sempre sorridente; lui ha modi spicci e schietti, di poche parole, con una barba bianca a coprirgli completamente il viso. Entrambi di mezza età, parlano in un modo che definire incomprensibile è poco: il giorno del mio arrivo non riuscivo a riconoscere anche una sola parola d’inglese nel loro vociare. Sono i gestori dell’ostello nel quale ho deciso di fermarmi a Walpole.
      Con il tempo la mia comprensione è migliorata, tanto da riuscire a farci anche qualche chiacchierata. Più con lei che con lui, perché lui non è tipo da lunghi discorsi. Giorno dopo giorno ho visto nascere in lei una simpatia nei miei confronti, riconosciuta in attenzioni che inizialmente non mi dava o in sorrisi che prima sembravano meno naturali. Sarà perché, a differenza di tanti altri loro clienti, non ero lì per una toccata e fuga, un paio di notti e via. Da loro sono rimasto una settimana e ogni mattina mi vedevano partire con lo zaino sulle spalle carico di entusiasmo, pronto a farmi la consueta camminata che mi avrebbe portato a girovagare tra il Walpole e il Nornalup Inlet o, più a nord, nei boschi di karri e tingle. In qualche modo questo la deve aver colpita. Ma non solo lei, come pensavo fino all’ultimo giorno di mia permanenza a Walpole.
      Al mattino il tempo non era dei migliori. Il cielo era un manto grigio uniforme e una lieve aria fresca spirava da sud. Seduti a un tavolo di legno in giardino, sorseggiando del caffelatte da un set di tazze bianche, ci siamo ritrovati noi tre a conversare. Parlava perlopiù lei, con noi due uomini che ogni tanto ci lasciavamo sfuggire qualche parola “monosillaba”. Riuscivo ormai a comprendere quasi completamente il loro slang sud-occidentale e mi sentivo rilassato e felice di poter condividere questi brevi e sereni momenti. La giornata sembrava volgere al peggio e ogni tanto qualche minuscola goccia d’acqua cadeva dal cielo, inconsistente come quasi tutta la pioggia incontrata in questa mia lunga esperienza australiana. Dopo colazione ho deciso, quindi, di dedicarmi alla scrittura, sedendomi su una sedia in veranda e cercando di trascrivere su carta giorni e giorni di emozioni che si erano inesorabilmente accumulati nei ricordi. Loro invece si sono prodigati tutta la mattinata a riordinare letti e lavare pavimenti, fino a che lì ho visti prepararsi per uscire in macchina. Il solito caloroso saluto da parte di lei e l’appena accennato movimento del capo da parte di lui. Poi però lui è ridisceso dalla macchina e mi si è avvicinato, chiedendomi: “Sei qui alle tre?”, e, senza neanche aspettare una risposta, è ritornato in auto e se ne sono andati.
      Alle fatidiche tre sono stato svegliato da un bussare rapido alla porta e dalla voce dell’uomo che chiamava il mio nome. “Hai la macchina fotografica?”, mi ha chiesto, poi mi ha fatto cenno di salire in macchina. Nessuna spiegazione, solo una frase all’apparenza buttata lì e un insieme di gesti minimali. Siamo partiti così verso ovest sotto un cielo ancora grigio. Appena fuori dal paese, la South Coast Highway inizia a salire e con essa è aumentata anche la voglia del mio compagno di dirmi cosa stavamo facendo. Ha pensato di farmi vedere una parte del territorio che non avevo ancora visitato. Proprio un bel regalo mi stava facendo questo silenzioso ma gentilissimo aussie. Dopo cinque chilometri abbiamo parcheggiato in uno spiazzo e ci siamo incamminati su una passerella di legno, giungendo a una piattaforma panoramica che offre una vista superba sul Walpole e sul Nornalup Inlet. Era il John Rate Lookout, un punto in cui è possibile bucare la volta impenetrabile della foresta e abbracciare con lo sguardo una vasta porzione di acque e foreste, con l’oceano sullo sfondo a tracciare la linea perfetta dell’orizzonte. John Rate è stato il primo ranger forestale di Walpole e lo ritroveremo anche nel prossimo capitolo, dove vi parlerò delle tante specie di alberi che dimorano in questi fantastici boschi.
      Lasciato il belvedere, abbiamo abbandonato la strada asfaltata e iniziato a percorrere una rutilante via secondaria sterrata, piuttosto ampia perché utilizzata anche come via tagliafuoco. Il fuoco è il maggior nemico della popolazione di Walpole e solo un’attenta gestione del patrimonio forestale può permettere loro di dormire sogni tranquilli. Il bosco aveva un folto sottobosco di arbusti, che sono il suo principale infiammante. “Appena finisce la stagione turistica, qui è prevista la bruciatura controllata dell’intero versante”. La strada intanto si era insinuata in una valle dai fianchi scoscesi, correndo a mezzacosta. Ci siamo fermati e abbiamo lasciato la macchina sulla strada, continuando a camminare in mezzo a un bosco con singoli individui di karri davvero alti. Il sottobosco era troppo fitto per camminarci in mezzo. “Questo è il mio bosco preferito”, mi ha confidato, “da piccolo venivo spesso a camminare quassù”. “Ma un tempo di alberi ce n’erano di più, quindi il sottobosco non era così impenetrabile. Negli anni ’30 ci facevano pascolare le vacche sotto gli alberi e si potevano vedere le aquile volare sotto la volta”. E intanto anche la mia fantasia volava al suo racconto.
      Ripresa la macchina, abbiamo terminato il nostro girovagare sulle sponde del Deep River, lento e scuro. Da lì, voltandosi, ho potuto ammirare i colli ammantati di verde appena visitati, con i singoli fusti bianchi di karri ben visibili sopra le chiome degli altri alberi, e una piacevole sensazione di completezza si è impadronita del mio corpo. “Questo è un buon posto dove venire in pensione”, parole dette più a se stesso che a me. Non potevo, comunque, che dargli ragione.
      parlando di viaggi:
      http://www.garzabibbo.net



      Visita il mio sito !  Scambio Link Autorizzato da FV. Scambio Link Autorizzato 


    3. #3
      L'avatar di Garzabibbo
      <b><u>Menù Principale</u></b><b><u>Info Utente</u></b><b><u>Ringraziamenti</u></b><br>.<b><u>Menù Social</u></b><br>.
      Menù Principale

      [Western Australia] Broome e un po' di sud
      Post
      296

      Paesi Visitati
      MAPPA

      Predefinito

      Tree Top Walk


      Ancient Empire Walk


      Karri e Tingle

      Il Walpole-Nornalup National Park si estende a est di Walpole, rivestendo i versanti collinari a nord della South Coast Highway per un’area di circa 200 km2. Al suo interno ci sono alcune attrazioni turistiche piuttosto rinomate, di quelle da far riverberare l’eco della loro magnificenza fino oltre oceano, attraendo quindi frotte di turisti che vi arrivano perlopiù seduti comodi all’interno delle loro macchine, con quella toccata e fuga di cui già vi parlai.
      L’attrazione principale è conosciuta come Valley of the Giants, in onore degli alberi colossali che dimorano in queste foreste, e al suo interno la parte del leone la fa il Tree Top Walk, una passeggiata tra le cime degli alberi su un ponte leggero d’acciaio, che sale dolcemente fino a giungere poco sotto le fronde più alte della foresta, a quaranta metri d’altezza.
      Io ho deciso di andarci in bicicletta, purtroppo il giorno dopo una bella serata di bevute con altri viaggiatori presenti all’ostello. Al mio risveglio ero quindi piuttosto intorpidito, con un cerchio alla testa dovuto al troppo vino ingerito. La Valley of the Giantsdista circa venti chilometri da Walpole, però la segnaletica che s’incontra lungo la strada è piuttosto confusa al riguardo. Nulla di grave, a patto che tu non sia un ciclista stanco e con un continuo e pulsante dolore alla testa, che si attacca a tutte le indicazioni per cercare anche un seppur minimo sollievo: essere convinti che manchino solo due chilometri all’arrivo, il fiatone che ha ormai raggiunto livelli indescrivibili e le gambe che non ne vogliono proprio sapere di girare, e ti ritrovi davanti a un cartello che di chilometri ne indica quattro (che sono più di quelli che indicava il cartello precedente), è davvero desolante.
      Tornando comunque a cosa più serie, in un qualche modo, soprattutto quando la strada smetteva di salire, riuscivo anche a godermi il paesaggio nel quale scorrevo, inizialmente fatto da un bosco non molto alto e, da Nornalup in poi, da una tranquilla e serena campagna bruciacchiata dal sole. Sulla strada viaggiavano ben poche macchine e quasi tutti i conducenti mi salutavano con trasporto. Superato Nornalup, e l’annesso ponte sul Frankland River, ci vuole circa un paio di chilometri australiani per arrivare alla svolta per la Valley of the Giants, con la strada che parte da subito in salita in mezzo a una volta arborea che lascia senza fiato, cioè il fiato si perde sia per la bellezza di quanto ti circonda, sia per la salita.
      Gli alberi cominciano a schizzare verso il cielo, via via sempre di più a mano a mano che si sale lunga la strada. Quello capace di crescere maggiormente in altezza è il consueto karri, la cui conoscenza avevo già fatto a Denmark, ma che muovendosi verso ovest vede aumentare la sua imponenza, con esemplari sempre più torreggianti. Non siamo ancora nel suo habitat ottimale, che è ancora più a ovest, nelle vicinanze di Pemberton, ma già qui le chiome si slanciano davvero in alto, diramandosi ad altezze vertiginose e portando alla fine di ogni ramo ciuffi di fogliame ceruleo. Il fusto è veramente sottile se confrontato con le altezze raggiunte, ma è perfetto nella sua crescita, una sottile colonna liscia e chiara che punta ardita verso il cielo, superando di decine di metri le chiome degli alberi che lo circondano. Il karri raggiunge di media i sessanta metri di altezza, ma alcuni esemplari possono riuscire a sfiorare i novanta metri. Sono una specie adattata agli incendi che pervadono regolarmente queste lande, con un legno resistente al fuoco e soprattutto la capacità dei suoi semi di germinare velocemente appena dopo un incendio, quando il fuoco ha eliminato il folto sottobosco e le nuove piantine dell’albero possono crescere indisturbate. Nelle prime fasi di vita, le nuove piantine di karri possono crescere più di un metro l’anno, tanto da sovrastare velocemente qualsiasi altra pianta, e raggiungere la sua massima altezza in nemmeno cento anni.
      Ma nei dintorni di Walpole il re della foresta non è il karri, che, pur nella ristrettezza del suo areale (si trova solo nel warren, che occupa una superficie di appena 8.300 chilometri quadrati, cioè lo 0,1% dell’Australia), in confronto all’altro mastodontico albero della zona è da considerarsi ultra diffuso. Sto, infatti, parlando del tingle, o meglio dei tingle (perché sono tre specie diverse), che si trovano solo qui, cioè proprio solo all’interno del Walpole-Nornalup National Park. Il motivo di ciò è da ricondurre alla particolarissima interazione tra condizioni climatiche e pedologiche della zona, unica in tutta l’Australia. Walpole non è solo il luogo più piovoso di tutta il WA, ma presenta un clima tipicamente oceanico che fa si che ci sia solo una lieve differenza tra l’inverno e l’estate, con una variazione delle temperature medie di appena dieci gradi. I tingle sono dei veri fossili viventi, tanto che esemplari del tutto identici erano presenti già 65 milioni di anni fa. Allora erano diffusi in una buona porzione del Gondwana, il supercontinente meridionale che inglobava sia l’Australia, sia l’Antartide. Da allora, lentamente come l’incedere dei continenti, il loro areale si è ridotto, fino a giungere a oggi in cui per loro non è rimasto che un lembo di terra di solo qualche centinaio di chilometri quadrati.
      Il tingle più impressionante è di certo quello rosso (Red Tingle - Eucalyptus jacksonii), albero che raggiunge altezze appena superiori ai cinquanta metri (che comunque non è poco), ma che presenta diametri alla base tra i più ampi del regno vegetale. I veri giganti cui si riferisce il nome della valle sono proprio loro. Il red tingle è un albero che definirei mostruoso, sia per le dimensioni (ci sono esemplari con oltre venti metri di circonferenza alla base), sia perché ogni albero presenta una sua conformazione particolare, causata principalmente dagli incendi. Il red tingle non protegge il legno interno, che quindi per effetto del fuoco e dei successivi attacchi da parte di funghi e insetti, letteralmente scompare. Gli alberi più vecchi, che possono raggiungere i quattrocento anni di età, hanno una base enorme (per via di ampi contrafforti che servono a bilanciare un apparato radicale piuttosto superficiale) quasi completamente cava, con spazi smisurati al proprio interno che possono contenere davvero di tutto. Sono molto comuni vecchie fotografie di macchine parcheggiate dentro l’albero, alberi che purtroppo non sono sopravvissuti alla pratica, perché per quanto il red tingle sia dotato di un legno esterno tra i più resistenti del pianeta, tanto da riuscire a rimanere in piedi anche senza tutta la parte centrale del fusto, e capace di resistere ai frequenti incendi della zona, una cosa che proprio non tollera è il compattamento del suolo, che porta alla morte dell’apparato radicale, che vi dicevo essere molto superficiale. Ecco perché tutte le aree nei pressi dei red tingle più vecchi e di maggiori dimensioni sono ora attrezzate con passerella di legno che permettono al suolo di rimanere intatto, anche con i grandi afflussi di turisti che i grandi alberi richiamano. Gli altri due tingle, quello giallo (Yellow Tingle - Eucalyptus guilfoylei) e quello di Rate (Rate’s Tingle - Eucalyptus brevistylis), sono alberi meno alti e che, pur vivendo anche loro fino a circa quattro secoli, non riescono a raggiungere le dimensioni del fratello maggiore. Il secondo prende il nome da John Rate, il primo ranger di Walpole, e la specie fu identificata e descritta per la prima volta solo nel 1974 (caspita, ero già nato).
      All’interno di questo già ristretto territorio, questi splendidi alberi sono ulteriormente limitati dal tipo di suolo e dalla sua umidità. Le tre specie sono strettamente associate alle colline più alte del parco, dove tende a piovere maggiormente, e a un substrato di tipo granitico che, essendo meno permeabile, tende a mantenere l’acqua in superficie. Questo è di gran lunga l’ambiente più fresco e umido di tutto il WA, in cui oltre ai tingle vivono altre specie relitte del Gondwana (es. alcuni funghi e alcuni ragni sono presenti solo qui).
      Ora, non è che ero in grado di notare tutto questo mentre mi approcciavo alla Valley of the Giants. Ero già più che impegnato a cercare di sopravvivere alle impervie salite che conducono all’attrazione turistica, figuratevi a guardarmi intorno per cercare di riconoscere piante, animali e funghi. Ma il sollievo di vedere la strada spianarsi e allargarsi in un ampio parcheggio è stato quantomeno profondo quanto la fatica per giungere fin lì, quindi non appena ho smesso di grondare acqua da tutti i pori e il fiato è tornato a essere normale, mi sono ritrovato pronto per godermi con gioia quanto questo luogo aveva da offrire.
      Ma in realtà un problema c’era: soffro di vertigini. Nel tempo ho imparato che è meglio non affrontare alcunché mi porti a soffrirne. E allora perché sono giunto fin lì, direte voi? Il fatto è che oltre al Tree Top Walk, appena di là di una serie di piccoli edifici costruiti nella foresta, c’era anche l’Ancient Empire Walk, un percorso su passerelle che scorre alla base dei giganti, una posizione più adatta, a mio avviso, all’essere umano. L’idea iniziale era di accontentarsi di vedere i famosi alberi dal basso. Ma ora che ero lì, mi sono detto che non sarebbe stato male vedere com’era anche la passeggiata in mezzo alla volta arborea. D’altronde mica avrei avuto altre occasioni per tornare in quella splendida valle. Insomma, la curiosità ha preso il sopravvento sulla ragione, che era ben conscia che non mi sarei goduto per nulla l’esperienza e avrei sofferto solo una paura atavica che mi avrebbe attanagliato lo stomaco e mi avrebbe fatto tremare le gambe e le mani, rendendole deboli e flaccide, insicure. Arrivato ai famosi quaranta metri di altezza, la massima di questa “piacevole” camminata, ho deciso di fermarmi per scattare una fotografia che attestasse “il mio coraggio”. Quasi non riuscivo a tenere la macchinetta in mano. Tutto ondeggiava e mi trasmetteva una sensazione di vuoto che accentuava le mie incontrollabili paure. Mentre camminavo, guardavo fisso davanti a me, senza posare lo sguardo aldilà della balaustra, se non ogni tanto con la coda dell’occhio. Men che meno mi azzardavo ad abbassare lo sguardo oltre la grata su cui posavo i piedi. L’ho fatto una volta sola e mi sono sentito mancare. Finché guardavo dritto mi sembrava di camminare tra alberelli, a parte il fatto che la passarella dondolava per opera del vento e delle persone che ci camminavano sopra, ma appena ho avuto l’ardire di spostare lo sguardo mi è piombata addosso la realtà che ero talmente in alto che le piante del sottobosco neanche riuscivo a distinguerle. Cammina, cammina, cammina, fino che non ho visto avvicinarsi il suolo. Il cuore ha smesso di battere all’impazzata e sono tornato padrone di me stesso. In pratica, a parte il momento sulla piattaforma a quaranta metri, non mi sono mai fermato, superando di slancio tutti quelli che se ne stavano lì a godersi il panorama appoggiati alla balaustra. Chissà cosa avranno pensato a veder passare questo giovane terreo in volto.
      I ruoli però si sono invertiti sull’Ancient Empire Walk. Al cospetto di questi signori vecchi di qualche centinaio d’anni mi sono sentito come un cattolico in una chiesa. Quelle erano le mie cattedrali, il luogo dove maggiormente mi sento in pace con me stesso. Tra i tanti bellissimi alberi che s’incontrano, me ne sono innamorato di uno che presentava solo piccoli fori alla base, quindi sembrava avere un fusto tutto di un pezzo. Mi sono seduto di fronte a lui e, come spesso accade quando sono rilassato in un ambiente naturale, mi sono appisolato. Sono riuscito a farlo in un momento in cui eravamo soli, perché per qualche minuto nessun altro è passato per il sentiero. Momento raro, perché le persone che visitavano il sito erano davvero tante. Però quasi tutte filavano via veloci lungo le passerelle. Ho riconosciuto in alcuni volti la noia o il disinteresse per questi magnifici alberi, e della cosa mi sono in parte dispiaciuto.
      Quando sono ritornato alla bicicletta, mi sentivo comunque rinvigorito non solo nello spirito, ma anche nel fisico. Ho cominciato a vedere alberi lungo il percorso di ritorno che all’andata mi erano sfuggiti, fermandomi sovente a fotografarli (spesso aspettando l’arrivo di qualche macchina per fornire un paragone delle loro dimensioni) e, alla fine, sulla South Coast Highway ho avuto la bella sorpresa di trovare un vento a favore. Questo si che rende felice la vita di un ciclista.
      parlando di viaggi:
      http://www.garzabibbo.net



      Visita il mio sito !  Scambio Link Autorizzato da FV. Scambio Link Autorizzato 


    Tag per Questa Discussione

    Segnalibri

    Permessi di Scrittura

    • Tu non puoi inviare nuove discussioni
    • Tu non puoi inviare risposte
    • Tu non puoi inviare allegati
    • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
    •  
    Privacy

    ForumViaggiatori.com
    di Claudio Bonà
    Partita IVA: 06207570968

    Seguici su: