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    1. #31
      L'avatar di lavale
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      How the Music moved the Movement (da Chicago a Memphis con una puntata in SC)
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      Citazione   Originariamente scritto da RICAFF   Visualizza Messaggio
      Bello! Per ora con il visto dell'Iran sul passaporto non posso più prendere in considerazione gli USA ma prima o poi...
      Riccardo, lo pensavo anch'io, ma l'anno scorso ho fatto il visto.
      E' vero, costa di più (un centinaio di €) ma dura 10 anni. E non ci vuole tantissimo tempo per farlo.
      Poi, non so se è stato un caso, ma all'arrivo all'aeroporto di NY chi aveva l'esta ha fatto due ore di coda, noi col visto siamo passati in 5 minuti.

      (ok, ho visto che già l'avete scritto, ma appunto, puoi fare il visto e "tenerlo lì" che tanto vale per 10 anni).

      Per fare il visto credo di averci messo (non mi ricordo i tempi esatti) una decina di giorni, se sei in una città con un consolato/ambasciata USA devi solo calcolare una mattina per il colloquio (che dura 5 minuti, ma pur avendo un appuntamento con un orario ben preciso, si fa una lunghissima coda) e poi il tempo per andarlo a prendere (altrove non so, a Milano devi andarlo a prendere in un posto dimenticato dalle parti di Segrate, da un corriere. Mi pare che si possa pagare per la spedizione e riceverlo comodamente a casa).
      Tu sei a Roma? Credo che sia ancora più rapido.
      D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. (Italo Calvino, Le città invisibili)




    2. #32
      L'avatar di lavale
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      Solshine, che belle foto, e che bei posti!
      Chicago è nella mia wishlist, degli altri posti so pochissimo!
      Il tuo diario è molto interessante!
      D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. (Italo Calvino, Le città invisibili)




    3. #33
      L'avatar di solshine
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      How the Music moved the Movement (da Chicago a Memphis con una puntata in SC)
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      13 agosto Savannah – Macon – Juliette – Atlanta


      Oggi lungo la strada per Atlanta farò un pezzetto di Antebellum trail (un percorso di 100 miglia attraverso sette comunità storiche – Macon, Old Clinton, Milledgeville, Old Cliton, Eatonton, Madison, Watkinsville e Athens - sfuggite alla marcia di Sherman attraverso la Georgia). Per farlo tutto serve almeno un pernottamento in zona per cui ho deciso, a malincuore ,di fare solo una sosta a Macon per arrivare a Atlanta nel pomeriggio.

      Lungo la strada faccio una sosta al Visitor Center di Dublin per sgranchirmi le gambe, andare in bagno e scroccare il wifi.
      La signora che mi accoglie non deve essere abituata a vedere molti turisti e sicuramente non Italiani, si prodiga in ogni modo dandomi 1000 opuscoli e spiegandomi per bene tutto quello che potrei vedere in zona e facendomi mille domande su da dove vengo, dove vado, cosa mi interessa… mi molla solo 10 minuti di chiacchere dopo quando le dico che ok è tutto chiaro e se non le dispiace approfitterei del bagno… in paese ci sarebbe da vedere MLK Monument Park & First African Baptist Church dove Martin Luther King fece il suo primo discorso pubblico ma il tempo e tiranno per cui decido di non passarci.
      (foto prese da web)









      Arrivo a Macon perfettamente in orario per la visita delle 11.00 alla Hay House.Costruita tra il 1855 e il 1859 da William Butler Johnston e sua moglie Anne Tracy Johnston in stile rinascimentale italiano, la casa è stata costruita da artigiani portati dall'Italia che sono stati supervisionati dal capomastro locale James B. Ayers. Strutturata su quattro livelli è coronata da una cupola a tre piani ed era dotata, per l’epoca, di servizi quasi impensabili: acqua corrente calda e fredda, calore centrale, un sistema di casse acustiche che collegava 15 stanze, un ascensore francese, la cucina in-house e un elaborato sistema di ventilazione.





      La visita è praticamente privata, siamo io ed una signora con la figlia. La nostra guida ci dota di ventagli (in casa non c’è aria condizionata e tanto per cambiare fa decisamente caldo) e portandoci in giro da una stanza all’altra ci racconta la storia della casa e delle famiglie che la hanno abitata:

      William Butler Johnston ottenne la sua ricchezza attraverso investimenti in banche, ferrovie e servizi pubblici, nel 1851 sposò Anne Clark Tracye la coppia intraprese una lunga luna di miele in Europa dal 1852 al 1855. Durante il loro viaggio, i Johnstons visitarono centinaia di musei, siti storici e studi d'arte. Raccolsero raffinate porcellane, sculture e dipinti , si innamorarono dell'architettura italiana e decisero, al loro ritorno a Macon, di costruire la loro casa in stile rinascimentale italiano .Ebbero sei figlie ma solo due sopravvissero fino all'età adulta: Caroline e Mary Ellen.
      Dopo la morte della signora Johnston nel 1896, la figlia Mary Ellen e suo marito, il giudice William H. Felton, si trasferirono nella casa. Il loro unico figlio, William Hamilton Felton, Jr., visse con la moglie ed i figli fino al 1926 quando la casa fu venduta a Parks Lee Hay e sua moglie, Maude. Dopo l'acquisto, gli Hays ridecorarono l'intera casa, aggiornandola per adattarla ai nuovi decori del XX secolo.
      Il signor Hay morì nel 1957 e la signora Hay morì nel 1962.
      Gli eredi hanno quindi istituito una fondazione che gestiva la casa come un museo privato.

























      In virtù del suo significato architettonico nazionale, Hay House è stata dichiarata National Historic Landmark nel 1974. Nel 1977, la proprietà e il funzionamento della casa sono stati trasferiti formalmente al The Georgia Trust for Historic Preservation per garantirne la conservazione a lungo termine.

      Terminata la visita mi sposto su Mulberry st. per dare un’occhiata alla Cannonball House (così chiamata a causa di danni inflitti dalla palla di cannone durante la Guerra Civile) e alle altre ville che si affacciano sulla strada.







      Riprendo la macchina e mi sposto verso la First Baptist Church of Christ che avevo visto dalla finestra della mansarda della Hay House e mi aveva incuriosito. Peccato che è chiusa.




      Mi sposto quindi al Sidney Lanier Cottage ossia la casa vittoriana dove nacque il grande poeta americano Sidney Lanier, autore di "The Marshes of Glynn" e "Song of the Chattahoochee".

      High st. è una zona residenziale abbastanza ben tenuta con altre case interessanti oltre al Lanier Cottage, anche se un po’ ho temuto di essere presa per stalker metre le fotografavo …😀









      A questo punto l’orario è quello giusto per dirigersi verso Juliette per pranzo.

      No non ditemi che non avete idea di cosa ci sia a Juliette …
      Juliette era una vivace comunità ferroviaria nei primi anni del 1900. Nel tempo, con il declino dell'industria ferroviaria, Juliette fu quasi dimenticata fino al 1991 quando i produttori cinematografici del film "Fried Green Tomatoes" scoprirono Juliette e ricostruirono gli edifici esistenti nella comunità fittizia di Whistle Stop.

      Oggi, Juliette è una vivace comunità un po’ finta e totalmente costruita per i turisti ma se avete amato il film non si può non passarci perché letteralmente si passeggia sul set e si mangia un piatto di pomodori verdi fritti al Whistle Stop Café proprio dove era seduto Idgie.























      Che i pomodori verdi fritti non mi avrebbero fatto impazzire lo sapevo in partenza ma ero comunque curiosa di assaggiarli e nel sandwich non sono poi male, mentre è fantastica l’atmosfera che si respira anche perché non c’è tanta gente (saremo si e no in venti compresi i negozianti).























      Da Juliette via verso Atlanta dove arrivo verso le cinque, lascio la macchina al Valet (purtroppo non c’è altra soluzione dato che la zona è strapiena di parcheggi che però hanno orari improponibili tipo apertura alle nove del mattino e chiusura alle sei del pomeriggio), prendo possesso del mio appartamento (camera da letto e soggiorno ingresso con angolo cottura attrezzato) e vado diretta al Millennium Park (che si trova a neanche cinque minuti) per lo spettacolo della fontana ed un primo giro orientativo.


























      Devo dire che il parco me lo immaginavo molto ma molto più grande invece è abbastanza “concentrato” . Qui ad Atlanta il caldo ha finalmente allentato un po’ la morsa per cui è piacevole starsene seduti all’ombra a guardare i ragazzini che sguazzano nell’acqua. La popolazione del parco è abbastanza variegata dai pazzoidi e senzatetto (in città ce ne sono davvero tanti praticamente ovunque e anche tante donne, che difficilmente avevo visto altrove) che però non danno nessun disturbo (tutta la zona è cmq presidiata dai poliziotti in bici) a famiglie, gruppi di amici che giocano, gente che corre o va in bici, fino al papa che spinge la figlia nel passeggino girando con i rollerblade …










      Per cena vado su Peachtree st. al Hard Rock Cafè, dove ho la dimostrazione che i nostri ristoratori sono ancora anni luce lontani dal capire cosa vuol dire attenzione al cliente:
      Mi siedo e ordino saranno state le 8 alle 8.30 nessuna traccia del mio hamburger, senza che io chieda nulla Vincent (il mio cameriere) viene a scusarsi perché c’è stato un problema in cucina e mi porta un cesto di nachos da sgranocchiare, neanche 5 minuti dopo arriva il manager anche lui scusandosi tantissimo e dicendomi che l’hamburger stava arrivando e così é in effetti nel giro di 10 minuti il panino arriva. Mentre mangio Vincent si avvicina per sapere se ho bisogno altro è ancora scusandosi. Alla fine chiedo il conto e la risposta é: tutto ok, non devi pagare nulla ci dispiace per l’accaduto, scusaci ancora!
      Insisto un po’ ma niente da fare per cui vado a investire i soldi della cena nello shop! ;)











      Torno in hotel prendo il cavalletto e torno al parco per qualche foto in notturna e poi concludo la serata con una bluemoon guardando la tv.




























    4. #34
      L'avatar di laross
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      bell'itinerario..interessante
      Ci saranno sempre dei sassi sul tuo cammino...dipende da te se farne dei muri o dei ponti. Sorridi alla vita.




    5. #35
      L'avatar di solshine
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      14 agosto Atlanta



      Sveglia alle 7 come sempre, colazione ed alle 8 sono alla fermata della street car (un tram ultraleggero inaugurato in occasione delle olimpiadi che fa un giro circolare coprendo la zona di maggior interesse turistico dal Centennial Park al MLK Park, il biglietto di corsa singola - che si fa in vettura lasciando i soldi nella apposita scatolina - costa 1$) che mi porterà al Martin Luther King Historical National park.

      Il tragitto dura una ventina di minuti e mi da la possibilità di vedere un po’ di città.

      Fondata nel 1842 come crocevia ferroviario, nodo della linea che inseguiva, Atlanta divenne la città dei coltivatori di cotone schiavisti ed il quartier generale confederato durante la guerra di Secessione. Per questo fu praticamente rasa al suolo dai soldati del generale Sherman.

      Il piano urbanistico della moderna Atlanta, svettante foresta di torri in vetro, acciaio e cemento che rincorrono le nuvole, è opera dell'architetto John Portman, autore di 26 edifici. É in questo puzzle urbano che si sono installate negli ultimi decenni alcune delle più importanti aziende mondiali: dalla Bmw alla Delta, fino alla Cnn.

      Le Olimpiadi hanno dato un forte impulso al progetto di riqualificazione della città che, come ho detto nell’introduzione, è tutt’ora in atto e grazie al quale, tra l’altro, ti ritrovi sculture urbane laddove meno te lo aspetti.

      Come in tutte le grandi città non mancano le zone degradate e c’è un gran numero di senza tetto (ed io mi sono limitata a girare la zona centrale). Sarà perché non avevo particolari aspettative ma nell’insieme la città non mi è dispiaciuta per nulla.


      Dicevo prendo la street car e scendo alla fermata di King Historic District . Il Visitor Center apre alle nove ma i biglietti per la visita alla casa natale di M. L. King vengono dati first come first serve con visita ad orario per cui volevo essere lì proprio all’apertura per evitare di perdere tempo o peggio non trovare posto.

      Ci sono già 4 persone in attesa, approfitto del tempo a disposizione per visitare Il Giardino della pace mondiale internazionale "I Have a Dream" omaggio commemorativo a Mohandas K. Gandhi e la "Walk of Fame" internazionale per i diritti civili che commemora alcuni dei coraggiosi pionieri che hanno lavorato per la giustizia sociale.












      Quando il visitor center apre mi prenoto per la visita delle 10 (la prima disponibile) e nell’attesa visito la mostra che racconta il movimento americano per i diritti civili e il percorso di Martin Luther King Jr.


      L’appuntamento con il Ranger che ci farà da guida è al bookstore su Auburn Av. e da li ci spostiamo alla casa natale di M. L. King che si trova pochi metri più in là.

      I nonni materni di MLK, il reverendo Adam Daniel (AD) Williams, che era pastore dell'Ebenezer Baptist Church, e sua moglie, Jennie Williams, acquistarono la casa per $ 3,500 nel 1909. Nel 1926, quando il padre di King sposò Alberta Williams, la coppia si trasferì nella casa, dove nacque MLK Jr. nel 1929.

      La famiglia King visse lì fino al 1941.









      Il primo livello comprende la veranda, il salotto, lo studio, la sala da pranzo, la cucina, la lavanderia, la camera da letto e il bagno. Il secondo livello comprende quattro camere da letto e un bagno.

      Nel corso della visita (all’interno non si possono fare foto per cui quelle che vedete sono prese da web) vengono raccontati episodi della vita di MLK da bambino che ci ridanno l’immagine di una famiglia normale, fortemente radicata nel quartiere, benestante per il contesto sociale dell’epoca ed impegnata nel sociale e nell’aiuto alla comunità.












      Fin da piccolo Michael fu costretto a confrontarsi con i limiti posti dalle leggi sulla segregazione razziale, lui stesso nella sua biografia racconta almeno un paio di episodi che lo colpirono fortemente: il primo riguarda due fratelli, suoi amici di infanzia, bianchi che abitavano nel quartiere e con cui giocava in strada ogni giorno ma che nel momento in cui andarono a scuola non giocarono più con lui perché loro erano bianchi e lui nero, il secondo invece avvenne quando aveva quattordici anni quando di ritorno da un viaggio in autobus a Dublin dove aveva sostenuto una gara oratoria fu costretto assieme ad altri a cedere il suo posto a passeggeri bianchi saliti a bordo lungo il percorso, rimanendo in piedi per oltre 140 chilometri. Tutto questo contribuì a forgiare la personalità del giovane Michael ed il suo impegno per i diritti civili.

      Lo U.S.Park Service negli anni Settanta acquisì una larga porzione di Auburn Avenue e dei blocchi stradali ad essa connessi, nel cuore di quello che era stato il distretto afroamericano di Atlanta, vicinissimo al centro, da cui è separato da decenni da una gigantesca autostrada sopraelevata.

      Grazie all’intervento federale, alcuni edifici Storici di Sweet Auburn vennero preservati da possibili speculazioni immobiliari e distruzioni, consentendo di percepire l’atmosfera della

      giovinezza di MLK anche se lascia pensare (alcuni studiosi parlano del cd. “turismo della memoria”) il fatto che fino agli anni Novanta il sito non appariva come si può vedere oggi, eccetto che per la preservazione degli edifici storici.

      Quando ad Atlanta fu assegnata l’organizzazione dei giochi olimpici del 1996, vi furono pressioni per il restauro del quartiere e per il completamento del progetto del parco nazionale. Le autorità immaginarono le reazioni dell’opinione pubblica internazionale, quando una folla di visitatori sarebbe giunta alla ricerca dell’eredità morale del leader e Premio Nobel, e avrebbe trovato solo un piccolo chiosco per le informazioni.

      Da queste considerazioni giunsero i finanziamenti pubblici e privati per la costruzione di un centro costato milioni di dollari per ospitare il museo e le strutture circostanti.



















      Terminata la visita alla casa faccio una passeggiata nel quartiere e poi torno nella zona della Freedom Hall (par
      liamo sempre di distanze davvero minime) dove si trova la tomba di Martin Luther King Jr. e Coretta Scott King posta al centro di uno specchio d'acqua, la Reflecting Pool, sulla quale si può leggere la frase finale del discorso “I have a dream” e cioè "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente" con davanti la "fiamma eterna" a imperitura memoria.













      L’ultima sosta è alla Ebenezer Baptist Church dove MLK fu battezzato ed esercitò il suo ministero di pastore. Centro di aggregazione, non solo spirituale, per la comunità di "Sweet Auburn” qui si svolsero anche i funerali di Martin Luther King: la salma fu trasportata, come da lui richiesto, su un carro trainato da due asini che si può vedere nella mostra allestita al Visitor Center.













      Per fare tutta la visita occorrono circa tre ore e nel corso della mattina tra scuole e turisti il sito è andato via via affollandosi per cui il consiglio è sicuramente di arrivare la mattina presto per evitare attese ed essere più tranquilli.

      Vado a riprendere la Street car dove incontro una signora dell’Oklaoma con le due figlie adolescenti che ha fatto la visita alla casa con me e che approfitta dell’attesa per attaccare bottone. Una delle ragazzine mi chiede com’è vivere in Italia e da lì, forse perché ancora prese dall’emozione della visita, dopo una mia battuta del tipo “ ad alcuni politici farebbe bene una visita di istruzione qui” finiamo a parlare dei problemi legati all’immigrazione e loro mi raccontano come ancora nonostante gli anni di lotta e le conquiste da loro il razzismo sia un problema molto sentito e siano reali la discriminazioni ai danni della gente di colore e delle minoranza in genere, e la mamma conclude con “senza parlare di quello che sta succedendo con i messicani, che vergogna!”…. io gli rispondo che anche da noi purtroppo le cose non vanno poi meglio!

      Quando arriva il tram saliamo e ci salutiamo. Io scendo al Centennial park per andare a visitare il World of Coca Cola.






      Il complesso di 20 acri (81.000 m2) è stato aperto al pubblico il 24 maggio 2007. Qui La bibita gassata più famosa e amata nel mondo è celebrata alla ennesima potenza come solo gli americani sanno fare.

      Due piani in cui viene raccontata la storia della bevanda attraverso gadget vintage, pubblicità storiche, filmati e esperienze multimediali e interattive. C’è spazio anche per l’arte contemporanea con le iconiche bottigliette reinterpretate da famosi artisti., la fantomatica cassaforte dove dovrebbe essere conservata la formula e infine la sala degli assaggi, dove si possono assaggiare una quantità infinita di bibite prodotte dalla Coca Cola Company nei 5 continenti (e fanno tutte veramente schifo!!) e si può creare la propria bibita personalizzata.
































      Fermata allo store obbligatoria e sappiate che contenersi dal voler comprare tutto è una lotta improba da cui non uscirete vincenti!



















      Dopo questa pausa “leggera” - che ci voleva per recuperare un po’ di energie mentali ed emozionali - mi sposto al Center for Civil Rights che si trova praticamente accanto. Il museo non è economico (20$) ma è fatto veramente bene ed è interessantissimo e coinvolgente… preparatevi però ad un pugno nello stomaco … confesso che a un certo mi sono commossa e vedere le persone vicino a me (indipendentemente dalla razza e dal colore, anziani, giovani e bambini) che piangevano come fontane non ha aiutato a riguadagnare il contegno …

      A causa della mancanza di fondi sufficienti per la costruzione, il National Center for Civil and Human Rights, il cui progetto era stato approvato nel 2005, ha aperto al pubblico solo il 27 giugno del 2012.

      Il centro ospita oggi una serie di mostre, permanenti e temporanee, che non solo raccontano la storia del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, ma spiegano anche come il movimento sia stato di fondamentale importanza per la lotta in favore dei diritti umani anche in tutto il resto del mondo.


      Mi scuso perché questa parte è essenzialmente raccontata ma non ci sono foto che possano trasmettere l’emozione della visita nè sinceramente ho avuto particolare voglia di farne, forse perché troppo compresa nel racconto.

      Le mostre permanenti ospitate all’interno del museo sono tre:

      Rolls Down Like Water: The American Civil Rights Movement, una galleria suddivisa in più sezioni, ciascuna contrassegnata da un evento significativo nel movimento per i diritti civili;

      Voice to the Voiceless: The Morehouse College Martin Luther King, Jr. Collection, una collezione di effetti personali appartenuti a Martin Luther King che fa ripercorrere al visitatore la vita dell’uomo, dalla giovinezza al suo assassinio;

      Spark of Conviction: The Global Human Rights Movement, una galleria incentrata sulle figure di famosi dittatori, come Adolf Hitler e August Pinochet, le quali vengono messe a confronto con le figure di importanti attivisti moderni che combattono ogni giorno per i diritti delle donne e delle persone LGBT in tutto il mondo.

      Ma andiamo con ordine:

      Rolls Down Like Water: The American Civil Rights Movement

      Il curatore George C. Wolfe, produttore di Broadway, ha attinto al suo know-how teatrale e alla tradizione dei "quotidiani viventi", spettacoli in cui gli attori hanno messo in scena articoli di giornale come drammi, sviluppando questa cronaca potente e ossessiva dei trionfi del movimento e del tributo di vite umane pagato.




      Il suo obiettivo di mettere i visitatori "dentro la storia" è perfettamente espresso nella simulazione appena entrati:

      Ti fanno poggiare le mani sul tavolo, ti mettono le cuffie e ti fanno chiudere gli occhi. E tu piombi nell'America degli anni Sessanta, sei un negro e sei seduto in un bar per bianchi. Tutti ti insultano, ti alitano addosso, ti spaccano bottiglie sulla sedia, che trema davvero, devi andare via, non è posto per te, lo capisci o no?

      Un timer misura quanto tempo rimani senza staccare le mani.

      Il tour nell'America razzista inizia così!




      I progettisti della mostra usano titoli e foto di giornali e reportage televisivi - giocando su monitor vintage, proiettati sui muri - per aiutare il visitatore a sentirsi parte della storia (l'uso abbondante di mezzi di trasmissione e di stampa riflette anche il loro ruolo nel sostenere il movimento, sia che si tratti di giornalisti che parlano di verità al potere o di esperti leader dei diritti civili che lo sfruttano per presentare il loro caso al mondo).

      La maggior parte delle gallerie, collegate da una tavolozza di nero, bianco e rosso sono piccole, scure e densamente popolate di testo e immagini. E’ quindi una vera sorpresa sensoriale entrare nella grande stanza dalle pareti bianche dove un film panoramico del 1963 che racconta la marcia su Washington è esposto su un muro curvo. Vedere le folle ammassate sulla piazza e la solidarietà tra le razze, ascoltare i discorsi e le canzoni di protesta che erano la colonna sonora del movimento dopo aver attraversato le pagine buie delle discriminazioni è un'esperienza commovente.

      Si torna di nuovo nell'oscurità nella galleria che racconta l'assassinio di King dove si è assaliti da una cacofonia di suoni in competizione - Robert Kennedy si rivolge alla nazione, Walter Cronkite riporta le notizie orribili, la musica di James Brown va in loop come il suo concerto trasmesso tutta la notte per cercare di distrarre la folla che era in fermento.

      Salendo le scale verso il pianerottolo - che suggerisce il balcone del Lorraine Motel- pieno di foto di macchie di sangue sulla scena, si vive un altro dei momenti emotivi della "storia vivente" e leggendo e ascoltando le reazioni all’omicidio di MLK non nascondo di essere stata io stessa pervasa dalla rabbia.







      Voice to the Voiceless

      Considerato "uno spazio sacro", questa suite di gallerie è spartana, semplice e silenziosa. Le sue pareti sono rivestite in legno color miele inciso con alcune delle frasi famose di MLK.
      In questa sezione i documenti vengono visualizzati a rotazione e mostrano il King uomo, sia ordinario che straordinario.



      Spark of Conviction: The Global Human Rights Movement

      Questa è l'antitesi fisica della mostra sui diritti civili. Spark consiste in un unico spazio aperto, i suoi pavimenti in legno chiaro, le pareti bianche, la luce naturale e le forme scultoree dei "video coni" suggeriscono una galleria d'arte contemporanea.

      La mostra tratta di una miriade di situazioni diverse e in continua evoluzione in tutto il mondo, tra cui censura, repressione politica, lavoro minorile e sottomissione delle donne.

      A suo merito, la mostra affronta direttamente questioni polarizzanti, come l'immigrazione e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e sostiene la necessità di riconoscere la nostra "impronta etica" definendo i costi umani dietro i prodotti che usiamo, come i bambini che cuciono i nostri palloni da calcio invece di andare a scuola, eppure non ha lo stesso impatto emozionale della mostra sui diritti civili. I diritti umani globali sono un argomento troppo vasto per una singola mostra. Il salto da un argomento all'altro e l'impostazione del "flipper" rende difficile mettere a fuoco ogni cosa.


      Esco dal museo abbastanza provata verso le 15.45 ed ho la visita prenotata alla CNN per le 17.00 per cui decido per un pranzo veloce nella food hall in attesa che si faccia l’orario per passare i controlli di sicurezza.











      Se non vi interessa il giornalismo questa è probabilmente una visita che potete saltare, sia perché non è economica sia perché ti tengono al guinzaglio nemmeno fosse un sito di massima sicurezza per cui bisogna accontentarsi di quello che racconta la guida e del giro obbligato. Personalmente (ma sono figlia di giornalista e ricordo sempre con piacere quando da piccola andavo a trovare papà al giornale e mi spiegava e faceva vedere come si arriva dal “fatto” alla “notizia”) l’ho trovato interessante, anche se potrebbero far vedere qualcosa di più.

      Si accede dall’atrio principale passando i controlli di sicurezza stile aeroporto e poi si sale sulla scala mobile che dal piano terra porta all’ottavo piano. Questa scala è inserita nel Guinness dei primati come la scala mobile indipendente (ossia supportata solo alle estremità) più lunga del mondo (60 mt).

      Prima che la CNN si trasferisse nell’edificio lì c’era "Il mondo di Sid e Marty Krofft" un parco di divertimenti al coperto e questa scala, che fa parte della struttura dell'edificio e quindi non può essere rimossa, faceva parte del parco.

      Durante il tour in cui dall’ottavo piano si scende progressivamente ai piani inferiori la guida spiega come funziona un teleprompter. come fanno a proiettare la mappa delle previsioni metereologiche e sciorina dati ed informazioni ad una velocità impressionante. Dall’esterno si vede lo Studio 7, il più grande studio che la CNN abbia mai realizzato in cui sono montati tre set permanenti, una sala regia e dall’alto la redazione dove un numero impressionante di giornalisti passano al setaccio h24 le notizie da tutto il mondo, verificando, scrivendo e correggendo prima che vengano lette in tv.





      Il giro si conclude con un filmato e ovviamente con un passaggio obbligato allo shop che devo dire ho trovato abbastanza deludente.

      A questo punto il mio programma della giornata è stato portato a termine con successo per cui dopo un altro giretto al Centennial park torno in hotel per darmi una ripulita prima di andare a cena.









      Non ho voglia di prendere la macchina per cui opto per un pub semisconosciuto che ha buone recensioni su tripadvisor sempre in zona Peachtree st.

      La scelta si rivela azzeccata, il posto è tipicamente uno sport bar: tavoli in legno e monitor che trasmettono le partite di NFL channel e MLB channel. Il panino è buono ed economico, la birra del giorno è la Sam Adams summer edition che mi piace molto, il wifi funziona benissimo e la cameriera è simpaticissima tanto che siccome non c’è quasi nessuno se non qualche cliente abituale quando finisco di mangiare si viene addirittura a sedere al mio tavolo per scambiare quattro chiacchere, che posso chiedere di più?

      Solita passeggiata prima di tornare in hotel dove dopo aver ricomposto la valigia mi armo di cavalletto e blue moon ghiacciata e salgo sulla terrazza del hotel a godermi questo panorama.















      Buonanotte Atlanta!

    6. #36
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      Atlanta sembra veramente interessante, ci sono un sacco di visite da fare! Non me l'aspettavo... Coi nostri ritmi forse meriterebbe un giorno e mezzo! Wow
      Foto: http://sabrinastravels.shutterfly.com
      Sab + Balza :) Last: Mongolia, New York + Boston, Bretagna e Normandia. NEXT: boh...



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    7. #37
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      Guarda è tutto molto concentrato, poi volendo qlcs che io nn ho fatto per mancanza di tempo tipo l’acquario o la casa di E. Mitchel c’è quindi potresti tranquillamente impiegare due gg.
      Non è una città che ti fa dire “uao!” però vale sicuramente una visita anche considerando che è un ottimo aeroporto di arrivo/partenza per almeno una paio di otr.


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    8. #38
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      15 agosto

      Calhoun - New Echota – Chattanooga



      Oggi il programma prevede di arrivare a Chattanooga prima dell’ora di pranzo ma prima ci sono un paio di soste particolari che mi piacerebbe fare per cui alle 8.30 sono già per strada e alle 9.30 lascio l’interstatale per entrare a Calhoun.

      Prima tappa la Sam’s Tree House: una casa sull’albero davvero particolare.

      Il navigatore si comporta benissimo e mi porta a destinazione senza problemi (l’indirizzo da impostare è 360 South Piedmont st - Calhoun, GA), anche in questo caso lo studio preventivo fatto su street view si rivela fondamentale perché la casa sull’albero è nascosta dietro un ristorante messicano ed un’officina.

      La casa è di proprietà di Sam Isaac Edwards scrittore bohémien assolutamente sopra le righe. Sam è originario di Calhoun e dopo aver viaggiato e fatto praticamente qualunque tipo di lavoro (bidello, camionista, attore, disc jockey, cuoco, falegname, soldato nonché aiutante del presidente Jimmy Carter e del senatore John Glenn) è tornato a Calhoun per scrivere.

      Nella sua biografia Sam racconta come è nata la casa sull’albero:

      “Ero a casa da meno di un mese quando un vecchio amico mi ha chiesto di aiutarlo a far funzionare un ristorante. Aveva infatti comprato comprato una casa anni '30 nel centro della nostra città e aveva bisogno di trasformarla in un ristorante. Nel corso degli anni aveva fatto dei sacrifici per aiutarmi in un paio di occasioni quindi glielo dovevo. Ma gli dissi che avevo bisogno di un posto dove scrivere. Con un cenno della mano disse: vai sul retro della proprietà e costruisci qualcosa. Né lui né io conoscevamo il grado di presagio che quella dichiarazione conteneva.

      Più tardi, quel giorno, salii sul pendio dietro il ristorante e ispezionai l'area e mentre guardavo a sud, una cinquantina di metri davanti a me, c’era una quercia veramente maestosa. In quell'istante avevo di nuovo cinque anni. La genesi di quella che sarebbe diventata una casa sull'albero, ora letteralmente conosciuta in tutto il mondo, ha stimolato un'area del mio cervello che era rimasta latente per più di 35 anni.
      Due mesi dopo aver piantato il primo chiodo la Treehouse aveva assunto la sua forma di base: seicento metri quadrati, sparsi tra i rami, a circa 12 piedi da terra. Per la prima volta nella mia vita, ho avuto la mia casa. L'aereo venne dopo, poi la barca, poi il sottomarino e infine (ma probabilmente non) l'elicottero”.












      Tornando verso la macchina che avevo posteggiato accanto l’officina vengo fermata dal proprietario dell’officina che mi racconta di Sam di come sia una persona davvero particolare ma affabile e spiritosa e mi dice che adesso non abita più lì ma si è spostato in un’altra proprietà non lontano dove ha iniziato a costruire una nuova casa a quanto pare questa volta partendo da un bus. Mi spiega anche più o meno dove si trova ma le indicazioni sono abbastanza sommarie per cui purtroppo non riesco ad individuarla setto quindi il navigatore sulla seconda sosta programmata di oggi che è il Rock Garden che si trova accanto alla Seventh-day Adventist Church di Calhoun (indirizzo esatto 1411 Rome Rd SW, Calhoun, GA).

      In questo giardino un po’ sospeso nel tempo si cammina tra più di 50 minuscole strutture, realizzate con pietre, conchiglie, vetri rotti, fili, cemento e altri materiali artigianali che riproducono città emblematiche, castelli, cattedrali, ponti e persino il Colosseo (ancora in costruzione).




























      Il costruttore di questo giardino stravagante è DeWitt "Old Dog" Boyd, uno dei membri della Chiesa avventista del settimo giorno di Calhoun. Essendo un appassionato di hobby, Boyd iniziò a creare villaggi minuscoli e stravaganti per i suoi otto figli come gioco di famiglia. Ogni volta che la sua famiglia si trasferiva, Boyd ricostruiva un piccolo villaggio per i suoi figli, ciascuno con una figurina di porcellana alter ego con cui giocare. Boyd iniziò il giardino roccioso a Calhoun nel 2007. Oggi, il giardino roccioso è curato da Boyd, i suoi figli e i loro figli.

      La prossima tappa è il New Echota State Historic site che si trova a una quindicina di chilometri da Calhoun e per arrivarci bisogna percorrere un pezzetto dei cd “Trail of Tears”.









      In fase di programmazione il sito mi ha incuriosito perché ero assolutamente ignorante sulla storia dei nativi americani in questa parte di USA per cui mi è sembrata un’ottima occasione per scoprirne qualcosa di più e alla fine guardandola da un lato o dall’altro sempre di diritti umani negati si tratta, per cui si inseriva bene anche nello spirito del viaggio.


      Con “Trail of Tears”ci si riferisce al trasferimento forzato, a partire dal 1830, degli indiani dei boschi orientali della regione sud-orientale degli Stati Uniti (tra cui Cherokee, Creek, Chickasaw, Choctaw e Seminole) nel Territorio indiano a ovest del fiume Mississippi. Stime basate su documenti tribali e militari suggeriscono che circa 100.000 nativi americani furono costretti a lasciare le loro case durante quel periodo e che circa 15.000 morirono durante il viaggio verso ovest.

      Il termine Trail of Tears evoca la sofferenza collettiva di quelle persone anche se è più comunemente usato in riferimento alle esperienze di rimozione degli Indiani del sud-est in generale e della nazione Cherokee in particolare. Il percorso fisico consisteva in diverse rotte terrestri e una rotta principale d'acqua e, con il passaggio dell'Omnibus Public Lands Management Act nel 2009, si estendeva per circa 5.045 miglia (circa 8.120 km) attraverso porzioni di nove stati (Alabama, Arkansas, Georgia, Illinois, Kentucky, Missouri, North Carolina, Oklahoma e Tennessee).

      Nel 1829 si verificò una corsa all'oro sul territorio dei Cherokee in Georgia. Grandi quantità di ricchezza erano in gioco: al loro apice, le miniere della Georgia producevano circa 300 once d'oro al giorno. Gli speculatori della terra presto richiesero che il Congresso degli Stati Uniti trasferisse agli stati il ​​controllo di tutti i beni immobili di proprietà delle tribù e dei loro membri. Questa posizione fu sostenuta dal presidente Andrew Jackson che fece approvare al Congresso l'Indian Removal Act (1830) che imponeva alle varie tribù indiane negli Stati Uniti sudorientali di rinunciare alle loro terre in cambio di territorio federale situato a ovest del fiume Mississippi. La maggior parte degli indiani resisteva ferocemente a questa politica, ma con il passare degli anni la maggior parte delle tribù maggiori - Choctaws, Muscogee Creeks, Seminoles e Chickasaws - accettarono di essere trasferite nel Territorio indiano (nell'attuale Oklahoma).

      Gli indiani Cherookee scelsero di utilizzare azioni legali per resistere alla rimozione. Le loro azioni legali, in particolare Cherokee Nation v. Georgia (1831) e Worcester v. Georgia (1832), arrivarono alla Corte Suprema degli Stati Uniti ma alla fine non ottennero nessun risultato.
      I Cherokee furono infine costretti a trasferirsi perché una piccola fazione della tribù firmò il trattato di New Echota alla fine del 1835, un trattato che il Senato degli Stati Uniti ratificò nel maggio 1836. Nel 1838, i militari statunitensi iniziarono a costringere i cherokee a lasciare le loro case, spesso sotto la minaccia delle armi. Furono dapprima inviati ai cosiddetti "campi di rastrellamento" e poco dopo in uno dei tre campi di emigrazione. Una volta lì, l'esercito statunitense diede ordine di spostare la Cherokee ad ovest.

      Più di un migliaio di cherokee - in particolare vecchi, giovani e infermi - morirono durante il loro viaggio verso ovest, centinaia in più deserti dai distaccamenti, e un numero sconosciuto - forse diverse migliaia - morì dalle conseguenze della migrazione forzata. Il tragico trasferimento fu completato entro la fine di marzo del 1839 e il reinsediamento dei membri tribali in Oklahoma cominciò poco dopo.



      New Echota è uno dei siti indiani Cherokee più significativi della nazione ed è stato il luogo dove è iniziato ufficialmente il tragico "Trail of Tears".

      New Echota fu la capitale della Nazione Cherokee dal 1825 fino alla loro rimozione forzata.
      Una volta che fu designata come capitale il consiglio tribale iniziò un programma di costruzione che comprendeva la costruzione di una casa del Consiglio a due piani, una Corte Suprema e più tardi l'ufficio (tipografia) del primo giornale in lingua indiana e Cherokee, la Cherokee Phoenix.

      Dopo che i Cherokee furono rimossi la loro capitale rimase abbandonata per oltre 100 anni. Gran parte del nuovo Echota scomparve, sebbene alcune case continuassero ad essere usate.

      Nel marzo del 1954, l'archeologo Lewis Larsen della Georgia Historical Commission e cinque uomini furono inviati a supervisionare il lavoro di scavo di New Echota. Il team ha scoperto prove non solo dell'insediamento Cherokee in New Echota, ma anche di precedenti culture indiane americane.

      Oggi si possono vedere 12 edifici originali e ricostruiti, tra cui la sede del consiglio, il tribunale, la tipografia, la casa del missionario Samuel Worcester, un negozio del 1805.


















































      Il sito è piccolo, poco frequentato (sarà per questo che la Ranger è gentilissima e disponibilissima a darmi un sacco di spiegazioni?) e la visita non richiede molto tempo (un’ora, un’ora e mezza se fatta con calma), si cammina nei campi (attenzione che non c’è un sentiero e la rugiada inzuppa le scarpe) spostandosi da un edificio all’altro. Non è imperdibile ma è una buona scelta se si ha tempo e si vuole imparare qualcosa in più sulla storia e le usanze dei nativi americani.

      Terminato il giro in totale solitudine, quando sono arrivata non c’era nessuno, e una macchina arriva solo quando sto per andarmene, mi rimetto in macchina direzione Chattanooga.

      Il tragitto per Rock City Garden è breve, meno di un’ora, e non c’è traffico per cui arrivo intorno alle 12.30. Si tratta di un parco sulla cima della Lookout Mountain che combina vedute panoramiche separate da tranquille passeggiate lungo sentieri tortuosi attraverso giardini rocciosi e in stretti passaggi creati da massicci affioramenti granitici.

      Il posteggio è gratuito (e meno male visto che il biglietto è decisamente salato) e c’è davvero poca gente. Essendo agosto immaginavo ci fosse folla invece la struttura sembra quasi sovradimensionata tanto che mi capiterà di fare pezzi di sentiero in totale solitudine e la maggior parte dei punti ristoro all’interno (a parte quelli vicino l’ingresso) sono chiusi come se fosse bassa stagione.

      Fatto il biglietto combinato Rock City / Ruby Falls approfitto del wifi per fissare l’orario della visita alle cascate (se decidete di fare il combinato scegliete un orario circa 3 ore dopo per la visita alle cascate in modo da poter fare tutto con calma) e poi entro.

      Negli anni '20 Garnet Carter iniziò ad acquistare terreni in cima alla Lookout Mountain. In origine, sua moglie Freida piantò giardini in tutto il pezzo di proprietà conosciuto come Rock City. Nel 1930 Frieda segnò il percorso che viene usato oggi.

      L'odierna Rock City è stata inaugurata il 21 maggio 1932 ed è stata chiamata Rock City Gardens in onore dei giardini piantati da Frieda Carter.

      Il percorso da seguire è obbligato anche se ci sono dei punti in cui è possibile tagliare per tornare indietro se si vuole accorciare.

      Si scende una scala nella roccia, si fa la solita foto ricordo e poi si segue il Il Grand Corridor un sentiero lastricato che passa in mezzo alle formazioni rocciose naturali. A Needle's Eye il sentiero si restringe e ti obbliga a passare quasi di traverso fra le rocce prima che si apra nel Deer Park. Il sottopassaggio dei Goblin è un riferimento a Fairyland (che si vedrà alla fine). Sulla sinistra dopo Goblins Underpass una serie di scalini porta i visitatori fino a Legacy Lane.

      Il percorso è carino e ci sono alcuni bei punti panoramici (spesso rovinate da statue di gnomi sparse un po’ ovunque).




















      Per arrivare al blevedere da cui si vedono i seven state si può scegliere se prendere lo Swingalong Bridge, un ponte sospeso, o il ponte di pietra.








      Dall'altro lato del ponte si trova la Seven States Plaza, che rappresenta una delle viste panoramiche più famose al mondo. Nella piazza si trova il marker See Seven States che mostra le direzioni approssimative degli stati. In una giornata limpida un occhio esperto può individuare le Blue Ridge Mountains, le montagne Cohutta e Rich Mountain nella provincia meridionale degli Appalachi.




















      Lasciando la piazza il sentiero fa una drastica discesa in Fat Man's Squeeze prima di tornare nella zona vicino a Seven States Plaza da cui si vedono bene le cascate artificiali.

















      Proseguendo, il Balanced Rock da 1000 tonnellate è l'attrazione naturale finale di Rock City.
      Frieda Carter amava le storie dei bambini della sua natia Germania e creò Fairyland Cavern come omaggio a questi racconti nel 1947.








      Non è che non mi piacciano le storie per bambini, anzi ma la Fairyland Cavern l’ho trovata molto kitch e poco interessante tanto che l’ho fatta veramente di volata.

      Diciamo che tutto il parco in se dà l’idea di essere molto finto ma obiettivamente la vista è bella per cui se volete un parere è andate ma non aspettatevi null’altro che un parco più adatto ai bambini che agli adulti.

      Finito il giro si ritorna nella piazzetta principale dove oltre al classico negozio di souvenir ci sono uno Starbucks ed un paio di posti dove mangiare per cui ne approfitto per un hamburger su cui non avrei scommesso una lira e che invece si rivela insolitamente buono.



      Dopo una sosta veloce alla stazione di arrivo della Lookout Mountain Incline Railway








      dato che ho ancora un po’ di tempo prima della visita alle Ruby Falls fissata per le 17.30 mi sposto a Point Park (che si trova proprio alla fine della strada).

      Situato in cima alla parte più settentrionale della Lookout Mountain, il Point Park fa parte del Parco Militare Nazionale di Chickamauga-Chattanooga. Al di là delle informazioni sulla battaglia, che pure sono interessanti e ben spiegate da una serie di pannelli, io sono stata attratta dal panorama (peccato che la giornata non sia per nulla limpida) il parco – infatti - si affaccia sulla porzione a forma di serpente del fiume Tennessee e sulla città di Chattanooga.











































      Sono le 16.30 passate per cui è ora di spostarsi verso le Ruby Falls. Arrivo comunque in anticipo per cui ho il tempo di salire sulla Observation Tower.






      Finalmente è ora di scendere nelle grotte, il gruppo è abbastanza numeroso per cui per prendere l’ascensore la nostra guida una ragazza giovanissima che va ancora a scuola (immagino sia un lavoro estivo) ci divide in due gruppi.

      Nel momento stesso in cui si presenta mi rendo conto che in questa parte di USA parlano una lingua strana di cui non capisco un accidente e che secondo me non è inglese!
      Ci racconta come sono state scoperte queste grotte che sono note da tuttosommato poco tempo mentre i racconti delle enormi camere e dei passaggi tortuosi delle grotte della Lookout Montain sono stati tramandati da una generazione all'altra degli abitanti di Chattanooga. Nel 1905 la Southern Railroad Company fu costretta a costruire un tunnel lungo la parete di Lookout Mountain e attraverso alcune parti della montagna per una delle sue linee sigillando di fatto l'ingresso naturale alla grotte.
      Leo Lambert aveva esplorato le grotte da ragazzo prima che fossero chiuse e desiderava riaprirle al pubblico così nel 1923 insieme ad un gruppo di investitori decise di mettere in atto il suo piano. La sua idea era di perforare un pozzo dell'ascensore da un altro punto della montagna per accedere alla grotta che conosceva ed era stat chiusa dalla superficie in alto. Il lavoro su questa impresa di ingegneria iniziò nell'autunno del 1928.

      Il 28 dicembre 1928, mentre scavava il pozzo dell'ascensore, un operaio che manovrava un martello pneumatico scoprì un vuoto nella roccia e sentì un soffio d'aria. Lambert entrò in questa apertura per esplorare la nuova grotta trovata. Durante l'esplorazione scoprirono una serie di formazioni rocciose insolite e belle, passaggi fluenti e diversi letti di torrenti. Avanzando sempre più a fondo nella caverna, raggiunsero finalmente il suo meraviglioso gioiello, la cascata che Lambert chiamo "Ruby Falls" in onore di sua moglie. A questo puno Labert decise di aprire al pubblico queste nuove grotte.
      Il percorso dura una cinquantina di minuti e fa decisamente più fresco che all’esterno anche se devo dire che non ho sentito per nulla freddo (fuori faceva però molto caldo) ma è bene essere attrezzati.

      I passaggi sono abbastanza comodi a parte qualche strettoia e durante la passeggiata che culmina con la visione della cascata sapientemente illuminata da luci rosse, blue e verdi, si possono ammirare una serie di stalattiti e stalagmiti dalle forme strane e dai nomi fantasiosi che vi obbligheranno ad aguzzare la vista.














































      A me la visita è piaciuta molto a dispetto di altri che invece dicono non ne valga la pena personalmente la consiglio assolutamente.


      A questo punto mi resta ancora da fare una cosa prima di andare in hotel: il Chattanooga Cho Cho, per cui entro in città ma non c’è verso di posteggiare. Dopo quattro giri a vuoto (non ho alcuna voglia di pagare 8 $ per una sosta di mezz’ora dato che quello è il tempo che mi serve) rinuncio e vado in hotel dove ho la conferma che soffro di amnesia selettiva per cui oggi non capisco l’inglese: capisco un quarto di quello che mi dice la ragazza per posteggiare la macchina ed un quarto di quello che mi dice la ragazza alla reception … nel frattempo ho un’illuminazione e mi ricordo che dovrebbe esistere un trolley elettrico gratuito che fa le principali fermate turistiche e che dovrebbe esserci una fermata proprio qui accanto per cui chiedo se è vero e se sanno gli orari (io non capisco loro ma loro capiscono me! 😁).
      Per fortuna per rispondere alla mia domanda interviene l’altra ragazza alla Reception - che evidentemente non è della zona perché lei la capisco enissimo - che gentilmente mi cerca gli orari del trolley (esiste davvero!) e mi spiega dov’è la fermata.

      Considerando che il trolley gira fino a mezzanotte e passa più o meno ogni venti minuti ho il tempo di lasciare le cose in camera darmi una ripulita e poi andare, o meglio tornare, al Cho Cho, una stazione ferroviaria inaugurata nel 1909 che oggi è stato riconvertita in hotel, prima di cena.


































      Come avevo previsto dentro impiego una mezz’oretta per cui riprendo il trolley e ritorno verso il lungo fiume. Ormai si è fatto buio e la città non è particolarmente affollata, anzi in giro c’è davvero poca gente per cui faccio una passeggiata (cavalletto in hotel per cui mi sono arrangiata come potevo con scarsi risultati)













      ceno con un maxi gelato da Ben&Jerry e poi filo a nanna perché la giornata è stata bella piena e domani lo sarà altrettanto!

      Chattanooga giudizio ni: la Lookout Mountain mi è piaciuta, la città non mi ha detto nulla, è comunque una buona tappa intermedia sulla via da/verso Nashville.

    9. #39
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      16 agosto Chattanooga - Lynchburg –Nashville

      Sveglia alle 7.00 come al solito, colazione, checkout e recupero della macchina velocissimo, due chiacchere con il ragazzo all’ingresso che al solito mi chiede da dove vengo e dove vado e poi finalmente via verso Nashville.

      Dico finalmente perché davvero non vedo l’ora anche se prima di arrivare anche oggi ci sono una serie di soste lungo la strada che voglio fare.

      La prima è a Winchester capoluogo della contea di Franklin. Grazie al fuso guadagno un’ora per cui arrivo che sono le 8.15 del mattino.

      La cittadina è piccola e curata ed in giro non c’è praticamente nessuno (giusto un paio di persone che mi salutano e che mi guardano incuriosite). Posteggio di fronte alla Court House (costruita in stile art Deco ai primi dell’900) e faccio il giro della piazza.

      I negozi sono ancora tutti chiusi ed anche il Café San Miguel un gioiellino anch’esso in stile arte Deco è anch’esso chiuso, purtroppo definitivamente. A vederlo fa a un po’ impressione perché è stato lasciato così, come se dovesse riaprire da un momento all’altro.















































      Mi rimetto in macchina e dirigo verso Falls Mill che si trova a 15 minuti da Winchester, a Belvidere. Il mulino fu costruito nel 1873 come fabbrica di cotone e lana, e in seguito fu trasformato in sgranatrice di cotone (credo che cotton gin si traduca così), poi in negozio di lavorazione del legno e infine in mulino per la macina. Adesso è la sede del Museum of Power and Industry, Inc. La ruota idraulica da 32 piedi continua ad alimentare le apparecchiature su quattro livelli dell'edificio. Il museo ospita attrezzature di produzione antiche tra cui macine, attrezzi per la fabbricazione della scopa, telai e ruote girevoli.






      La signora (Jane) che mi accoglie e mi fa il biglietto (5$) è meravigliosa, di una gentilezza incredibile. Ovviamente è deliziata del fatto che vengo dall’Italia per cui prima di spiegarmi cosa si può vedere e fare mi blocca a chiacchierare per almeno 20 minuti: mi racconta di come lei ed il marito (John) si sono lanciati in quest’impresa di restauro del Mulino e di creazione del museo, dei problemi con i vicini, del B&B dove volendo si può soggiornare e di quanto lei voglia visitare l’Italia mentre John non vuole saperne di viaggiare…

      La visita comincia con un breve filmato introduttivo (10 minuti circa) e poi da soli si visita il museo con tutte le varie macchine e si può uscire sul retro da cui si vede la ruota da vicino.


















      Salendo al primo piano si trovano una marea di cianfrusaglie varie dal piano che suona da solo a macchine da scrivere d’epoca, ed ancora macchine tessitrici, macchine per cardare ecc.























      Un breve sentiero in discesa costeggia il corso d’acqua e c’è un comodo slargo da cui si vede la ruota. Peccato la luce fosse troppa ed in faccia (teoricamente l’orario migliore per la visita sarebbe il tardo pomeriggio), però il posto è bello lo stesso e se si è da quelle parti vale sicuramente una sosta.
























      Sul sito https://fallsmill.com/ trovate tutte le info.

      Altri 40 minuti di strada ed arrivo a Lynchburg alla fabbrica del Jack Daniel.

      Dal posteggio si può prendere la navetta o si può andare a piedi (sono 5 minuti di strada in entrambi i casi, la navetta fa un veloce passaggio per il centro del paese).













      Scelgo il dry tour (a malincuore ma dopo devo guidare quindi non è decisamente il caso di essere brilli) e sono fortunata perché devo aspettare meno di mezz’ora. Durante il tour si possono portare solo macchina fotografica, cellulare ed una borsetta piccola (dimensioni mezzo foglio A4 per capirci), niente zaini, tracolle o simili.

      Approfitto del wifi per chiamare casa e fare la registrazione per la camera a Nashville spaparanzata su una delle sedie a dondolo sotto i portici dell’ingresso (il sistema è un po’ macchinoso dato che non c’è reception ed il check-in si fa online: in pratica ti mandano una mail con un link, devi registrarti inserendo le varie informazioni ed i dati della cc e poi ti manderanno una mail ed un messaggio con il numero di stanza ed i codici per aprire le porte) .





      All'orario stabilito ci chiamano per il tour. La nostra guida è una sagoma: non sta fermo un attimo, parla a macchinetta e continua a bere da una borraccia che ha attaccata alla mano. E’ letteralmente innamorato del Jack Daniel e della distilleria, l’entusiasmo e la competenza con cui sciorina dati e racconta la storia non lascia dubbi.

      Ci da un sacco di informazioni su Bourbon, Whiskey e su tutte le fasi della produzione nonché le classiche storie sulla vita ed il carattere di Jack. Se siete ignoranti come me in materia (il JD mi limitavo a berlo) vi farete una cultura ed è tutto molto interessante.

      Dopo la foto di rito la visita comincia dal Rickyard dove viene bruciata la legna : il carbone è infatti uno degli elementi che rende unico il sapore del JD tanto che per garantirne la qualità viene realizzato in sede bruciando solo legno di acero tagliato nelle colline circostanti o importato da produttori selezionati.




      Ci si sposta poi alla fonte d’acqua: fu Jack a scegliere la sede per la sua fabbrica proprio qui ed è proprio per questo che la fabbrica si trova tutt’ora in questo punto e tutto il JD viene prodotto solo qui e poi esportato in tutto il mondo: un buon whiskey comincia con una buona acqua.

      Dalla fonte, dove si trova anche la statua di Jack,






      ci spostiamo a quello che era il suo ufficio. L’edificio è ancora quello originale e qui la guida ci racconta la storia di Jack e di come è nato quello che è oggi un mito americano












      Nato nel 1850 a Lynchburg Jasper Newton Daniel (conosciuto come Jack) era l’ultimo di tredici figli. Cresciuto dal vicino pastore luterano e distillatore Dan Call che, oltre impartire al giovane Jack un'istruzione religiosa gli fu maestro anche nell'arte della distillazione, a soli 15 anni decise di fondare la propria distilleria scegliendo la località fuori paese definita Hollow, a fondo valle, presso una caverna dalla quale sgorga una sorgente di acqua povera di minerali e soprattutto non ferruginosa, alla costante temperatura di 13°.
      Utilizzando i migliori cereali disponibili (mais, segale ed una buona percentuale di orzo maltato uniti a lieviti selezionati e all'acqua) creò una "birra" pronta per la distillazione.

      Come altri distillatori trattenne nel fondo del tino di fermentazione una parte della birra ancora ricca di lieviti vivi per aggiungervi il nuovo mosto di cereali e riprendere così la fermentazione. Il sistema è definito "sour mash".
      Jack però non ancora soddisfatto del risultato mise in pratica un sistema che è tuttora una differenza essenziale tra il Tennessee whiskey ed i bourbon prodotti nel vicino stato del Kentucky o altrove: il distillato appena uscito dal distillatore è filtrato attraverso carbone di acero.
      Questa operazione rende l'alcol particolarmente morbido e già privo di spigolature prima ancora dell'invecchiamento in barili nuovi di rovere americana.

      Inizialmente commercializzato in recipienti di ceramica con tappo in sughero, Mr. Jack Daniel introdusse alcune bottiglie speciali in vetro con diciture smaltate in rilievo. Nel 1895 passò alla produzione della bottiglia squadrata giunta ai nostri giorni.

      Nell’ufficio è possibile anche vedere la cassaforte che è stata, indirettamente, la causa della morte di Jack: il nostro amico era un tipo abbastanza impaziente e fumantino ed un giorno non ricordandosi la combinazione della cassaforte la prese a calci rompendosi un piede. Non diede peso alla cosa e questa frattura non curata diede luogo ad un infezione che lo portò alla morte.

      La visita continua alla Still House dove il mastro distillatore e i suoi aiutanti uniscono il mosto fermentato e il vapore lasciando che il vapore dell'alcool salga negli alambicchi di rame prima di condensarsi come whiskey.

      A questo punto prima di essere messo in botti per l’invecchiamento il whiskey viene filtrato con il carbone di acero per qualche giorno per ammorbidire il distillato.









      Proprio per questo passaggio per legge il JD non può essere chiamato bourbon. L'appellativo Tennessee Whiskey è stato riconosciuto dal governo federale solo nel 1941.

      L’ultimo passaggio, che avviene nella Barrel House, prima dell’imbottigliamento è l’invecchiamento in botti di rovere americana anche queste realizzate appositamente ed utilizzate una sola volta (verranno poi rivendute ad altri produttori).















      Si passa nella single barrel gallery dove si trovano le targhe con i nomi di chi ha comprato un intero barile di JD (costo itnorno ai 50.000 $)




      L’imbottigliamento



      E poi il negozio






      Terminata la visita attraverso il ponte pedonale che collega la distilleria a Lynchburg e vado a pranzo al Barrel House dove prendo una Bbq Jacked Potato, che è qualcosa di idilliaco, rigorosamente con coca cola (qui siamo in una dry county per cui niente alcolici).









      Un giro nei negozietti per qualche souvenir targato JD















      e poi recupero la macchina per andare alla Lynchburg Cake and Candy Company famosa per la sua Jack Daniel Whiskey Cake, le Lynchburg Whiskey Balls e Lynchburg Whiskey Praline Pecans.

      Non preoccupatevi se il navigatore sembra portarvi in una casa privata: è proprio così! Il sig. Bill Thomas ha creato l’azienda nel retro della sua casa nel 2003. Posteggio nel cortile ed entro ed è proprio Bill ad accogliermi. E’ un signore di una simpatia incredibile orogogliosissimo della sua “creatura”.




      Lavorava, come tutti a Lynchburg, alla JD e una volta andato in pensione ha deciso di unire la sua passione per la cucina a quella per il JD. Mi mostra la cucina e mi spiega che le ricette che utilizza sono quelle di sua mamma (la foto è in bella mostra nell’ingresso) opportunamente rivisitate per legarsi al gusto del whiskey. Hanno iniziato con una produzione locale e adesso esportano in tutto il mondo anche se ancora fanno tutto a mano. Ne approfitta anche per raccontarmi della figlia che è ingegnere e gira il mondo.

      Non ho preso la torta ma le noci caramellate e le praline sono davvero buone.
      Se avete il tempo per una sosta di una mezz’oretta vale la pena sia per i dolci ma soprattutto per Bill che è una persona davvero fantastica!l
      Questo è il sito: https://lynchburgcakeandcandy.com/

      Sono le 15.30 e non ho ancora ricevuto la mail con il numero di stanza ed i codici per cui decido che vale la pena di fare un’altra breve sosta prima di dirigermi verso Nashville.

      Imposto quindi il navigatore su 1276 Rutledge Falls Rd, Tullahoma, TN dove arrivo in circa 20 minuti, posteggio alla Baptist Church attraverso la strada ed entro nella proprietà privata che consente l’ingresso alle Rutledge Falls.

      Seguendo il viale di accesso che costeggia la casa si arriva al punto di accesso per scendere, il sentiero è molto semplice anche se un po’ scivoloso e già a metà si ha una bella vista della cascata. Avendo il tempo si può fare un bel bagno ristoratore, io mi accontento della vista.



























      Finalmente è arrivata la mail con i codici di ingresso per cui mi dirigo verso Nashville dove arrivo alle 17.30.

      La stanza - in realtà un mini appartamento con soggiorno, cucina e camera da letto - è spettacolare e completa di tutto (comprese lavatrice ed asciugatrice). La cosa più comoda è il posteggio gratuito ed il fatto che è a solo quindici minuti dalla Broadway per cui posso tranquillamente muovermi a piedi.

      Mi sistemo e poi vado a scoprire Nashville che mi conquista nel giro di 10 minuti.
      E’ giovedì pomeriggio per cui in giro c’è tanta gente (e soprattutto si sente musica provenire da ogni parte) ma non c’è la confusione folle del w-e per cui passeggio guardandomi in giro curiosa come una scimmia mentre mi dirigo a Public Square Park dove c’è “Live on the Green” a Free Concert Series che si tiene ogni giovedì di agosto dalle 18 alle 23.




















      C’è tantissima gente (famiglie, coppie, amici con cani al seguito, gente con le sedie e le coperte sul prato dove han fatto un picnic) ma è tutto molto ordinato e tranquillo. La musica va a tutto spiano anche se i gruppi che suonano non mi fanno impazzire. Mi faccio comunque prendere dall’atmosfera per cui mentre aspetto che sia pronto il mio hot dog decido di comprare la maglietta dell’evento allo stand accanto.

      La cosa bella è che ci sono anche un sacco di panchine e gradini dove sedersi e guardare la marea umana che si muove a ritmo di musica.




      Verso le nove decido che ne ho abbastanza e che è ora di sperimentare gli Honky Tonk per cui attirata dalle luci e dall’acqua ritorno verso la Broadway passando dal lungo fiume.



















      Una volta sulla Broadway inizia l’infilata di locali con musica che arriva dai Roof e dai finestroni aperti sulla strada.

      Faccio conoscenza con gli strani mezzi di trasporto che girano per la città




      Rimango affascianata da luci e suoni

      La cosa che ho adorato è che per entrare nei locali non bisogna pagare.
      Si entra (al massimo ti controllano il documento) e se la musica ti piace resti, se ti va consumi e al momento giusto dai la tip al gruppo che sta suonando (i musicisti non sono pagati dai locali ma vivono delle offerte per cui è sempre bene dare qualcosa a questi ragazzi che sbattono da un locale all’altro dalla mattina a tarda notte trasportando strumenti, montando e suonando inseguendo il loro sogno di diventare famosi).

      Passo tre o quattro locali e altrettanti negozi di souvenir e poi entro al Red Ole (il locale di Blake Shelton).





      Di lui ovviamente nessuna traccia (sigh!) ma c’è un gruppo che mi piace decisamente molto, e non solo a me vista la folla, i Neon Summer.










      Li ascolto fino alla fine del concerto e poi ricomincio a peregrinare da un locale all’altro entrando quando sento qualcosa che mi piace.



      Fondamentalmente è quasi tutto elettrico (di set acustici ne ho trovati pochi anche nei giorni successivi) con un livello che mi è sembrato davvero alto. A malincuore all’una torno verso casa, la notte è giovane ma domani mi aspetta una giornata piena di visite e la vecchiaia si fa sentire.

      Buonanotte Nashville, ci siamo appena conosciute ma sono già follemente innamorata!

    10. #40
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      How the Music moved the Movement (da Chicago a Memphis con una puntata in SC)
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      17 agosto Nashville


      Premessa: tutti i musei e le attrazioni di Nashville sono care, ma davvero tanto! Il mio ragionamento è stato (che poi è in generale quello che mi guida sempre nelle scelte quando sono in giro): “Chissà se e quando avrò di nuovo la possibilità di essere qui per cui vedo tutto quello che posso nel tempo che ho a disposizione e crepi l’avarizia!”


      La giornata anche oggi inizia presto: faccio la colazione a casa ed alle 8.00 sono già fuori. Cammino con calma godendomi le strade quasi deserte e dopo essere passata in mezzo al cantiere tra la Broadway e la 5th alle nove meno venti sono già davanti all’ingresso del Ryman Auditorium.


      Purtroppo il cantiere che è di fronte all’ingresso principale non da la possibilità di ammirare come si deve questo edificio storico di fine ‘800 in mattoni rossi, in mezzo ai grattacieli, che ha l’aspetto di una vecchia chiesa.












      In effetti un tempo lo era davvero, una chiesa, ma il Ryman Auditorium è anche è soprattuto la “Mother Church Of Country Music”, il luogo che ha consacrato Nashville come capitale americana della musica e dal cui palco si sono librate le note di alcuni tra i più grandi nomi della tradizione musicale statunitense.


      È qui che il country è diventato un fenomeno di costume, è qui che personaggi come Hank Williams e Chet Atkins hanno regalato esibizioni memorabili ed è qui che, nel dicembre 1945, Bill Monroe e il suo mandolino accompagnato dal suonatore di banjo Earl Scruggs ha gettato le basi per il sound dei musicisti “nashvilliani” a venire, coniando quello che sarebbe diventato lo stile bluegrass. Ed è per questo che di fronte all’ingresso posteriore, da cui si entra per fare la visita, si trova la targa che recita testualmente: “Benvenuti al Ryman Auditorium, luogo di nascita del bluegrass”.













      Alle nove esatte aprono gli sportelli della biglietteria e si può entrare. Passati i controlli di sicurezza in mezzo a un nugolo di addetti che ancora stanno sistemando i metal detector (sono la prima ad entrare ma immagino che nel corso della giornata ci sarà un bel po’ di folla) si sale al primo piano e ti fanno accomodare in una sala dove alle 9.15 inizia “The Soul Of Nashville”, un video-spettacolo con proiezioni olografiche sulla storia del Ryman che ne racconta la storia e che è fatto davvero davvero bene!


      Il filmato dura circa 15 minuti e poi si procede in autonomia alla visita della sala dove sono anche esposti strumenti e memorabilia di alcuni dei grandi che hanno calcato il palco del Ryman. Come in un piccolo museo della musica, aggirarsi tra le panche in legno numerate consente di osservare da vicino un abito di scena originale di Hank Williams, la D28 del 1956 appartenuta a Johnny Cash, la Lucille di BB King e ancora chicche per cultori come il cappello floreale con la caratteristica targhetta del prezzo indossato dall’iconica presentatrice e comica Minnie Pearl.


      La storia del Ryman Auditorium ha inizio con Thomas Ryman, imprenditore proprietario di una flotta navale che alla fine dell’800 aveva fatto fortuna sulle sponde del fiume Cumberland, diventando una personalità di spicco della città.


      Come in ogni città fluviale a Nashville convivevano due essenze contrastanti. Da un lato, il commercio e il benessere economico portavano la voglia di divertirsi, l’alcool, la vita notturna. Dall’altra, gli eccessi conducevano parte della popolazione a ricercare un contatto più forte con la fede per la salvezza della propria anima. La nascita di quello che è oggi un simbolo dell’intrattenimento e della musica profana si deve in gran parte a Sam Jones, predicatore che convertì Thomas Ryman alla cristianità: l’evento fece scattare nel ricco imprenditore la molla che portò alla costruzione dello Union Gospel Tabernacle.
      Completato nel 1890 e inaugurato nel 1892 quando ospitò il primo concerto della Theodore Thomas Orchestra, la casa del Signore era anche la “casa” del predicatore Jones, grosso riferimento per la comunità religiosa locale.


      Alla morte di Ryman nel 1904 fu ribattezzato Ryman Auditorium in suo onore e ampliò i propri orizzonti al di là delle pure funzioni religiose grazie ad un’intuizione di Lula Clay Naff, che ne acquisì la gestione nel 1914, che organizzò di tutto al suo interno: dalla boxe all’opera.


      Da Harry Houdini a Enrico Caruso, le maggiori star del tempo facevano tappa al Ryman per i propri spettacoli.


      Bisogna attendere il 1943 perché la strada dell’auditorium si incroci con quella del Grand Ole Opry, trasmissione radiofonica musicale che presterà al luogo anche il nome di Grand Ole Opry House a partire dal 1963. In onda dal 1925, il Grand Ole Opry era allora un’istituzione per la scena musicale e il suo arrivo al Ryman accrebbe enormemente la fama di entrambe le realtà.


      Sul palco del Grand Ole Opry House si esibiscono tutti i musicisti più caldi del momento da Elvis Presley a Louis Armstrong a Johnny Cash. Trascorrono gli anni e l’auditorium ne sente il peso. Negli anni ’70 la struttura è antiquata e, nel 1974, il Grand Ole Opry si trasferisce in nuovo teatro appositamente realizzato.


      Ristrutturare la fatiscente Mother Church Of Country Music costerebbe troppo, demolirla anche, così l’auditorium resta semi-abbandonato per vent’anni, salvo essere saltuariamente utilizzato per alcune registrazioni video e audio.


      Alla fine degli anni ’80 avviene la svolta. Ha inizio un grosso progetto di riqualificazione che termina nel 1994 quando il Ryman riapre finalmente al pubblico con l’intenzione di tornare a essere un punto fermo per la musica dal vivo di Nashville tanto che oggi lo stesso Opry nella stagione invernale è tornato nella sua casa originaria.


      Il Ryman Auditorium è un monumento alla tradizione della musica americana e visitarlo è davvero emozionante, si dice che l’acustica sia meravigliosa e che la dimensione ridotta della sala (“solo” 2400 posti) crei tra musicisti e pubblico un’alchimia incredibile ma purtroppo non ho potuto verificare di persona.



































      Terminata la visita volo letteralmente al Visitor Center, che si trova all’interno della torre della Bridgestone Arena, perché ho prenotato, sul sito ufficiale della città https://www.visitmusiccity.com/musiccitygreeter/ una passeggiata di benvenuto con i greeter.
















      La nostra guida era Shannon, nata e cresciuta a Nashville, che nel corso dell’ora in cui ci ha accompagnato in giro per downtown (eravamo io, tre ragazze ed una coppia di mezz’età) ci ha raccontato storie, episodi divertenti e curiosità sulla città dandoci anche un sacco di indicazioni sui migliori locali dove mangiare (e cosa mangiare) e sugli Honky Tonk.























      La passeggiata si è conclusa al Goo Goo Shop (una delizia fatta di arachidi, caramello e cioccolato tipica di Nashville) proprio di fronte al Jhonny Cash Museum.












      Salutata Shannon ed i miei compagni di passeggiata entro al museo dove c’è una confusione incredibile. Ecco questa è stata la cosa che mi ha infastidito e non mi ha fatto godere appieno la visita: gli ambienti sono piccoli e c’era davvero troppa gente tanto che, soprattutto nella prima parte, per avvicinarsi alle vetrine ed anche per passare bisognava praticamente fare a gomitate!


      Il museo è stato creato, con l’appoggio della famiglia Cash, da Bill Miller, collezionista di cimeli di Cash e suo grandissimo fan. Il museo è un piccolo gioiello, fatto veramente con amore e pensato nei particolari, che raccoglie più di 1000 oggetti, in parte della collezione di Miller messa su in 40 lunghi anni, in parte provenienti da donatori e collezionisti di tutto il mondo.


      Tra i cimeli c'è una vecchia radio di famiglia, il certificato di matrimonio dei genitori di Cash, tazze di latta provenienti dalla prigione di Folsom, premi, dischi d'oro e di platino, spartiti ma anche una vecchia chitarra Martin con una banconota da un dollaro piegata inserita fra le corde e le meccaniche. Cash la usava per creare un effetto percussivo negli anni ‘50 quando strimpellava senza un batterista.


      La mostra è organizzata in ordine cronologico con delle sezioni dedicate ad aspetti particolari per esempio "Progression of Sound" si concentra sui crossover di Cash in diversi stili e generi di musica su vari tipi di supporti di registrazione, inclusi LP, 8 tracce e CD, un'altra si concentra su Sun Records e poi una parte racconta la carriera televisiva e cinematografica. L'esposizione completata più di recente - aggiunta a febbraio 2018 - si concentra sul look tutto nero di Cash e sul suo rapporto con l'uomo che lo ha aiutato a crearlo, Manuel Cuevas.
























      … insomma anche chi non è un fan sfegatato può qui imparare a conoscere l’uomo ed il musicista Cash!


      Least but not last prima di uscire è davvero emozionante la parte finale con la sedia vuota e il video di "Hurt"!






      Terminata la visita un frappè al volo e poi recupero la macchina per dirigermi verso il Grand Ole Opry (backstage tour prenotato da casa alle 14.30).


      Prima però un ritorno all’adolescenza con la sosta da Cooter’s la piccola ma ricchissima esposizione dedicata ai Dukes della contea di Hazzard. L'entrata non passa inosservata, vista la presenza dello sgargiante General Lee (l'inconfondibile Dodge Charger del 1969 color arancione con il numero 01 sulle fiancate e la bandiera sudista sul tetto) parcheggiato proprio davanti, già agganciato al carro attrezzi di Cooter.















      Nel retrobottega un mondo incantato fatto di memorabilia legate alla serie televisiva tra giocattoli, t-shirt, abiti di scena, maschere, foto, poster, pezzi di automobili, riproduzioni in serie e persino una selezione dei pantaloncini più succinti indossati da Daisy Duke oltre alla Dixie di Daisy e l'auto di Rosco . Volendo si può fare la foto nelle auto ma a pagamento mentre l'ingresso al museo/negozio è gratuito.









      Tornata ai giorni nostri mi rimetto in macchina per raggiungere il Grand Ole Opry e con un gran colpo di C*… fortuna posteggio proprio dall’altro lato della strada (si usa il parcheggio del centro commerciale).













      Il Grand Ole Opry è un programma radiofonico settimanale di musica country e concerti, che viene trasmesso dal vivo sulla radio WSM di Nashville (Tennessee), ogni venerdì e sabato sera, da marzo a dicembre anche il martedì. È il più vecchio ininterrotto programma radiofonico degli Stati Uniti essendo in onda su WSM fin dal 5 ottobre 1925.

      Dedicato espressamente alla musica country e alla sua storia, lo show vede la partecipazione di artisti affermati ed esordienti nell'ambito di generi musicali quali country, bluegrass, folk, e gospel; inoltre sono previsti intermezzi comici e scenette musicali. Ogni anno lo show attrae centinaia di migliaia di visitatori da tutto il mondo ed ha un seguito di milioni di ascoltatori via radio e internet.


      Il Grand Ole Opry andò in onda la prima volta con il titolo WSM Barn Dance il 28 novembre 1925 dallo studio radiofonico situato al quinto piano del palazzo della National Life & Accident Insurance Company a Nashville.


      Con il passare del tempo il pubblico in sala che assisteva al programma iniziò ad aumentare sempre più, e quindi lo studio della National Life & Accident Insurance divenne troppo piccolo per contenere gli spettatori e fan del programma. Venne costruito uno studio più grande, ma non bastò neanche quello. Nell'ottobre 1934, il Grand Ole Opry si trasferì nel periferico Hillsboro Theatre e, successivamente (13 giugno 1936), al Dixie Tabernacle nella zona East di Nashville. Quindi lo show traslocò al War Memorial Auditorium. Infine, il 5 giugno 1943, il programma trovò la collocazione definitiva presso il Ryman Auditorium.


      Il Ryman Auditorium rimase la sede del Grand Ole Opry fino al 1974. Alla fine degli anni sessanta, la National Life & Accident decise di costruire una nuova e più grande location per lo show. Il Ryman, già vecchio di 51 anni all'epoca, iniziava a risentire del passare del tempo e del degrado urbano del quartiere. La nuova sede del Grand Ole Opry, detta Opry House, con una capienza di 4,000 spettatori aprì il 16 marzo 1974.


      Il Backstage tour inizia, ovviamente, con un filmato che racconta la storia dell’Opry, impressionanti le immagini dell’alluvione del 2010 quando la Opry House, insieme a gran parte della città di Nashville, subì l'esondazione del fiume Cumberland.









      La visita vera e propria parte dall’ingresso degli artisti e ti fa seguire il percorso come se tu fossi uno di loro:

      le caselle della posta,








      i camerini,





















      l’area bar dove rilassarsi e bere qualcosa nell’attesa di andare in scena, il retro palco











      e poi la salita sul palco


























      fino al centro per posizionarsi davanti al microfono sul quel pezzo di legno più chiaro che viene dal palco originale del Ryman.








      Ok lo confesso mi sono emozionata a calpestare quelle assi di legno su cui è passata la storia della musica americana: The Carter Family, Minnie Pearl, Earl Scruggs, Hank Williams, Elvis Presley, Johnny Cash, Patsy Cline, Louis Armstrong, Marty Stuart, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Aretha Franklin, Paul Simon, Dolly Parton, B.B. King … (e ho fatto una cosa che non faccio mai: ho comprato la foto ricordo).



      A questo punto ho un paio d’ore buche prima del concerto che inizia alle 19.00 e siccome non ho voglia di fare avanti e indietro le passo girovagando per il centro commerciale (che non mi entusiasma particolarmente anche se un negozio in cui spendere soldi si trova sempre) e dato che non ho pranzato ne approfitto per cenare alla food court in orario nordico (le sei del pomeriggio).


      Alle 18.30 dopo aver lasciato gli acquisti in macchina torno alla Opry House.


      C’è un sacco di gente (la sala è piena) e si inganna l’attesa con applausi ed auguri per compleanni, anniversari e benvenuto ai vari gruppi che arrivano da posti scogniti e lontani.


      Non sono stata particolarmente fortunata nel line up degli artisti perché non ci sono grandi nomi (Brad Paisley per es. si esibirà tra 10 gg 😡) ma le due ore scorrono piacevolmente tra vecchie glorie (dicesi cariatidi) e un paio di giovani interessanti.































































      Il Grand Ole Opry è un vero e proprio spettacolo radiofonico, pause pubblicitarie comprese, con una scaletta definita e divisa in 4 blocchi da mezz’ora ciascuno in cui c’è un host (che è un membro dell’Opry) che oltre ad esibirsi introduce gli altri artisti il tutto condito da qualche siparietto divertente e battute a gogo (ecco qui se non si è fluenti con la lingua si perde).





      Finito lo spettacolo mi rimetto in macchina con l’idea di lasciare la macchina a casa e poi andare a fare un giro dei locali ma mentre sono in autostrada di punto in bianco si scatena un temporale che mi fa vivere 5 minuti di terrore puro: piove talmente forte che non riesco a vedere assolutamente nulla, rallento e mi sposto sulla penultima corsia a dx (ovviamente l’autostrada è a sei corsie!) con i pazzi che nonostante l’acqua a secchiate che scende dal cielo mi sfrecciano accanto da tutti i lati a tutta velocità peggiorando la situazione. Per fortuna andando verso la città, e prima della mia uscita, la pioggia diminuisce e ricomincio a vedere ma giuro che è stato davvero tremendo!



      Arrivo in hotel indenne ma dato che continua a piovere a catinelle e che sono ancora un po’ scossa non me la sento di uscire e preferisco dedicarmi al bucato e bermi una blue moon davanti alla tv.

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