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| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| Era il 2007 quando, in questa stessa categoria, postavo un mini diario di viaggio della mia prima esperienza amazzonica. Già allora avevo in mente di tornare. Anzi proprio su questo forum cercavo notizie e possibili compagni di viaggio. Questo secondo viaggio l'ho rimandato molte volte per vari motivi ed ora, a distanza di oltre 2 anni, mi sembra giusto chiudere il cerchio. Più che un viaggio è stata un'avventura con un finale da togliere il fiato (l'amazzonia non si smentisce mai!), senza dubbio la più bella esperienza della mia vita. Questa è la prima parte del diario di viaggio cui sto ancora lavorando.. -------------------------------------------------------------------------------------- Non era nemmeno passato un mese dal mio primo viaggio in Amazzonia che mi ero già messo a studiare un nuovo itinerario. Volevo andare oltre. Qualcosa che superasse il semplice vedere, e visitare, volevo vivere appieno l’Amazzonia. L’opera di recupero delle informazioni necessaria è stata lunga, ma il tempo non mi mancava. Dal 2006 al 2009 ho studiato carte, perlustrato forum italiani ed internazionali in cerca di qualcuno che avesse fatto esperienze simili e soprattutto preparato l’itinerario. E già l’itinerario. Avrò cambiato idea decine di volte alla ricerca della combinazione perfetta che mi permettesse di saziare il più possibile il mio desiderio di conoscenza nel lasso di tempo che avevo a disposizione. Fissai dei punti imprescindibili: avrei viaggiato da solo, in completa autonomia e con mezzi di trasporto tipici. La tentazione di spostarsi in aereo in Amazzonia è tanta. Si perché l’Amazzonia è immensa. Non basta mettere insieme Germania, Francia e Spagna per averne un’idea. E, a differenza, di quello che credono molti in Amazzonia ci sono posti completamenti diversi, paesaggi caratteristici di ogni zona, dalle pianure alle montagne. Per questo trovo insensate le domande del tipo “ma come non ci eri già stato in Amazzonia??”. Non sono sicuro che una vita basterebbe a conoscere davvero questa terra. A inizio 2009 tutto è deciso: risalirò il Rio Negro per oltre 1200 km fino alle regioni montuose al confine con il Venezuela. Fisso le ferie, compro i biglietti, e comincio a reperire il materiale necessario. All’alba del 2 giugno decollo da Linate, scalo a Lisbona, arrivo a San Paolo e di lì proseguo fino a Manaus. È esattamente mezzanotte quando recupero il mio zaino dal nastro trasportatore. Troppo tardi per avventurarsi da solo alla ricerca di un alloggio. Vengo svegliato dal sibilo di una porta scorrevole automatica. Il rollio di un piccolo trolley mi costringe ad aprire gli occhi. Con una mano mi massaggio il collo dolorante. Le mie natiche non stanno tanto meglio. Ho dormito su una panca proprio davanti all’uscita dell’aeroporto con la testa appoggiata sulla spalla sinistra. L’aria condizionata ha provveduto a fare il resto. L’odore dell’equatore mi scuote all’improvviso. Osservo la porta scorrevole richiudersi. Dall’altra parte una lieve foschia avvolge il paesaggio umido e sconosciuto. L’adrenalina sale. Varco la soglia dell’aeroporto. L’alba spazza via stanchezza e preoccupazioni. Ecco l’autobus. Scendo a metà del viale principale della città. Rimango stordito dal frastuono del traffico e dalla folla disordinata. Ho bisogno di qualche istante per orientarmi. Imbocco una strada in leggera salita. Lungo il marciapiede scorre un rivolo verde. Poco più avanti la fonte. Una montagna di immondizia. L’afrore è insopportabile ma resisto alla tentazione di coprirmi naso e bocca con la maglietta per non passare per il solito turista schizzinoso. Un’insegna al neon mutilata indica che sono arrivato. Le camere dell’Hostel Manaus puzzano di avventura, un misto di scarponi umidi, vestiti sudati e Autan. L’area comune si presenta bene. I divani sono sudici ma l’ambiente nel complesso è gradevole. Che siamo nella capitale della foresta lo si capisce raggiungendo la zona colazione. Una terrazza in parte coperta dalle fronde di un albero immenso con foglie a cinque punte grandi come il torace di un adulto e radici contorte che affondano nel mezzo del cortile interno. Ciò che di meglio ha da offrire l’Hostel Manaus sono i suoi clienti. Ragazzi da tutto il mondo e con i progetti più disparati. L’americano John sta girando un documentario per la sua tesi in giornalismo alla Columbia University. Mark, inglese, attraversa il Sud America in bicicletta e tutti i suoi averi stanno in una sacca di tela grande come un sacchetto del PAM. Paolo, giovane imprenditore italiano di Pesaro, si è preso 5 mesi di ferie per evitare un esaurimento nervoso dovuto al troppo lavoro. Nel giro di pochi secondi un ticchettio metallico si trasforma in un incessante tambureggiamento. Piove. Piove come solo all’equatore. Una pioggia calda e pesante ripulisce la città, rinfresca l’aria e non ti lascia dormire. L’odore di asfalto bagnato pervade la stanza. Mentre sistemo il mio letto, cercando di non fare troppo caso alla gradazione di gialli che affresca la federa del cuscino, penso che questo sia li luogo ideale dove cominciare un’avventura. Perché l’Hostel Manaus è come Manaus: caotico, multietnico e maleodorante. Il mio piano è preciso. Andare al porto e chiedere quando parte la prima barca per Sao Gabriel da Cachoeira. Città di confine situata là dove il Rio Negro forma delle enormi rapide tali da impedire la navigazione ai grossi battelli pubblici. E’ la regione più settentrionale e una delle più remote dell’Amazzonia detta “cabeça de cachorro” per la forma prodotta dalla tripla frontiera tra Brasile, Venezuela e Colombia, che ricorda la testa di un cane. E là che vivono gli Yanomani; è là che si trova la montagna più alta del Brasile, Pico da Neblina (3014 mt); è là che voglio andare. La fortuna non è dalla mia parte (o forse si). Una barca è appena partita e non ve ne è un’altra prima di tre giorni. Non posso perdere tutto questo tempo restando fermo a Manaus. Tornato in ostello chiedo informazioni. Parlo con chiunque mi capiti a tiro. Cerco delle alternative. Alla fine è proprio uno dei ragazzi che lavora lì, Miguel, a dirmi che un gruppo di quattro persone è partito in mattinata per un giro in barca di qualche giorno sul Rio Negro, risalendo il fiume verso Nord. Posso raggiungerli con una barca veloce e avvicinarmi a tappe verso la mia meta. Ottimo. Il mattino seguente parto. Raggiungo Amanda, sua sorella Stecy, Erika e Patrick. Tre americane e un ragazzo dello Zimbawe. Ci metto un po’ a capire cosa ci facciano in Amazzonia. Fino a pranzo. La tavola è imbandita con riso, Tucanaré fritto e un sacco di frutta. Negli ultimi giorni, tra i pasti in aereo, e gli spiedini di carne (di che animale non saprei) consumati nei baracchini per le strade di Manaus, non ho mangiato un granché bene. Mi avvento sui piatti senza troppi complimenti ma mi sento stranamente osservato. Patrick chiede chi voglia pregare. Chiudono gli occhi e con voce solenne Erika ringrazia Dio per il cibo che ci sfamerà e per le magnifiche persone che hanno conosciuto durante il loro viaggio. Così scopro che Patrick è un pastore evangelico e le tre americane fanno parte di una missione anch’essa evangelica. Stanno girando con una guida indio, Antonio “o cabeluto”, per i villaggi intorno a Manaus con lo scopo di instaurare dei contatti con le Chiese protestanti del posto (ve ne sono una miriade, evangelici, battisti..) e organizzare successive missioni per l’invio di aiuti. A questo punto una domanda sorge spontanea. Che diavolo ci faccio io con quattro missionari?? Non sto a preoccuparmi troppo e prendo tutto ciò che viene come un’occasione. Tra l’altro i quattro sono simpatici e le profonde differenze che ci dividono (soprattutto religiose) sono più uno spunto di conversazione che altro. Soprattutto con Stacy, la più giovane delle due sorelle (credo avesse 30 anni) si instaura un buon rapporto. Nonostante mi parli del suo matrimonio da favola a Roma capisco che si è presa una cotta per me. Ma è l’ultimo dei miei pensieri. Sono concentrato sul mio viaggio. Girare con i quattro sedicenti missionari può essere l’occasione per visitare molte comunità e farmi un’idea della real life amazzonica. Le mie supposizioni si rivelano esatte. In cinque giorni visitiamo diverse comunità, conosciamo molte persone ognuna con una storia da raccontare e grazie al mio portoghese che si fa di giorno in giorno più efficace riesco sempre a stabilire un dialogo con i ragazzi delle comunità. Presso una di queste ci scappa anche una super partita di calcio in mezzo alla giungla. Nonostante non sia abituato a giocare a piedi nudi, per una buona mezz’ora insegno un po’ di calcio europeo ai talentuosi ma indisciplinati brasiliani prima che l’afa soffocante mi privi di ogni forza. La sera viene organizzata una messa nella minuscola chiesetta battista (non più di una dozzina di posti a sedere). Noi siamo gli ospiti d’onore. Il prete presenta i missionari uno per uno davanti alla comunità. Giunto a me, non sapendo come appellarmi mi chiama “avventuriero”. Fantastico! Il mio sogno! Dopo la messa il prete ci invita nella sua casa. E’ una casetta in legno dipinta di azzurro. Molto semplice. Non ci sono delle vere e proprie stanze. Piuttosto dei separé. L’arredamento è quasi inesistente ma c’è un televisore. I missionari si informano su quali siano i principali problemi della comunità e che genere di aiuti sarebbero più utili. Il prete spiega che hanno pochi soldi e alcune famiglie (le più numerose) non riescono a mandare a scuola i loro figli. In tutta onestà la realtà che ho modo di osservare non si può definire povera. Queste persone praticamente non dispongono di soldi è vero ma, per come è concepita attualmente la loro società, questo non è sinonimo di povertà. Durante l’intero soggiorno, al di fuori di Manaus, non incontro nessuno che soffra la fame. In tutti i villaggi che visitiamo resto colpito dalla semplicità dei modi e dalla gioia di vivere. Mi viene da pensare che in fondo quelli poveri siamo noi, costipati dentro i nostri costumi, stretti nella morsa di una società fatta di regole non scritte eppure inviolabili. Durante il nostro girovagare di comunità in comunità Antonio organizza delle escursioni in canoa a pescare piranha (che puntualmente liberiamo perché abbiamo il cuore troppo tenero) e nella foresta (per una sorta di corso di sopravvivenza mangiando frutti strani e larve succulenti) dimostrandosi una guida molto preparata. Con Antonio mi trovo in grande sintonia. Gli parlo dei miei progetti e si offre di farmi da guida ad un prezzo decisamente scontato. Basta poco ad organizzare il resto del mio viaggio. Andremo insieme fino a Sao Gabriel, dove lui stesso è stato una sola volta, e arrivati là decideremo il da farsi. L’indomani mattina salutiamo i quattro missionari. Il viaggio vero comincia adesso..
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| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| Mi fà piacere che il mio diario vi stia piacendo.. purtroppo in questi giorni ho molto lavoro e non riesco a ritagliarmi del tempo per continuare a scrivere. Appena posso prometto di finirlo.. con le foto ho sempre dei problemi ..provo a metterne altre.Ciao Pier
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| | #3 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| Per completezza ecco le foto della prima parte del diario.. i miei compagni di viaggio missionari, la pesca al piranha, gli abitanti della foresta e antonio con la sua amica tarantola. A seguire la seconda parte del diario..
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| | #4 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| Negli ultimi quattro giorni il livello del fiume è salito. Sui giornali campeggiano foto di strade e piazze allagate. Pare non sia mai stato registrato un livello così alto. Ho appuntamento alle due con Antonio. Il nostro battello attracca in un porto secondario nel barrio San Raimundo. Antonio mi aspetta al molo. Alla stazione degli autobus c’è una gran confusione. Oltretutto diluvia. Un ragazzo vedendomi spaesato mi chiede dove sia diretto. Lo ringrazio per le preziose indicazioni e dopo pochi minuti salgo sul 21. Sbaglio fermata. Scendo troppo presto. Mi trovo in cima ad una collinetta affollata da baracche di lamiera da cui scorgo il molo. Alle mie spalle il barrio Gloria, una delle favelas della città. Meglio levarsi di torno in fretta. Vedendomi arrivare a piedi Antonio mi chiede perché non abbia preso un taxi. Non accenna al fatto che questa zona sia pericolosa ma mi sconsiglia di andare in giro da queste parti dopo il tramonto. Scendiamo verso il fiume. Due ubriachi litigano per un bicchiere di cachaça. Come in un immagine vista al rallentatore cercano di prendersi a pugni. A mala pena si reggono in piedi. La gente intorno li incita battendo le mani. Il più grosso dei due cade a terra da solo. L’incontro è finito. Ma qualcuno, nel frattempo, ha fatto sparire l’oggetto del contendere. Facciamo i conti anche noi con l’ esondazione del fiume (foto 1). Camminiamo su passerelle improvvisate. Dove vi sono. Levarsi gli scarponi e attraversare a piedi nudi una pozza di acqua nera come il petrolio e in cui galleggia ogni sorta di rifiuto urbano è un esperienza di cui avrei fatto a meno. Ammetto però di sentirmi un figo. Da queste parti turisti non se ne vedono. Ho la sensazione di essere veramente calato nella realtà di Manaus. Acquistiamo cibo e quattro taniche di benzina da 30 litri. Saranno un fardello molto pesante da portare ma, man mano che si risale il fiume, i prezzi degli alimentari e soprattutto della benzina salgono esponenzialmente. Non vi sono strade, l’unico modo di trasportare la merce è via fiume. Ma i collegamenti sono scarsi e di conseguenza i prezzi di trasporto alti. Sono circa le cinque quando ci imbarchiamo sul Tanaka IV, un battello a tre piani che tra poco si riempirà di amache sgargianti. Lasciamo Manaus che è già buio. La città è una bolla luminosa nelle tenebre più assolute. Non c’è luna. Qui si naviga a memoria. Solo di rado viene acceso un grosso faro posto in cima al battello, per evitare i tronchi galleggianti che durante la stagione di piena possono essere pericolosi. Risalire il Rio Negro è una di quelle esperienze da inserire nella lista “cose da fare nella vita”. La mattina è fredda. Mi rannicchio sotto la mia copertina originale TAM, indispensabile souvenir del mio primo volo transatlantico verso il Sud America. Una coppia di Ara fende la foschia densa. Qualcuno è già in fila davanti al lavandino con lo spazzolino in bocca. Scendo verso il ponte inferiore seguendo il profumo di caffè. In attesa che si faccia vivo il sole il caffè è l’unica fonte di calore. La mattinata scorre lenta, cullato in amaca con un libro dell’Allende. Ora il ponte superiore è al completo. Tutte le sedie sono occupate. Chi gioca a domino, chi beve birra, chi racconta storie e chi beve tanta birra. Siamo un corpo estraneo. Una biglia colorata nella verde quiete della foresta. Antonio mi mostra orgoglioso una macchina fotografica digitale dono di un turista giapponese. Gli insegno come sfruttare meglio alcune funzioni. Ci mettiamo a far foto. A volte, tra i due sembra più lui il turista. I miei vicini di rede (molto vicini dato il grado di affollamento) sono una tipica famiglia amazzonica. Hanno dormito tutti nella loro “amaca matrimoniale”. Lui 19 anni, bassino, fisico asciutto con gli occhi stanchi di chi ha troppi pensieri per la testa. Lei dimostra meno di 18 anni, piccola, impacciata dal vistoso pancione, affida alla figlia più grande di 5 anni il compito di tenere a bada il fratellino e la sorellina minore. Peccato la foto mia sia venuta un po’ scura (foto 2). “Loro non hanno la televisione” scherza Antonio. Sorrido. Prosegue nel suo ragionamento. “A casa noi abbiamo la televisione. Infatti abbiamo solo due figli”. Nonostante il viaggio sia lungo e pochi gli svaghi, nessuno sembra soffrirne. Anzi, c’è una aria di festa. Qui viaggiare è ancora qualcosa di epico. Mi rendo conto che per chi abita queste regioni della terra, così vaste e poco popolate, allontanarsi dal luogo di nascita è tutt’altro che scontato. Per questo cerco di svestire i panni del turista annullando quel filo di arroganza che tutti gli “occidentali” si portano dietro. Gli sguardi si fanno amichevoli, persino rispettosi. E’ ancora buio quando arriviamo a Barcelos. Unica tappa verso le montagne di Sao Gabriel. Decidiamo di aspettare che faccia giorno sul Tanaka IV. Non riesco a dormire. Prendo dallo zaino il cavalletto. Salgo sul ponte superiore. Basta aspettare. Fuoco. Mai visto niente di simile. Un’alba di fuoco. Scatto decine di foto (foto 3). Quando tutto si incastra alla perfezione. Proprio oggi a Barcelos è prevista una processione in onore di qualche santo. “Deu è grande”. Scritto con la sabbia o con dei petali. Ogni strada una scritta. In prima fila una schiera di chierichetti. Subito dietro il pastore porta un enorme crocefisso dorato. Segue l’intero paese. A chiudere la processione un’auto sgangherata con un altoparlante da cui esce un incomprensibile litania (foto 3-4). Scegliamo la pensione più a buon mercato. Non contenti contrattiamo a lungo sul prezzo. Antonio sa sfruttare il fatto di essere una guida. Come a dire se mi tratti bene ti porto altri turisti. Sono per natura diffidente. Ancora non mi fido del tutto di questo indio grande e grosso. Sempre tranquillo, non lascia mai trasparire un’emozione. In fondo lo conosco da pochi giorni. Decido di fare particolare attenzione ai soldi. A Manaus ho avuto non pochi problemi a prelevare e, a causa di un limite giornaliero per le carte straniere, non sono riuscito ad avere il denaro sufficiente per l’intero viaggio. Mi accordo con Antonio. Lo pagherò a rate. Le indicazioni avute a Manaus sono corrette. Qui a Barcelos c’è un “Banco Bradesco”. La cosa ha dell’incredibile se penso che mi trovo in un paesino minuscolo con solo due strade asfaltate, quella principale e quella che conduce all’immancabile caserma dell’esercito. Passiamo un pomeriggio magnifico. Visitiamo una delle tante piccolissime comunità che si trovano sulle rive degli affluenti del Rio Negro. Una frotta di bambini accorre ad accoglierci e ci scortano per tutto il villaggio. Alle spalle delle ultime capanne c’è un spiazzo. E’ in corso un’accesissima partita di pallavolo. Uno degli anziani seduti a margine del campo interpreta bene il sorriso che mi si è stampato sul viso. Con un gesto della mano mi invita ad unirmi a loro. Il tempo di levarmi la maglietta e arrotolarmi gli inutili pantaloni da indiana Jones (foto 6-7). Per due ore mi diverto come mai. Si è fatto tardi. Con la scusa che sono accaldato vado al fiume. Dei bambini se ne stanno appollaiati sugli alberi che spuntano dall’acqua. Non resisto. Li raggiungo a nuoto. Inizio l’arrampicata. Peso troppo. I rami più alti sono troppo esili. Mi accontento di un altezza intermedia (foto 8-9). Dopo una buona dose di tuffi resto a mollo a guardare il sole calare. Che posto è mai questo? Antonio mi chiama. E’ come se dopo un viaggio durato una vita avessi finalmente trovato casa e fossi subito costretto a ripartire. Dopo un ottima cena a basse di riso, carne e fagioli neri, costata l’equivalente di 3 euro, torniamo alla pensione. Accendo la luce nella stanza. Le pareti bianche sono punteggiate di nero. Migliaia di zanzare. Almeno, dopo le notti passate in amaca sul battello, si torna al letto tradizionale. Non passa neanche un’ora. Appendo l’amaca. Non credevo potessero esistere letti tanto scomodi. Il tempo scorre veloce. I due giorni volano.“A che ora passa il battello?” “Alle sei e mezza”. “Vado a prelevare. Ci vediamo al molo”. Dopo aver pagato la pensione non mi sono rimasti molti soldi. “Credito insufficiente”. Mi si annoda l’intestino. Riprovo. “Credito insufficiente”. Non è possibile. Ripenso a tutti i prelievi che ho fatto. No! Soldi ne devo avere ancora molti. Deve essere la carta. Che si sia smagnetizzata? Raggiungo Antonio. “Abbiamo un problema”. Non si scompone. “Nao tem problema nao”. Secondo lui è colpa del bancomat. “Preleverai a Sao Gabriel”. Non sono tranquillo. Ho denaro a sufficienza per pagare il battello e per sopravvivere qualche giorno. Ma se anche a Sao Gabriel non riuscirò a prelevare diventa un casino. Seduto sulle nostre taniche di benzina cerco di ragionare. Il molo è in realtà una piccola chiatta. Il rumore della macchina che produce il ghiaccio è assordante. Il puzzo di diesel ancora peggio. Un via vai di gente con delle casse di polistirolo. Fanno il pieno di ghiaccio per conservare gli alimenti da imbarcare o da spedire. Partire così senza certezza di avere i soldi è un’imprudenza. Il Tanaka neto ha già due ore di ritardo. Sono stanco. Di fianco a me, seduta su una valigia, una vecchina. Dimostra 200 anni. Mi perdo a cercare di contare le rughe del suo viso. Incute un certo rispetto. Non mollo. Voglio raggiungere l’obiettivo che mi sono prefisso. Sta facendo buio. Crollo (foto 10). Sono le 11 passate quando vediamo in lontananza le luci del Tanaka. Sistemiamo le taniche e la cassa con le vivande. Antonio ci fa dei segni con un pennarello per riconoscerle. Le merci restano completamente incustodite. Ma qui nessuno ruba. Il battello è strapieno. Non troviamo un buco dove sistemare le nostre amache. Alla fine ci accontentiamo di appenderle lungo il parapetto. E’ il posto peggiore perché si prende un sacco di vento e anche qualche schizzo. Mi avvolgo nella fedele copertina TAM e nonostante le preoccupazioni mi addormento subito. Io queste benedette montagne le voglio vedere! to be continued.. Le FOTO:
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| Supervisor & Mod. Generico ![]() Età : 36 Sesso: Donna Residenza: Vada - Livorno Registrato dal: 23-06-08
Messaggi: 5.386
| è un diario davvero molto bello, non vedo l'ora di leggere la prossima puntata! immagino tu avessi fatto la profilassi antimalarica, vero?!
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| | #6 | |||||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
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Grazie per i vostri incitamenti..appena possibile andrò avanti a scrivere. No. non ho fatto la profilassi. Nessuna delle due volte che sono stato in Amazzonia. Sia perché c'è il rischio di stare poco bene durante il viaggio a causa dei farmaci (e in un viaggio del genere non ce lo si può permettere) sia perché il Rio Negro è un fiume dalle acque scure e con un pH leggermente acido. In queste condizioni le uova delle zanzare faticano a sopravvivere. Purtorppo in alcune cittadine (come Barcelos) le zanzare si riproducono nelle pozze di acqua piovana. Per il resto anche nella giungla ci sono più moschini che zanzare. Comunque nonostante sia tornato a casa con le caviglie gonfie per via delle punture non ho avuto problemi di sorta
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| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| III PARTE Navighiamo senza sosta per oltre un giorno e mezzo. Chissà se mai tornerò a Santa Isabel do Rio Negro. Ci arriviamo in piena notte. So che alle spalle di questa minuscola cittadina si estende uno dei territori indigeni più selvaggi e meno esplorati del mondo. Un dedalo di fiumi, fino ai Tepui che segnano il confine con il Venezuela. Subisco, fortissimo, il fascino dell’ignoto. Viene scaricata anche l’ultima cassa di Coca Cola. Riprendiamo la navigazione. Qualcuno scuote la mia amaca. “Olha!” Apro gli occhi a fatica. Antonio fruga nel suo zaino. Estrae la sua macchina fotografica.“Olha as serras”. Un brivido appena poggio i piedi nudi sul legno bagnato del ponte. Un brivido quando mi sporgo dal parapetto. Una cima scura spunta all’orizzonte (foto 1). Le nuvole che la cingono da tutti i lati le conferiscono un aspetto ancor più misterioso. Appena il sole comincia a diradare la foschia mattutina mi accorgo che anche il fiume sta cambiando. Qua e là affiorano delle rocce e la corrente sembra più forte. Resto in fibrillazione tutto il giorno. Vedo avvicinarsi le tanto agognate montagne. Alcune sono più dei picchi isolati. Ricoperti di vegetazione fin quasi alla vetta. Devono essere antichissime. Le cime sono arrotondate. Un erosione millenaria ha prodotto forme morbide. Molte, pur non raggiungendo i 1500 mt non sono mai state scalate. Di nuovo quella sensazione. L’idea di mettere piede dove nessuno è stato prima mi esalta. Sia a destra sia a sinistra del fiume è solo territorio indigeno. E’ necessario un permesso per potervi accedere. Ettari ed ettari di foresta vergine. Qui non sono ancora arrivate le multinazionali del legno ne l’agricoltura intensiva. Forse ai piedi di quella montagna c’è un villaggio. E forse in quel villaggio la vita non è cambiata dall’arrivo dei galeoni spagnoli. Sogno ad occhi aperti. Le rapide. Ancora non riesco a vederle ma si sente già il rumore. Qui il Rio Negro manifesta tutta la sua forza. Centinaia di piccole cascate ci sbarrano la strada (foto 2). Puntiamo verso un molo in ferro. L’azzurro della malridotta struttura metallica fa da contrasto al rosso vivo del terreno (foto 3). Non riesco a scorgere nemmeno in lontananza Sao Gabriel. Come faremo a raggiungere la città? Scarichiamo i bagagli. Ci vorrà qualcosa più di un auto per trasportare le quattro taniche di benzina. Non siamo i soli alla ricerca di un mezzo di trasporto. Un uomo sulla quarantina, ben vestito, regge due valige enormi. Ogni tre passi è costretto a fermarsi a rifiatare. Davanti a lui cammina sua moglie. Si gira e lo fissa del tipo “uff ti muovi!”. D’altro canto è troppo presa a farsi aria con un ventaglio a fiori per poterlo aiutare. Mentre porto fino al ciglio della strada l’ultima tanica, Antonio aiuta l’uomo delle valige. Aspettiamo circa mezz’ora. Compaiono le prime stelle. Un vecchio camion con un grande cassone fa proprio al caso nostro. Contrattiamo come al solito sul prezzo. Si aggiungono un ragazzo e un indio silenzioso. L’uomo delle valige e la moglie si accomodano in cabina a fianco dell’autista. Tutti gli altri nel cassone. Credo di non aver mai rischiato tanto la vita. La strada è asfaltata ma in pessime condizioni. Il terreno è ondulato. Un continuo su e giù. Il fanale destro del camion non funziona. L’autista affronta le curve a velocità folle. Dov’è finita la tranquillità delle genti dell’equatore? Stare seduti è impossibile perché ad ogni curva si viene sbattuti da una parte all’altra del cassone. Imitando Antonio resto in piedi aggrappato al tettuccio della cabina. Cerco di ripararmi il viso con il cappuccio della felpa. L’aria è satura di moscerini. Quando arriviamo in città mi dolgono gli avambracci. Sono stati i dieci chilometri più intensi della mia vita. Antonio scende a controllare i prezzi di una pensione. Troppo cara. Non voglio pensare al momento in cui mi dovrò confrontare di nuovo con lo schermo del bancomat. “Da dove vieni?”. “Sono italiano”. L’indio non sembra avere idea di cosa stia parlando. Riprova. “Dove vai?”. “Sto viaggiando”. Sorride. Ora ci capiamo. “Anche io viaggio. Muitos dias!”. Con la mano fa segno dieci. “Torno a casa. Abito sul rio Vaupés”. L’ho visto sulla cartina geografica. E’ in viaggio da dieci giorni e gliene mancano almeno altri dieci. Un altro mondo. Lo ammiro profondamente. Dormirà al porto a monte delle rapide aspettando qualche imbarcazione che risalga ancora il Rio Negro. Se potessi andrei con lui. Mi saluta con un sorriso composto. Anche questa pensione è troppo costosa per noi. “Cerchiamo il Banco Bradesco”. “Perché invece non venite a casa nostra?”. Si intromette l’uomo delle valige. “Andrai in banca domani. Ora è tardi. Abbiamo una stanza per gli ospiti”. La casa è ancora in costruzione. Non c’è nemmeno il pavimento. Nella stanza degli ospiti non ci sono letti ne sedie ne mobili. Una cassa contiene dei vecchi giocattoli impolverati. Le pareti sono disadorne, eccezione fatta per i ganci cui appendiamo le nostre amache. C’è una piccola finestra. Il bagno sembra nuovo. Al posto della doccia c’è un secchio con dell’acqua. Non è lo Sheraton ma viste le ristrettezze economiche va più che bene. Non essendoci altri posti sicuri, teniamo le taniche di benzina nella stanza con noi. Dopo pochi secondi l’odore del combustibile diventa insopportabile. Il mio sonno è agitato. Antonio sta ancora dormendo quando esco alla ricerca della banca. La trovo quasi subito. Faccio un respiro profondo prima di introdurre la carta. Leggo attentamente tutte le opzioni possibili. Digito il pin. Scelgo l’importo.“Credito Insufficiente”. Cazzo. Dopo giorni riaccendo il mio cellulare. Prende. Provo a chiamare la mia banca in Italia. Si sente malissimo. “La sua carta risulta bloccata”. “Cosa??”. Cade la linea. Richiamo. Una cozzaglia di fruscii e tartagli. Capisco solo le ultime parole. “..e nel giro di 24 ore potrà prelevare”. Sembra tutto sistemato eppure non sono tranquillo. Mentre andiamo alla sede della FUNAI (Fundação nacional do indio) spiego ad Antonimo la situazione. “Otimo!”. Lui non ha dubbi. Il problema è risolto. Chiediamo il permesso per poter entrare in territorio Yanomani. Il direttore del distretto smorza il nostro entusiasmo. “Ci vuole tempo per fare il permesso”. “Quanto tempo?” “Dipende”. Antonio mi fa segno di stare tranquillo. Usciamo. “Conosco uno che ci può far avere il permesso subito”. Abbiamo solo tre giorni. Costeggiamo la spiaggia di Sao Gabriel quasi completamente sommersa (foto 4). Venerdì sera riparte il Tanaka e dobbiamo prenderlo per forza. All’ingresso di una palazzina di due piani, che da sulla piazza principale della città, ci sono due uomini. Antonio si avvicina. Non riesco a sentire cosa si dicano. Mi fa segno di aspettare giù. Sale seguito dai due. Non mi piace. Passano dieci minuti. Altri dieci. Comincio ad innervosirmi. Varco la porta d’ingresso. Ho davanti una scalinata stretta e ripida. Dal piano superiore si affaccia un uomo. Mi dice di salire. L’interno dell’appartamento è molto bello. “Ola amigo! Sou Macelo”. “Pier. Muito prazer”. “Stavo facendo vedere ad Antonio un po’ di foto delle escursioni che vi posso organizzare”. Ha un portatile HP nuovo fiammante. Intravedo parte del salotto. Un uomo sdraiato sul divano sta guardando un cartone animato su un televisore al plasma. “Allora d’accordo. Paulinho vi farà da guida”. Antonio accenna il discorso dei soldi. “Non c’è problema. Datemi quello che potete. Godetevi l’escursione. E mi pagate il resto al ritorno”. Un brivido mi corre lungo la schiena. Mangiamo un boccone in un piccolo self service. “Quel tipo, Macelo, non mi piace.” Antonio al solito non mi lascia capire cosa pensi veramente. “Me ne ha parlato un amico. Qui a Sao Gabriel Macelo conosce tutti. Ci ha fatto avere il permesso subito. Poi mi ha permesso di pagare metà dell’escursione con la benzina che ci siamo portati”. Forse ha ragione. Tra due ore partiremo per la Bela Adormencida, una montagna in territorio Tukano, la cui forma ricorda quella di una donna sdraiata su un fianco (foto 5). Passeremo due giorni in un villaggio indio. Non sto nella pelle. Pago il conto con gli ultimi soldi. La ragazza alla cassa mi da 10 reais di resto. La banconota è strana, consumata e con dei simboli insoliti. La mostro ad Antonio. “E’ molto vecchia. Io faccio collezione di banconote”. Gliela regalo. Così mi restano esattamente 30 reais l’equivalente di 9 euro. L’ironia della sorte. Mancano nove giorni al mio volo per Recife. Meglio non pensarci. Il modo in cui Paulinho conduce la piccola lancia di alluminio sulle rapide è incredibile (foto 6). Sembra seguire un sentiero invisibile tra gorghi e vortici spumeggianti. Tutti e tre indossiamo dei giubbotti salvagente. A me sta stretto. Alla prima occasione lo levo. Tanto sarebbe inutile. Se dovessi finire in acqua morirei fracassandomi le ossa sulle rocce non certo annegato. Proseguiamo veloci, sospinti dall’impeto delle acque (foto 7). La giornata è splendida. Sono felice. Sto per realizzare uno dei miei sogni più grandi. All’imbocco di uno dei tanti affluenti del Rio Negro, c’è una capanna di fango. E’ il posto di controllo della FUNAI (foto 8 ). Un indio corpulento ci accoglie. E’ suo figlio che si occupa di controllare i permessi e registrare chiunque entri nel loro territorio. “E’ a caccia ma dovrebbe tornare tra poco”. Perlustro il piccolo villaggio. Non c’è anima viva. Da una maloca saltano fuori tre bambine. Appena mi vedono si rifugiano subito nella grande capanna a base circolare. Mi spiano curiose (foto 9). Antonio mi chiama. Scopro che il famoso permesso è un pezzo di carta qualsiasi, su cui sono segnati il mio nome e quello di Antonio. Il mio è ovviamente scritto sbagliato. Non ci chiedono documenti ne altro. “Dobbiamo solo registravi”. Il giovane indio apre un quaderno a righe che mi ricorda tanto quelli che usavo alle elementari. Anche la sua calligrafia mi ricorda le elementari. Segna la data e i nostri nomi. Scrivendo il mio azzecca circa tre lettere su quattordici. Non lo correggo. E’ bello così. Risaliamo sulla lancia e ci addentriamo nella foresta. Davanti a noi una delle cime della Bella Adormencida.Un paesaggio ancestrale (foto 10). Non so bene cosa aspettarmi ma sono profondamente emozionato.
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| IV PARTE Paulinho spegne il motore. Abbandona la lancia alla sua inerzia. Puntando i piedi davanti alla prua attutisco il colpo contro la riva erbosa. Scendo portandomi dietro una cima che lego al primo arbusto. Mi guardo intorno. Non scorgo tracce di civiltà. “Ma siamo arrivati?”. Paulinho indica gli alberi sopra di me. Stavo guardando proprio in quella direzione ma non mi ero accorto di un ragazzino. Tiene per mano un bambino. Mi fissano immobili. Il più grande indossa dei pantaloncini verdi. Il bambino è nudo. Carnagione scura, occhi allungati e capelli neri pettinati a scodella. Mi carico lo zaino in spalla. “E’ lontano il villaggio?”. Paulinho ride. Ci arrampichiamo lungo la riva. L’erba è umida, meglio stare attenti a non scivolare. Raggiungiamo la prima fila di alberi. I due piccoli indios sono spariti. Paulinho e Antonio si fermano. Appoggiano a terra i loro zaini. Forse non sanno da che parte andare. Di colpo Paulinho inizia a parlare una lingua che non conosco. Ma con chi? Antonio non risponde. Un sussurro che assomiglia ad un saluto. C’è qualcuno. Un uomo si materializza a pochi passi da me. Una presenza eterea. Sguardo sereno, petto nudo e glabro. Ci fa strada. Qualche metro. Non ci credo. Il villaggio è lì. Come potevo non vedere le capanne, il fumo e la grande maloca. E’ come se il villaggio facesse parte della foresta stessa. Ora capisco perché, ad oggi, sono ancora molte le tribù indigene non contattate. Avrei potuto passare centinaia di volte sul quel tratto di fiume e non mi sarei mai accorto della presenza del villaggio. La comunità è molto piccola. Conto cinque capanne oltre alla maloca. Sono a pianta rettangolare, fatte di fango e legno (foto 1). Molto diverse da come le immaginavo. Sui libri avevo letto e visto foto di abitazioni più semplici, con pareti composte da tavole di legno allineate. Probabilmente questa differenza è dovuta al clima di questa particolare regione. Le montagne non sono poi tanto distanti e il fango credo aiuti a trattenere il calore dei focolari. Inoltre abitazioni più complesse indicano che si tratta di una tribù stanziale. Non hanno, evidentemente, esigenza di spostarsi per il loro sostentamento. Si avvicinano alcuni uomini. Oltre al Tukano, parlano un po’ di portoghese. Il più anziano fuma del tabacco avvolto in delle foglie. Una primordiale sigaretta che emana un odore pungente. E’ il capo villaggio. Antonio in questi giorni mi ha raccontato che alcune tribù non hanno in simpatia i turisti. Così sto attento a non fare o dire qualcosa che possa indispettirlo. Ci vado piano anche con le foto. I miei timori si rivelano infondati. E’ ancora una volta la possibilità di comunicare a venire in mio soccorso. Racconto per sommi capi il mio viaggio. Le motivazioni che mi hanno spinto a fare così tanta strada sembrano essere di suo gradimento. Un sorriso ne è la prova inconfutabile. I bambini mi guardano da dietro il sicuro nascondiglio di un adulto. Scatto qualche foto. I più grandi si avvicinano. Hanno già visto una macchina fotografica. Ma non digitale. Quando mostro ad una ragazzina il primo piano che le ho appena scattato si scansa, mi guarda come fossi uno stregone, poi si volta. Chiama tutti gli altri. In un attimo mi trovo circondato (foto 2). Respiro gioia a pieni polmoni. Le loro dita si scatenano sul piccolo schermo ogni qual volta vedono foto di altri bambini. Loro sono curiosi. Io sono felice. Quando mi alzo il più piccolo mi osserva estasiato. Devo sembragli un vero gigante. Ma di cosa sarò fatto? Mi da un pizzicotto (foto 3). Vorrei fissare questo momento. Resterei qui sospeso in eterno. Ma il sole sta già tramontando. Secondo i nostri piani dovremmo accamparci nella foresta e passare la notte all’addiaccio. Il capo villaggio ci chiede di restare. Indica una capanna. Esita. Dopo un rapido consulto, fiero dice “Escola”. All’interno della scuola non c’è granché. Non ha l’aria di essere frequentata regolarmente. Spiega che ci sono periodi in cui tutto il villaggio lavora insieme, bambini compresi. Domani partiranno di buon’ora per andare a raccogliere le banane. Tra un mese comincerà la massacrante raccolta della mandioca. Insomma la scuola è un’idea dei brancos, imposta da qualche sparuto gruppo di missionari saccenti. La loro scuola è la vita quotidiana, i maestri sono i padri, le madri e i fratelli maggiori. E’ ora di cena. L’intero villaggio si è radunato nella maloca. Qui non esistono le famiglie, ma una sola ed unica famiglia. Non c’è mio o tuo. Si mangia tutti insieme ciò che si ha. Prima gli uomini, poi donne e bambini. Seguiamo il capo fino alla sua capanna. Devo chinarmi per riuscire ad entrare. C’è acceso un piccolo fuoco. Antonio prepara un po’ del nostro riso e dei fagioli. Condividiamo la cena con il capo villaggio e la sua famiglia. Per loro il riso è un lusso. A fine pasto Antonio ne offre un sacco (si e no due chili). L’indio, orgoglioso, rifiuta. Ma Antonio insiste dicendo che i nostri zaini sono già molto pesanti. Sto al gioco e annuisco. Il capo accetta. Quando usciamo troviamo uomini e donne seduti a terra al centro del villaggio. Mi allontano sognante. Cosa ci fai in mezzo a questa gente? Perché sei così felice? Non ho mai visto così tante stelle in vita mia. Non c’è luna ma il cielo è limpido. Le stelle occupano l’intera volta fino a poggiarsi sul fiume. Non serve aspettare molto. La vedo lasciarsi andare. Ne osservo la scia fino a sparire nell’orizzonte d’acqua. Preparo la mia amaca. L’interno della scuola è illuminato da due piccole candele (foto 4). In un angolo c’è una sedia. Altro segno dell’inquinamento prodotto dalla cultura dei brancos. Gli indio non sentono il bisogno di usare scomodi trespoli. Si può stare seduti per terra. Rifletto su quanto sia grande l’attaccamento di questi popoli con la Terra. Armonia. Qualcosa che noi abbiamo scordato da tempo. La mattinata è fresca. Quando mi alzo per godere dell’alba sono tutti a fare colazione nella maloca. Il nostro riso è stato già distribuito (foto 5). Prepariamo gli zaini. Mentre aiuto Antonio e Paulinho a caricare la lancia, due canoe, ricavate con maestria dal tronco di un particolare tipo di albero, si allontanano con il loro carico di uomini. Puntiamo verso la Bella Adormencida. Amo la foresta. Addentrarsi in quella selva fitta e su un suolo morbido è faticoso, ma appagante. L’aria è pesante, umida e calda. Non abbiamo il tempo di salire fino alla vetta. Tra qualche anno sarà una buona scusa per tornare. Un torrente imprevisto ci para la strada. Poco più a monte un tronco può fungere da ponte (foto 6). Paulinho è molto preoccupato che io possa perdere l’equilibrio e cadere. “Tranquilo”. Passiamo senza problemi. Camminiamo diverse ore. La meta che ci siamo prefissi è un laghetto dalle acque cristalline. Eccolo. Un tappeto verde smeraldo di soffice muschio. Levo gli scarponi e mi fiondo in acqua (foto 7). Mi arrampico su un grosso albero nel tentativo di eludere la muraglia vegetale e ammirare il paesaggio sotto di noi (foto 8 ). Mangiamo il solito riso e ci prepariamo per la notte. Il cielo è sgombro di nuvole. Attacchiamo le amache tra due alberi. La foresta è viva. Di notte ancor più che di giorno. I suoni della giungla mi distraggono dall’ipotesi di dormire. Un fruscio a pochi passi da me. Mi tiro su di scatto. Non è niente. Un altro. Solo un po’ di brezza. Dopo un po’ mi abituo all’animato sottofondo e crollo. Il lugubre canto della guariba, la scimmia urlatrice, ci sveglia. Un colibrì mi sorvola più volte. E’ attirato dal giallo sgargiante della mia amaca. Ma non profuma certo come un’orchidea. Se ne và. Ridiscendiamo verso il fiume. Incrociamo una moltitudine di animali. Ad un tratto Paulinho impone l’alt. Osserva attentamente una massa nera muoversi davanti ai suoi piedi. Sono formiche. Mi fa segno di fare molta attenzione perché sono pericolose. Ne ho sentito parlare. I giovani indio di alcune tribù devono infilare il braccio in un cono di vimini pieno di queste formiche per dimostrare di essere pronti a seguire gli adulti nella caccia e nella guerra. Un rito di iniziazione dolorosissimo. I morsi bruciano a distanza di ore e possono provocare febbre alta. Aggiriamo pazientemente l’ostacolo. Sulla via del ritorno incontriamo una canoa. Il capo villaggio e suo figlio stanno andando a controllare i campi di mandioca. Li seguiamo. Racconta l’intero ciclo dalla semina alla raccolta. Senza saperlo spiega con dovizia di particolari il concetto di rotazione delle colture. In questo modo, dice, il suolo non muore e la foresta può tornare. Mi piacerebbe che i magnati della soia fossero qui ad ascoltare questa elementare lezione di agraria. La lavorazione per ottenere la farinha richiede molti sforzi e molto tempo. Alla fine si ottengono granuli di colore giallo grossolani e duri. Niente a che spartire con la nostra finissima e bianca farina di grano. Gli ultimi istanti in quel paradiso. Paulinho raduna tutti i bambini per farmi scattare una foto. Sono allergici alle imposizioni. Neanche un sorriso. Ma i loro sguardi sono un ricordo indelebile che mi porterò per sempre (foto 9). Più di quattro ore per risalire il Rio Negro. Il sole tramonta su Sao Gabriel. Sulla spiaggia ci aspetta Macelo. Un'ansia improvvisa mi coglie. Due scagnozzi ci aiutano a scaricare la lancia. Un taxi è già pronto. Macelo ha un’aria meno amichevole dell’ultima volta. “Ti ho chiamato un taxi. Così puoi andare a prelevare". Antonio resta con tutti i bagagli. Mentre salgo sull’auto gli indios mi sembrano già lontani.
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| V – VITA DA INDIO Oggi mi ha scritto Clevanio Crosa da Silva. Per me lui è semplicemente Antonio, Antonio “o cabeluto”. Chiede mie notizie. «Quero saber de você como esta tudo». Va tutto bene, qui ormai è primavera, l’inverno è stato molto lungo ma ora è passato. Amico mio, purtroppo non verrò in Amazzonia. Allego una nostra foto scattata a Manaus. Tutto facile. Tutto a posto. Tranne questa nostalgia. Le nostre amache dondolano nella stanza piena solo dell’odore dolciastro di benzina. Sulle due taniche di plastica blu il pacchetto di cracker insipidi su cui spalmiamo quel che resta della goiabada. Bisogna accontentarsi. Ormai i soldi scarseggiano. «Non mi hai mai raccontato nulla della tua famiglia». Abbozza un sorriso. «Ne ho avute molte di famiglie». La fioca luce del tramonto nasconde il suo sguardo, ma la voce tradisce la sua emozione. «Sono nato in un piccolo villaggio in Guyana. Là non c’era nulla. Solo una striscia di terra rossa nel mezzo della foresta. Avevo molti fratelli e molte sorelle. Quando mio padre morì lavorando in una miniera d’oro clandestina mia madre non poteva più mantenerci». Una fila ordinata di formiche si preoccupa che neanche una briciola vada sprecata. «Un giorno venne una amica di mio padre. Era già sposata da molti anni ma non aveva figli. Mia madre mi disse che dovevo andare con lei in Brasile. Ma solo per un breve periodo. Non avevo mai visto un a casa così grande. Lei e il marito avevano adottato altri due bambini. Mi mandarono in un collegio a studiare l’inglese. Si sono presi cura di me. Ancora oggi la chiamo mamma». La sua espressione si fa più seria mentre versa del caffè in un bicchiere di plastica. «Però stavo male in città. Volevo tornare a casa. La mia vera madre venne a riprendermi. Non mi lasciarono andare. Ci fu un processo. A 16 anni scappai». Tornasti in Guyana? «Si. Ma nel mio villaggio non c’era lavoro. Insieme ad altri uomini fui assoldato per andare a lavorare in una miniera d’oro. Dovevamo arrivarci coi nostri mezzi. Partimmo una mattina all’alba che pioveva. Il camion ci lasciò alle pendici di una montagna. La miniera stava dall’altra parte, dovevamo arrivarci a piedi. Camminammo per due giorni. Ricordo che una sera ci accampammo in una radura. Eravamo stremati, non avevamo più ne cibo ne acqua. Ci dissetammo in una pozzanghera. Quando ormai pensavamo di morire raggiungemmo la miniera». Il suo racconto mi rapisce al punto che mi sembra di essere lì. «E’ il lavoro più duro che abbia mai fatto. La miniera distrugge tutto. La foresta, gli animali, le persone. Ho visto un ragazzo morire. Io sono stato fortunato. Ero il più bravo ad orientarsi nella foresta. Così divenni presto il loro corriere. Imparai anche a guidare. Era molto pericoloso, ho fatto molti incidenti ma la paga era buona». E’ così che sei diventato una guida? «Si. Cominciai facendo da guida ai trafficanti di oro e pietre preziose. Poi un giorno sono quasi morto precipitando da una cascata mentre tentavamo di risalire un fiume con una lancia a motore. Persi un carico di smeraldi. Dovevo andarmene. Tornai in Brasile. Fu facile. Ho un passaporto indio. E il territorio della mia tribù si estende fino al Brasile nello stato di Roraima». Che ne è di tua madre? «E’ ancora viva. Abita nella casa dove sono nato. Qualche volta vado da lei. A volte lei mi manda dei rimedi migliori delle medicine. Conosce tutte le piante della foresta. Anche una che cura il cancro». E la tua mamma adottiva? «Lei vive a sempre a Boa Vista. Quando ho dei problemi la chiamo e lei mi aiuta sempre». E’ quasi un’ora che sono imbambolato a riguardare le foto di un anno fa. Ho voglia di rivedere Antonio, di dormire in amaca, di lanciarmi da un ramo nelle acque color chinotto del Rio Negro. Ripenso agli ultimi giorni passati insieme. E’ ora di terminare questo diario. VI – FINALMENTE MANAUS Dico all’autista di aspettarmi. Di nuovo faccia a faccia con il maledetto schermo del bancomat. Ormai conosco a memoria la procedura. “Credito insufficiente”. Mi sento letteralmente mancare. Mi tremano le gambe, mi aggrappo alla piccola tastiera di acciaio per non cadere. Riprovo. Nulla. E adesso? Non riesco a trovare una via di fuga. Passano alcuni minuti. Il taxi stufo di aspettare se ne và. Imbocco la strada buia che scende verso la spiaggia. Cammino piano. Penso a cosa dire a Macelo, e a che faccia farà Antonio. Mi aspettano dove li ho lasciati. Con la voce più piagnucolante che riesco a fare spiego che non sono riuscito a prelevare. “Como? E agora meu dinhero”. Macelo è nervoso. La situazione precipita. Non si fida pensa che vogliamo fregarlo. Continua a tirare su con il naso producendo un rumore fastidioso. “Andiamo al bancomat a riprovare”. Saliamo su una Uno blu notte. Macelo davanti, io e Antonio dietro assieme allo scagnozzo con il cappello da cowboy, l’altro guida. Scendo scortato dallo scagnozzo con il cappello. Mi fa tentare di prelevare almeno una decina di volte. Mi chiede perché non funziona. Torniamo in auto. “Nada capo”. Domani all’alba parte il battello. Non vedo come si possa sbloccare la situazione in così poche ore. Per di più è venerdì, non avrò modo di contattare la banca per altri due giorni. Macelo decide di cercare qualcuno che possa garantire per noi. Andiamo a casa del capitano del battello. Non vuole saperne. Non vuole guai. Siamo alla stretta finale. Non ci sono alternative. Macelo ci può trattenere fino a lunedì, confidando nel fatto che alla riapertura della banca io possa risolvere il problema prelievo, oppure lasciarci partire con il Tanaka fidandosi che una volta arrivati a Manaus gli spediremo il suo denaro. Si rivolge ad Antonio con parole che mai mi sarei aspettato da un tipo così in una situazione del genere. «Noi ci siamo conosciuti da poco. Ma infondo è con la fiducia che si crea un rapporto». Io e Antonio lo guardiamo stupefatti. Lui senza perdere il suo atteggiamento da mafioso prosegue. «Giusto? Allora appena arrivate a Manaus la prima cosa che fate è andare in banca e versare i soldi che mi dovete su questo numero di conto». Mette in mano ad Antonio un pezzetto di carta con tutti i dati necessari. Lo ringrazio ancora incredulo. Questo è il primo passo verso il mio aereo per Recife ma restano ancora diverse questioni da risolvere. A cominciare dal taxi che ci porterà fino al porto. A piedi sarebbe una passeggiata di diverse ore. L’autista di macelo mosso a compassione ci chiede quanti soldi ci siano rimasti. Meno di 30 reais. La corsa costerebbe 40 ma vi faccio uno sconto. In Amazzonia la gente è così. Proprio non può accettare che un “ospite” se ne vada triste. Allora durante tutto il viaggio mi rassicura. Vedrai che tutto si sistema e ti divertirai un sacco in Brasile. Vero che ti è piaciuta l’Amazzonia? Ci imbarchiamo sul Tanaka IV. E’ quasi mezzanotte. Io e Antonio ci spartiamo gli ultimi cracker. «Non ci è rimasto neanche un soldo!». Ci vien quasi da ridere. «Como nao? Ho quella vecchia banconota da 10 reais che mi hai regalato». Grande Antonio. «Come facciamo con il biglietto della barca?» E’ una domanda inutile so già la risposta. «Parlerò con il capitano. Pagheremo quando arriviamo a Manaus». Abbiamo fatto male i conti. Navigare il Rio Negro a favore di corrente è tutta un’altra cosa. Impieghiamo la metà del tempo rispetto all’andata. E’ domenica mattina e siamo già in vista del porto. «Adesso come facciamo? Devo aspettare lunedì per chiamare la banca». Antonio sembra tranquillo. «Io ho lasciato la mia macchina fotografica come pegno». Indica il mio zaino. «Lasciagli qualcosa anche tu, vieni a casa mia stanotte e domani mattina vai in banca, prelevi i soldi così possiamo tornare a prendere le nostre cose». Abbiamo un debito di 250 reais a testa con il proprietario del Tanaka IV. Il padrone della barca è un ciccione con la faccia da bastardo. «Mi devi dare la tua macchina fotografica se vuoi scendere». Cosa? La mia macchina vale molto più di 250 reais almeno dieci volte tanto! «O quella o i soldi». A si? Allora io resto qui! In un attimo uno dei marinai porta via il mio zaino e lo mette sotto chiave. Degli oltre 100 passeggeri siamo rimasti solo io e Antonio. «Io vado a casa». Mi lasci qui da solo? «Vado a prendere qualcosa da mangiare e te lo porto qui. Tieni i nostri ultimi 10 reais». Lo guardo dritto negli occhi. Non ho alcuna garanzia di riuscire a prelevare domani mattina. Senza soldi Antonio è il mio unico appiglio. Non gli dico nulla, non c’è ne bisogno, ha capito benissimo. Passano le ore. Di Antonio nessuna traccia. La Seleçao verde oro ha appena finito di massacrare l’Italia nella Confederation Cup. Al 3-0 i marinai mi danno delle gran pacche sulle spalle per cercare di tirarmi su di morale. «Amigo». La voce di Antonio. Mi passa una scodella con una zuppa di fagioli. Antonio, ascoltami, stasera con una scusa mi farò dare lo zaino. Prendo i documenti e i biglietti aerei. Appena albeggia scappo. Vado in banca. Se riesco a prelevare bene. Altrimenti mi serve un posto dove passare la notte e il giorno dopo vado all’aeroporto. Non fa una piega. «Puoi stare a casa mia tutto il tempo che vuoi». Grazie. Sei un amico. E’ sera, seguo il mio piano. Con la scusa di prendere un asciugamano mi faccio dare lo zaino. Prendo i biglietti aerei e una felpa. Non mi serve altro. Mi rannicchio nella mia amaca. Ho fame ma non mi è rimasta neanche un barretta. una sagoma si avvicina. E’ uno dei marinai. Mi porge un piatto con degli spaghetti, fagioli e farina di manioca. Sono quasi commosso da questo gesto di solidarietà. Lo ringrazio. Mi dice solo che domani tutto sarà sistemato. Questa volta è davvero così. Una telefonata con un tono di voce bello incazzato è stata sufficiente a risolvere il problema della carta di credito. Deve ancora sorgere il sole quando, attento a non essere visto, scendo dal Tanaka. Impaziente mi dirigo verso una banca. Ormai mi sembra quasi di conoscere Manaus. Ne trovo una senza difficoltà. La macchina sputa il denaro senza problemi. Torno sulla barca che ancora tutti dormono. Mi godo l’alba e l’aria fresca. Ecco il mio creditore. Con un bel sorriso strafottente metto in mano al ciccione bastardo i suoi soldi. Mentre aspetto Antonio giro per la barca a salutare tutti i marinai che sono stato così gentili con me. Scatto una foto con Silva il ragazzo che mi ha portato da mangiare di nascosto la sera prima. Antonio vive con la moglie in una favela. Casa sua è piccola e disadorna. Ci si arriva passando per un vicolo tra due costruzioni largo non più di 60 cm. L’ingresso si trova alla fine di una scala a pioli di legno appoggiata ad una sorta di balcone. In bagno un secchio fa le veci della doccia. Passiamo un giornata di relax insieme. Il giorno dopo mi accompagna in aeroporto. «Il nostro viaggio insieme è stata un’avventura». Mi dice. «Si lo è stato davvero. Grazie di tutto». Ci stringiamo la mano. «Volta sempre, meu amigo». Torno, certo che torno.
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| | #10 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
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| | #11 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 30 Sesso: Uomo Residenza: Roma Registrato dal: 17-11-09
Messaggi: 131
| wonderful!! hai mai pensato di srivere romanzi?
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| | #12 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| Ti ringrazio molto per la stima. Purtroppo non sono dotato del talento necessario. Ammetto che mi piacerebbe e penso che nella mia vecchiaia (dovessi arrivarci Ora ciò che mi diverte è poter condividere le mie esperienze di viaggio con voi..se per voi la lettura è interessante io sono contento! Ancora
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| | #13 | ||||||||||||||||||||||||
| Esperto Fotografico ![]() Età : 48 Sesso: Uomo Residenza: Bergamo Registrato dal: 02-03-09
Messaggi: 1.966
| E poi ci allieti con le foto delle tue scarpe..... ![]()
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| | #14 | ||||||||||||||||||||
| Passeggero Età : 29 Sesso: Uomo Residenza: Milano Registrato dal: 24-04-07
Messaggi: 158
| ![]() Non sai come me le guardavano in Amazzonia..me le invidiavano tutti!! sono delle specie di All Star della Levi's..le ho tutt'ora anche se si sono letteralmente stracciate! Mi sa che me le porto anche in Ghana..ci tengo ad esportare un po' di italian style
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| | #15 | ||||||||||||||||||||||||
| Esperto Fotografico ![]() Età : 48 Sesso: Uomo Residenza: Bergamo Registrato dal: 02-03-09
Messaggi: 1.966
| Infatti...l'unico problema che il Ghana non ha, calcolando dalla desertificazione all'ebola è la qualità dell'aria......
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