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Vecchio 27 Nov 2007, 13:42   #1
 
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predefinito [Cuba] Il paese delle sedie a dondolo


Ciao a tutti, sono di nuovo in Italia.
Le quattro settimane di viaggio a Cuba sono letteralmente volate, come sempre quando si sta bene, pienamente consapevoli del piacere che il fluire della vita può trasmettere.
Che dire brevemente della mia esperienza cubana, aspettando di pubblicare il resoconto del viaggio. L'ho trovato un luogo in cui muoversi è estremamente facile, più difficile è però viaggiare, cioè cercare di entrare in vero contatto con il popolo cubano. Purtroppo credo ci siano alcune barriere che un viaggiatore itinerante non può pensare di valicare al primo tentativo.
Questo aspetto di Cuba non mi è piaciuto, ma è anche vero che è l'unico. Per il resto ciò che ho visto mi ha affascinato, partendo dalle tante città* coloniali che tapezzano l'Isola, veri gioielli architettonici. Passando poi alle montagne ammantate di vegetazione della Sierra di Escambray o della Sierra Maestra, o alle spiagge caraibiche quasi intatte come quella di Cayo Jutias. Ma sono i paesaggi bucolici dell'interno ad essermi rimasti forse più impressi, con i carri trainati da buoi o cavalli ed i campesinos con la pelle bruciata dal sole ed il tipico cappello di paglia in testa.
Concludo con la musica, vera linfa vitale del popolo cubano, che scorre pressochà© ovunque. I ritmi della salsa, della conga e del reggaeton mi sono entrati ormai in testa e mentre scrivo continuo ad ascoltare i tanti cd che ho comprato in viaggio.
Ma ora mi fermo, ci sarà* tempo per parlare di Cuba in futuro. Un saluto a tutti.

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Vecchio 22 Jan 2008, 15:40   #2
 
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predefinito I parte


Un saluto a tutti, eccomi qui a scrivere qualche riga su Cuba, o meglio sulla mia personale esperienza cubana. Ho pensato che la cosa migliore sia quella di inserire parti del diario di viaggio che ho scritto mentre ero laggiù, la penna (rigorosamente una bic nera) sempre pronta a scribacchiare qualcosa su un quaderno che diventava giorno dopo giorno più logoro.
Ho affrontato questa prima esperienza cubana con due compagni di viaggio, due cari amici che conosco da anni. Non avevamo volutamente idea di cosa fare a Cuba, ma solo l'intenzione di vivere il momento e di seguirne l'ispirazione. Solo una cosa avevamo deciso a tavolino, quella di andare subito via da L'Avana, verso oriente. La Capitale ce la saremo gustata prima di ripartire per l'Italia. Mentre concludavamo la prima serata cubana davanti ad un pessimo mojito, abbiamo scelto di partire l'indomani per Cienfuegos.
Ecco alcuni passi del diario di quei giorni.
Un saluto
Carlo

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Giovedì 25 ottobre - Arrivo a l'Avana
(...)
Mentre Joe chiacchiera allegramente con il tassista, passiamo in rassegna la periferia di l'Avana, povera di edifici e ricca di alberi di banano, di palme e di grandi insegne propagandistiche. Su una campeggia il volto di Bush associato a quello di Hitler. Pur essendo sufficientemente antiamericano, l'accostamento mi pare un po' eccessivo. Per il resto è tutto un devoto ricordo del Che e della Rivoluzione.
La presenza dei tanti alberi floridi e dell'elevata umidità* che ha già* iniziato ad appiccicare la maglietta, ci rende evidente che siamo giunti ai tropici, lasciando ormai lontano il freddo padano. C'è gioia nel farsi rinfrescare dalla tiepida brezza che entra dal finestrino aperto.
Gli edifici, via via più numerosi con il prosieguo della corsa, sono invece caratterizzati da un evidente stato d'abbandono, praticamente generalizzato. La sensazione non è delle più piacevoli, ma non noto differenza con i sobborghi di tante altre grandi città* tropicali che ho visitato. Forse la differenza sta che qui esistono tanti begli edifici ed è un peccato concederli così inermi alle ingiurie del tempo. I suoi segni non si notano solo sugli edifici. Le strade sono piene di buche piene d'acqua (è piovuto tutto il giorno) e le macchine sono perlopiù veri cimeli preistorici.
Il modo di guidare del nostro tassista è simpatico. Per risparmiare benzina spegne la macchina appena possibile, anche un centinaio di metri prima dello stop per poi sfruttare l'inerzia per giungervi.
(...)
Invito il tassista a portarci in una casa particular nelle vicinanze del Malecon. Il tassista ci prende in parola e ci porta in una bella casa barocca ad una quadra dal mare. La casa odora d'antico e si conforma perfettamente alla mia idea di Cuba. Lo stesso si può dire dei proprietari, una signora di mezza età* rapita da una telenovela alla televisione e un signore con la camicia aperta sul petto villoso intento a fumare un sigaro. Purtroppo non hanno posto, ma con una telefonata riescono a trovarci due stanze in una via vicina. Approdiamo in una casa posta su un alto condominio proprio di fronte al Malecon, al decimo piano. L'edificio è tenebroso e i due ascensori sono brutti, sporchi e all'apparenza anche insicuri, ma la casa è bella e pulita, con stanze ampie e confortevoli (Calle G n° 102, piso 10A). Inizialmente la ragazza che ci accoglie spara 35 CUC a stanza, noi chiediamo un piccolo sconto, proponendo 66 CUC per le due stanze. La ragazza non comprende e ci propone 30 CUC per stanza, sottolineando che è il massimo che può fare. Increduli per l'incomprensione a nostro vantaggio, accettiamo e capiamo immediatamente che a Cuba bisogna sempre contrattare.
(...)
Camminando per le strade del Vedado ci rendiamo conto che il nostro stato di stranieri è fin troppo evidente. Sarà* la camminata stanca, o la presenza dei borselli, o quant'altro, ma molti ci identificano subito come europei. Nelle poche ore di passeggio veniamo avvicinati da svariati jineteros. Ci offrono di tutto, dall'accompagnarci in un locale per un mojito all'offrirci i servizi di qualche bella ragazza cubana. Sul primo approccio siamo presi alla sprovvista, ma rintuzziamo all'ultimo l'attacco. Poi, imparata la lezione (confidenza solo lo stretto necessario), ce li scrolliamo di dosso in breve tempo con sorrisi e strette di mano. Il loro modo di fare, anche se insistente, è sempre educato ed affabile, quindi non puoi mandarli volgarmente a quel paese. Tra i tre quello che pare gradire meno questi attacchi è Seba, che vedo parecchio infastidito. Da parte mia credo che il confronto con gli jineteros sia un aspetto di Cuba da vivere con serenità*, anche se con una certa fermezza.
(...)
Venerdì 26 ottobre - Verso Cienfuegos
(...)
Al terminale aspettiamo che ci diano indicazioni per una corriera della Astro in partenza per Cienfuegos. Purtroppo i pochissimi posti disponibili per i turisti non sono sufficienti ad accoglierci, così veniamo dirottati senza nessuna spiegazione aggiuntiva su una corriera della Viazul in partenza un'ora dopo (20 CUC). La corriera è affollata perlopiù di stranieri e sembriamo un carro del circo, vista l'attenzione che suscitiamo nelle persone che camminano per strada. Lo chiamano “l'aparthaid del turista", una situazione che fatico a digerire. E' come essere racchiuso in una campana di vetro che mi isola dalla vera Cuba.
(...)
Non ci mettiamo molto ad uscire da l'Avana per imboccare l'autopista, una strada ampia a due carreggiate divise da una larga fascia d'erba verde, senza nessuna barriera. A lato delle due lunghe lingue d'asfalto, percorse da qualsiasi mezzo, compreso i carretti trainati dai cavalli, si estendono piane verdi invase dalle palme reali cubane, colonne vegetali che sembrano piloni di cemento puntati verso il centro.
Fino a che non lasciamo l'autopista, ben oltre la provincia di l'Avana, tra quelle di Matanzas e Cienfuegos, il paesaggio rimane pressochè inalterato, variando dal completamente piano al lievemente ondulato, dalle palme ai banani passando per un frutteto esteso di agrumi. E' il verde a perdita d'occhio a farla da padrone, con solo qualche casa sparsa ad interromperne la continuità . Quando abbandoniamo l'autopista per imboccare una più stretta strada provinciale, cominciano ad apparire i primi estesi campi di canne da zucchero, un intricatissimo svolgersi di culmi zuccherini che si estendono fino ad oltre l'orizzonte. I giorni scorsi deve essere piovuto parecchio, perchè sono molte le aree coltivabili inondate dall'acqua. Cominciamo anche ad attraversare piccoli paesini di case basse immerse nel fango e nel verde, un'autentica umanità tropicale che vive d'agricoltura e allevamento. Ma noi corriamo veloci verso sud, capaci solo di catturare sfuggenti volti di campesinos che alzano lenti il capo al nostro passaggio. La tedesca seduta davanti a me continua a mangiare noccioline americane e io penso che non vorrei essere seduto lì.
(...)
Cienfuegos, patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, mi appare come un agglomerato urbano dalle splendide fattezze ma bisognoso di un completo restauro. Molti edifici sembrano in procinto di cadere a pezzi. Ciò nondimeno la bellezza delle case è indubbia. Dove la mano dell'uomo è intervenuta, come intorno a Plaza Josè Martì, si ammira un autentico gioiello coloniale. Mi piace osservare che i mezzi di trasporto pubblico più presenti in città sono le bici-taxi e il carretto trainato dal cavallo. Questo sì che è ecologicamente sostenibile.
(...)
Dopo cena Cienfuegos ci appare ancora più povera di vita dell'uscita serale. La cosa in parte ci delude, visto che ci aspettavamo una sorta di “movida cubana". Ad attirare giovani ragazze vestite in modo succinto c'è solo il Benny, una discoteca vicino alla piazza principale. Camminando lungo il Paseo del Prado, da noi ribattezzato la Rambla di Cienfuegos, troviamo però un grande assembramento di persone in corrispondenza di un locale all'aperto. Avvicinati da un giovane ragazzo di colore scopriamo che è appena finito uno spettacolo di travestiti, finalizzato a sensibilizzare i giovani all'uso del profilattico. Non ci vuole molto per accorgerci che buona parte delle persone lì riunite sono travestiti o gay. Su indicazione del giovane ci dirigiamo verso il Malecon di Cienfuegos, dove troviamo molta gente intenta a chiacchierare seduta sul muretto che cade dritto nell'acqua scura della baia. Il peso degli sguardi che ci cadono addosso è molto forte... ci vorrà tempo per abituarsi.
(...)
Tornati sul Malecon ci lasciamo andare a qualche discorso sociologico. Seba d'un tratto afferma che tutto sommato noi viviamo meglio. La frase mi entra in testa e trova subito un blocco. Seduto sul muretto del Malecon, lo sguardo che vaga sulle persone che passeggiano sotto la fila di palme che accompagna la strada, penso che un pensiero su Cuba non può essere quasi mai innocuo. Una frase come quella di Seba, volente o nolente, lascia sempre sottintendere un giudizio politico, una trasposizione della critica che lì in quel momento mi appare inevitabile, un giudizio che non può che essere riferito al particolare processo politico noto come la Revoluccion. Ma se è una profonda critica che dobbiamo muovere, e non solo un semplice dar aria alle parole, ci si deve rendere conto che Cuba non può essere giudicata con i nostri parametri. Non puoi confrontarla con l'Italia ed il mondo occidentale, ma devi paragonarla ad altre realtà più o meno analoghe, come quelle centro e sudamericane o Caraibiche. Solo così sarà possibile esprimere giudizi che abbiano un certo fondamento. Sono venuto a Cuba anche per questo, forte delle mie passate esperienze in America latina. Sono venuto qui anche per cercare di comprendere maggiormente il “Progetto Rivoluzione".

Vedado - L'Avana
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Trasporto pubblico ecologicamente sostenibile - Cienfuegos
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Catedral de la Purisima Concepcion - Cienfuegos
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Vecchio 22 Jan 2008, 15:41   #3
 
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predefinito II parte


Sabato 27 ottobre - Rancho Luna
Mi sveglio che sono passate da poco le otto, destato dai suoni che giungono forti dalla strada: macchine, biciclette, urla e quant'altro.
Alle dieci arriva sotto casa il ragazzo di colore che abbiamo incontrato il giorno prima in centro. Come da accordi è lì a chiederci se vogliamo partire per El Nicho, una serie di cascate nella vicina Sierra di Escambray. Il tempo è splendido e tutti e tre abbiamo voglia di dedicare la giornata ad una bella scampagnata per i monti. Partiamo così con un amico del ragazzo di colore, un tipo paffuto e dalla parlata strascicata, che guida una macchina nera dai vetri oscurati. Appena saliti in macchina, però, l'amico ci consiglia di non andare verso le montagne. A suo parere la pioggia dei giorni scorsi ha reso la strada insidiosa, impraticabili i sentieri e brutte le cascate. Ci consiglia di andare a Rancho Luna, una spiaggia ad una decina di chilometri da Cienfuegos, molto frequentata dalla gente del posto. Dopo un combattuto confronto (combattuto perchè a nessuno dei tre piace essere presi per i fondelli... venire a conoscenza solo all'ultimo momento che la meta prescelta non è ottimale, dopo aver sentito di tutto per convincerti a salire in machina, non è il massimo) decidiamo di andare verso la spiaggia.
Il paesaggio che si svolge a lato della strada è bellissimo, un mosaico di verdi brillanti che risaltano sotto i raggi del sole, con alcuni alberi sparsi che abbelliscono il profilo dei colli arrotondati. La spiaggia ha un colore giallo-ocra e non è finissima, ma la presenza dei colli verdi che la proteggono da un lato ed il blu cobalto del mare dall'altro la rendano piacevolissima. Siamo in pochi a godere dei suoi favori quest'oggi, un fatto che mi risolleva l'animo dopo la delusione di non essere andato a camminare in montagna.
(...)
Verso il primo pomeriggio giungono in spiaggia alcuni signori italiani in età* avanzata. Un paio sono accompagnati da splendide veneri nere, un accoppiamento che stride sotto molti punti di vista. Al momento di bere un mojito non molto buono in un gazebo sulla spiaggia, ci lanciamo in discussione sulla dignità* di tale gesto. Presi dalle chiacchiere, i mojito diventano due e ritorniamo in città* che siamo tutti un po' brilli.
In parte galvanizzati dall'alcol, ma più perchè cominciamo a sentirci pieni di energia, decidiamo di andare a correre. Nei pressi della casa particular c'è una pista d'atletica in terra battuta, un impianto sportivo sfruttato da molti cubani, più o meno giovani. Bambini giocano a calcio nel grande prato verde, una decina di muscolosi ragazzotti fanno esercizi ginnici su delle strutture in metallo, altri corrono a passo più o meno veloce lungo la pista. Lì sudati a correre, sembriamo finalmente tre cubani e gli sguardi indagatori sono minimi.
(...)
Per non concludere la serata come la sera precedente entriamo in una discoteca la cui musica si ode dal lungomare, il Cabaret Costasur. Ci sono molte ragazze carine tra i tavoli e la musica sembra uscita da una discoteca italiana di dieci anni fa. Il nostro stato d'attesa permane, ma alla fine siamo abbordati da tre prorompenti cubane vestite in modo provocante. Dopo qualche chiacchiera e l'offerta di qualcosa da bere ci chiedono se vogliamo fare sesso con loro per 30 CUC. Al nostro rifiuto si allontanano stizzite, lasciandoci tornare a casa da soli nel cuore della notte.

Domenica 28 ottobre - Orto Botanico di Cienfuegos
La mattina decidiamo di passarla camminando per Cienfuegos. Essendo domenica c'è molta gente per le strade, con piccoli concerti nella “rambla" ferve di vita, così non è per il Parque Josè Martì, che continua ad essere un luogo di piacevole calma.
Nelle due ore mattutine che concediamo a Cienfuegos, la città ci mostra la sua particolare architettura, fatta di casa ad un piano, le une appressate alle altre, direttamente costruite sul marciapiede. Su questo si aprono abitualmente solo una porta d'ingresso ed un'ampia finestra protetta da inferriate arzigogolate e da battenti di legno o lamiera. Una porta od una finestra aperta mostra stanze buie invase da un mobilio vario e antico, pieno di suppellettili. Le stanze sono molto alte, cosa che le rende ancora più cupe, almeno alla prima impressione. Spesso un signore anziano completa il quadro, seduto a sonnecchiare sull'immancabile sedia a dondolo davanti alla televisione o sulla porta d'ingresso ad osservare la strada. Molte di queste case sono in uno stato di degrado, ma le poche restaurate mettono in mostra la vera bellezza di questi edifici.

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Vecchio 22 Jan 2008, 15:42   #4
 
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predefinito III parte


Domenica 28 ottobre - Arrivo a Trinidad
(...) La casa è fornita di numerose sedie a dondolo, alcune di una comodità* impensabile. Attendiamo la cena seduti sotto il gazebo, notando che la serata sembra farsi d'improvviso fresca e ventilata. La padrona di casa c'informa che è in arrivo su Cuba una depressione ciclonica tropicale, nulla di pericoloso per la mancanza di venti forti, ma con tanta acqua da scaricare a terra. Sono tutti in attesa di sapere se la depressione correrà* lungo la costa nord o quella sud.
Il figlio della padrona di casa è una fonte preziosa d'informazioni, che ci fornisce mentre ci serve degli ottimi piatti di gamberetti. (!) E' quasi mezzanotte quando saliamo lungo le strette strade di Trinidad per giungere in Plaza Mayor. Tutte le sere è possibile ascoltare musica dal vivo sulla scalinata che parte da un angolo della piazza, sopra la quale si trova poi la Casa della Musica, una discoteca a cielo aperto. Arriviamo lì che è ormai troppo tardi per la musica dal vivo. Alcune coppie continuano a ballare con passione la musica salsa registrata che esce da alcune casse poste nelle vicinanze. Seduti sugli scalini ci sono vari stranieri e cubani, in un miscuglio che pare equilibrato. Alcuni jineteros provano ad attaccare bottone, ma c'è da stare tutto sommato tranquilli. La Casa della Musica è invece piena di belle ragazze in cerca dello straniero (la chiamiamo subito la "Tana dei Leoni"). Dobbiamo più volte declinare inviti a ballare, ma sono soprattutto gli sguardi continui di cui siamo fatti carico a dimostrarci quanto il fenomeno delle jineteras sia diffuso. (...)

Lunedì 29 ottobre - Playa Ancun
(!) Visto che il tempo potrebbe cambiare già* da domani, si opta per una giornata di mare. La meta è Playa Ancun, a poco più di dieci chilometri dalla città*, una bella striscia di sabbia bianca frequentata in pari misura da stranieri e cubani. I visitatori non sono comunque molti e si disperdono lungo tutto la spiaggia. Alcuni alberi crescono molto vicini alla riva e fungono da ombrelloni naturali. Cado praticamente a peso morto sull'asciugamano su uno di questi spazi ombrosi, sperando di riprendermi dai bagordi notturni. L'acqua appare cristallina ma mi giunge all'orecchio che è infestata dalle meduse (aqua mala in cubano). (!)
Alle quattro e mezza c'è ad aspettarci a fianco del mostruoso Hotel Ancun, uno scempio architettonico che inquina il bel colpo d'occhio che la spiaggia omonima offre, il solito tassista che al costo di 2 CUC per persona ti riporta a Trinidad.
Ritroviamo la città* piena di vita, una vita però tranquilla, con le persone che si muovono ancora con la mente incentrata al presente, all'attimo vissuto. Trinidad mi ricorda Antigua (Guatemala) e Humahuaca (Argentina), due città* a cui sono molto legato. Anche per questo passeggiare tra le case multicolori, i sensi invasi da suoni e gli odori tipicamente tropicali, è un piacere unico. Veniamo avvicinati solo saltuariamente da alcuni procacciatori d'affari, tutti però estremamente rispettosi, pronti ad allontanarsi ad un minimo cenno di fastidio.
La signora della casa continua ad essere una buona fonte d'informazioni sul meteo. A est piove già* molto, mentre qui la pioggia dovrebbe giungere nel pomeriggio di domani. (!)

Martedì 30 ottobre - Salto del Caburni
Un vento molto forte ha spazzato gli alberi del giardino per tutta la notte, con alcune raffiche davvero impressionanti. Sono le propaggini più esterne della depressione che sta colpendo le regioni orientali di Cuba, scaricando a terra, almeno secondo quello che dice la televisione, davvero molta acqua. Al risveglio ci attende comunque un cielo sereno, quasi privo di nubi. Non facciamo però in tempo a fare colazione che inizia a cadere una pioggia finissima, scaricata lì da nubi grigie che corrono rapide nel cielo. Come sono arrivate, infatti, poi spariscono. Questa alternanza tra sole e pioggia continuerà* per tutta la mattinata, creando un'umidità* talmente elevata da farci credere di essere all'interno di una sauna.
Ugualmente vogliamo dedicare la giornata alla Sierra di Escambray, già* dal mattino avvolta da nubi scure e minacciose. Per arrivare alla cascata del Caburni, la meta prefissata, è possibile affidarsi ad un tour organizzato dalla Cubatour (costo 29 CUC con pranzo, entrata al parco e guida), oppure contrattare un viaggio privato con uno dei tanti tassisti fermi ad aspettare in Calle Josè Martì. Alla fine optiamo per la seconda possibilità*, anche perchà© usciamo di casa troppo tardi per affidarci al tour organizzato, e riusciamo a strappare un viaggio fino all'ingresso del parco a Topes de Collantes per 30 CUC. L'entrata al parco costa 6,5 CUC, compreso un succo di frutta da prendere pochi metri dopo l'ingresso in un gazebo detto El Gallo, per la passione del suo padrone per i combattimenti di galli.
La strada per Topes de Collantes parte subito in salita pochi chilometri fuori Trinidad, una strada che s'inerpica su montagne verdissime con pendenze molto elevate, tanto che la macchina ha qualche difficoltà* ad andare avanti. Salendo, la piana che ci lasciamo alle spalle si evidenzia in tutta la sua bellezza, un perfetto rapporto tra il verde immacolato dell'isola e il blu intenso del mare, il tutto a proteggere il brillante bianco della città*. Il panorama si può godere ampiamente da un mirador posto in cima alla prima serie di vette della Sierra. Le nuvole, sempre più fitte alle nostre spalle, ci lasciano cadere addosso la solita pioggia finissima, ma ci lasciano almeno libero lo sguardo verso la costa. Verso l'interno della Sierra, invece, coprono davvero tutto, lasciando poche speranze alla nostra voglia di sole.
Giungiamo a Topes de Collantes poco dopo, un piccolo paesino montano asserragliato dalla pioggia e dalle nubi. La temperatura è ancora elevata, ma l'acqua che cade dal cielo in gocce fini è tanta. Il sentiero, una lingua di terra rossa che taglia in due la densa foresta tropicale, è infatti un pantano scivoloso in cui è difficoltoso camminare. Dando per scontato che ci riempiremo di fango, il problema è appunto riuscire a rimanere in piedi, un'ardua impresa che richiede la massima concentrazione. Ugualmente la camminata è piacevolissima, così immersa in un ambiente naturale che appare quasi intatto. Siamo circondati da montagne ammantate da un verde profondo, complesso, che contrasta vivamente con la terra rosso-arancio che c'insozza le scarpe. Le nuvole corrono in cielo velocemente, tanto che a tratti scompaiono del tutto, lasciandoci scaldare da un sole soffocante.
(!)
Girovagando un po' a caso per le vie del casco historico scopriamo un locale specializzato nella produzione della Canchancera, un aperitivo fatto con aquardiente, miele e limone. Sembra leggera, perchè molto dolce, ma l'immediato stordimento che produce indica tutto contrario. Mentre ci gustiamo la bevanda, il percussionista del complesso musicale che sta suonando all'ingresso si siede in parte noi ed iniziamo a chiacchierare. E' la prima persona con cui scambiamo qualche parola (esclusi chi lo fa per lavoro) che non manifesti immediati doppi fini. Infatti, dopo qualche minuto, ci saluta e torna a suonare.
(!)
Da lì la serata non può che condurre alla scalinata, dove al solito gruppo che suona la salsa, s'intervalla uno spettacolo di musica africana. Con il tempo la scalinata si riempie di persone ed in parte a noi si siedono le due cugine conosciute domenica. Visto che il giorno prima non le avevamo salutate, i loro modi sono piuttosto freddi. Ugualmente abbiamo qualche scambio di parole prima sulla scala, poi alla Casa della Musica. Il locale è però abbastanza vuoto e la continua presenza di alcuni poliziotti fa sì che nessuno venga ad importunarci. Ieneise, una delle due cugine, sempre spaventata per la presenza dei poliziotti, mi avverte che per poter chiacchierare con me avrebbe bisogno di un permesso. Questo aspetto della Revolucion mi appare assurdo, ma ciò che più dispiace è l'ha conseguente ghettizzazione dello straniero. Passo la quasi totalità* delle due ore alla Casa della Musica ballando da solo.

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La Sierra di Escambray vista da Trinidad

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Camminando verso la Cascata del Caburni

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grazie Garza!!!!!
che nostalgia!!
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che bello!!!!

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predefinito IV parte


Mercoledì 31 ottobre - Trinidad
Il cielo è interamente coperto. Nubi plumbee lasciano cadere a terra la solita pioggia finissima. Le previsioni dicono che la depressione si muove molto lentamente, stazionando nelle regioni orientali. Laggiù l'acqua cade copiosa e non ha senso partire per andare dritti nella bocca del ciclone. Molte città importanti hanno le comunicazioni interrotte. Tra queste, Baracoa sembra quella messa peggio. Mentre siamo in procinto di gustarci la solita abbondante colazione, decidiamo di rimandare la partenza a venerdì.
(!)
C'è molto d'ammirare tra le stradine di massi che s'inerpicano sul colle sul quale è sorta Trinidad. A lato di un fondo stradale in cui anche camminare è difficoltoso, si dispongono in file continue case coloniali vivacemente colorate, con inferiate bianche a coprire le ampie finestre. Su queste si affacciano spesso delle persone, normalmente anziane, con lo sguardo perso in un tempo che fu, ma alle volte anche donne più giovani e bambini. Ammirandoli dalla strada, sembrano tutti carcerati dallo sguardo curioso.
Le case più belle (perchè accuratamente restaurate) sono le casas particulares, le prime ad aver avuto denaro contante a disposizione. Molte delle altre, soprattutto nelle stradine laterali della città vecchia e in quella nuova, sono un po' trasandate, ma mantengono ancora un certo fascino. Mi piace questa particolare disposizione architettonica, che fa in modo che sulla strada le case si affaccino al massimo per la larghezza di una porta ed una finestra, per poi svilupparsi in lungo fino a sfociare in un giardino pieno di luce. In un isolato, i giardini delle case sono così gli uni appressati agli altri, a formare un grande spazio verde diviso da recinti di canne e mattoni. E' piacevole passare di fronte ad una porta aperta e guardare dentro, fin dove si spinge lo sguardo. Carpire fugaci immagini di sedie a dondolo, vari suppellettili, letti disfatti, piante in vaso, giardini ben curati.
Camminando così a caso, vengo spesso accostato da qualche procacciatore d'affari. La tranquillità interiore che mi pervade è tale che vedo nel parlarci solo una possibilità di conoscere qualcosa, senza badare minimamente al fastidio che questi continui assalti possono trasmettermi. Mi lascio così coinvolgere dalle chiacchiere, dalle strette di mano, dagli sguardi sorridenti, dalle allusioni più o meno esplicite delle tante ragazze che m'incrociano. Vagando senza meta riesco a scoprire angoli di Trinidad sempre più suggestivi, aumentando così a dismisura il piacere estetico che questa giornata mi sta offrendo.
(!)

Giovedì 01 novembre - Ancora Trinidad
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Vicino a Plaza Mayor c'è un mercatino di prodotti artigianali, tra cui maschere lignee, tovaglie finemente ricamate, varie iconografie del Che e fantasiose collane fatte con semi. Girare per il mercato è piacevole, come chiacchierare con i venditori che non si lasciano perdere un'occasione per convincerti a comprare qualcosa. Ormai la presenza dei procacciatori d'affari non mi infastidisce più. Dal mercato ci trasferiamo al Museo di Storia, un bel edificio coloniale poco a sud della piazza. Solo il grande chiostro centrale è stato restaurato, restituendo all'umanità le originali pareti bianche e gialle. Di per sè il museo non presenta nulla di attraente, l'unico motivo per cui entriamo (1 CUC) è per raggiungere la terrazza della grande torre. Salendo scale sempre più ripide, si raggiunge questa terrazza da cui si può godere una superba visuale della città , con lo sguardo che vaga dai tetti marroni delle case al verde delle montagne della Sierra, dal giallo dei campanili delle chiese al blu del mare. C'è da rimanere estasiati.

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Plaza Mayor vista dalla Torre del Museo Historico Municipal (Casa Cantero)

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Strade di Trinidad 1

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Strade di Trinidad 2

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Vecchio 05 Feb 2008, 14:12   #8
 
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predefinito V parte


Venerdì 02 novembre - Primo approccio a Camagà
Quando mi sveglio mi sembra di aver dormito solo pochi minuti. Ci incamminiamo stanchi verso la stazione delle corriere e c'è parecchia tristezza nel salutare Trinidad. Ho passato in suo compagnia dei giorni stupendi.
Sulla corriera della Viazul i posti liberi sono molti e, come al solito, ci sediamo nel retro. Questa volta accetto di prendere la corriera del turista con più tranquillità, in parte perchè sento l'esigenza d'incontrare qualche altro viaggiatore (o viaggiatrice) per aver modo d'approfondire un rapporto umano, di vederlo maturare scevro di condizionamenti d'ordine economico. Nessun dialogo con i cubani e le cubane incontrate per strada mi pare vero ed i rapporto con i padroni di casa, pur essendo cordiali, sono sempre superficiali.
(!)
A Camagà il tempo è soleggiato, con solo alcune nuvole grigie che cavalcano rapide il cielo. E' una vera città , con i marciapiedi affollati di gente e le strade ricche di mezzi di trasporto, dal camion che emette nuvole di fumo nerastro al carro trainato da un cavallo. Ci rechiamo in centro in taxi, che dista qualche chilometro dalla stazione (la corsa costa 4 CUC). Il centro città è un dedalo di strade non parallele, definito labirintico dalla guida solo perchè evidentemente l'autore non è abituato a questo tipo di città . In realtà vedremo che muoversi è piuttosto facile per noi italiani, abituati a città ben più labirintiche.
(!)
E' appena iniziato il pomeriggio quando sistemiamo gli zaini nelle due camere da letto. Decidiamo letteralmente di vagare per il centro fino al tramonto. Bastano veramente pochi passi in strada per sentirci sulla pelle i soliti sguardi di sempre. Non dobbiamo aspettare molto perchè due ragazze vadano oltre gli sguardi e cerchino di conoscerci. Una delle due parla perfettamente italiano e sostiene di vivere in Italia, precisamente a Bergamo. I modi sono però quelli schietti cubani, volgari e simpatici allo stesso tempo.
Abbandonate le due ragazze, ripartiamo alla scoperta della città con sempre qualche ragazza pronta a farci la posta. Comincio ad abituarmi agli sforzi delle jineteras e non nego di provare un sottile piacere nel giocare a sfuggire.
(!)
Interrompiamo il giro della città solo il tempo di cenare alla casa particular, poi via di nuovo per le strade di Camagà la labirintica. Sarà perchè la notte gioca a loro favore, ma gli sguardi delle jineteras si tramutano in vere e proprie avances con il calare delle tenebre, soprattutto quando ci fermiamo davanti l'ingresso della Galeria Colonial, uno dei ritrovi più rinomati della città . Davanti alla porta laccata di verde c'è una coda di persone in attesa d'entrare, perlopiù ragazze cubane vestite in modo succinto. La nostra presenza non passa inosservata ed in breve siamo avvicinati da alcune di queste ragazze, una delle quali prende sottobraccio Sebastiano ed inizia a sussurrargli dolci parole all'orecchio. Il luogo viene subito etichettato come la Vasca degli Squali (o il Supermarket). Il mio rapporto con le jineteras comincia ad essere d'amore ed odio. Sinceramente mi piace essere abbordato, lo trovo divertente ed è un'ottima possibilità per chiacchierare. D'altro canto l'estrema superficialità del contatto e la sua venalità mi lasciano l'amaro in bocca.
Sfuggiti dalla pericolosa Vasca, gli attacchi si susseguono l'uno dietro l'altro per le vie della città , alcuni più che espliciti. Ma noi tiriamo dritto, ignorando chiunque, fino a raggiungere una piazza nei pressi della casa di Rafael. Ai piedi di una bella chiesa barocca, troviamo molte panchine debolmente illuminate, vestite di quella tranquillità che forse tutti e tre stiamo cercando. E' un piacere sedersi lì ad osservare la bella facciata della chiesa, il viso rivolto verso l'alto ad ammirare i rami dei molti alberi della piazza e, oltre a questi, le stelle. Mentre siamo lì seduti, ci si avvicinano due giovani ragazze di colore. Forse perchè siamo veramente molto rilassati, le difese abbassate, ci concediamo una chiacchierata. Sono due sorelle, una di diciotto ed una di quindici anni (la seconda, a detta sua, già madre di una bambina di una anno e mezzo), piuttosto simpatiche. Passiamo con loro più di un'ora di chiacchiere e battute, un dialogo sempre frizzante e piacevole. Ci lasciamo dare il numero di telefono, con la promessa che le chiameremo al nostro ritorno in città . Bel incontro, anche se vado a dormire con un pensiero in testa! potrebbero essere entrambe mie figlie.

P.S. Il fenomeno delle jineteras continua a sorprendermi. Sono molte, tante, più di quanto avrei mai immaginato. Sono ragazze normali. Alcune di loro sono insegnanti, altre infermiere, altre commesse, altre semplici ragazze di casa. Molte sono volgari e non perdono un secondo per farti capire cosa vogliono. Altre invece sono più discrete, addirittura dolci e simpatiche. Ma per tutte loro il corpo può essere barattato senza nessuna pena, come bere un bicchiere d'acqua.
Ma la cosa che continuerà sempre a meravigliarmi e che quasi tutto il mondo cubano finora conosciuto è accondiscendente nei loro riguardi, come se l'amoralità della prostituzione non esistesse. Il fenomeno delle jineteras è più che accettato, è visto come un lato inscindibile del loro mondo. La normalità è un carattere della massa, non di un singolo individuo! così stante le cose, sono io a sentirmi anormale.

La Vasca degli Squali (di giorno è un luogo tranquillissimo)
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I colori di Camaguey
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Vecchio 04 Dec 2009, 14:18   #9
 
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predefinito VI parte


Sabato 03 novembre – Arrivo a Santiago
Il patio della casa di Rafael, seppur strozzato dalla troppa vegetazione in vaso, è un luogo piacevolissimo dove bighellonare. Ci sono solo due sedie a dondolo, ma sono praticamente sequestrate da me e Joe. La colazione è ricchissima ed è allietata dalla visione fugace della figlia di Rafael che si muove silenziosa tra le stanze della casa.
Le due ore a disposizione prima della nuova partenza verso est le dedichiamo al famoso mercato della frutta e della verdura di Camagüey, uno dei più grandi di Cuba. Lo troviamo vicino al fiume che delimita il centro della città, un dedalo di bancarelle di legno protette da grate e tetti di lamiera. Sulle bancarelle sono disposte, in una confusione tipicamente mercantesca, frutta, verdura, carne ed oggetti di vario uso comune. Una congerie di colori e profumi, alcuni davvero intensi, in cui molte persone vagano allo scopo di portare a termine le compere quotidiane. A volte lo stomaco è messo a dura prova, soprattutto per l’odore della frutta andata a male e per la vista del reparto della carne, pieno di mosche che banchettano con piacere sui pezzi sanguinolenti di carne lasciati incustoditi sotto i raggi del sole. Per accedere all’area del mercato ci sono due entrate. A lato di ognuna di queste c’è una bancarella che ha la sola funzione di venire in aiuto al consumatore. Predisposta con una bilancia perfettamente tarata, può aiutare chi crede di essere stato truffato sul peso della merce. Se un venditore è pescato imbrogliare, alla terza volta viene espulso dal mercato.
Abbandonato il mercato, riaffrontiamo le vie del centro, quanto mai piene di vita. Alla luce del sole gli attacchi delle jineteras sono minimi, solo piccole perturbazioni nel nostro vagare. Quasi quasi tutte queste attenzioni mi mancano. Prima di tornare alla casa proviamo a vedere com’è l’interno della Vasca degli Squali. Appare come un luogo tranquillo e piacevole.
Salutato Rafael, con l’accordo di ripassare da lui dopo l’avventura nell’Oriente, partiamo da Camagüey alle prime ore del pomeriggio, destinazione Santiago.
(...)
Ad aspettarci a Santiago c’è un amico di Rafael, un uomo di colore sui quarant’anni, i capelli ricci lievemente brizzolati ed i modi tranquilli. Si chiama Marco. Inizialmente non parla molto, scaldandosi un attimo solo quando parliamo di sport e, in particolar modo, di calcio. La sua macchina è una vecchia Plymouth del 1952, un autentico pezzo da museo. La casa particular è uno splendido esempio di casa coloniale restaurata, con una stanza d’ingresso molto ampia arredata con mobili antichi ed un giardino sul retro invaso dalle piante. Le camere sono ampie ed anch’esse arredate con un mobilio antico (l’indirizzo è Hartmann 357).
(...)
Il Parque Cespedes è circondato da tutti edifici rimessi a nuovo. Sul lato sud c’è la Cattedrale (Catedral de Nuestra Señora de la Asunción), su quello nord il municipio (Ayuntamiento), negli altri due lati la casa più antica di Cuba (Casa de Diego Velázquez) ed un Gran Hotel dalle ricche fattezze barocche. La pioggia battente ci costringe, insieme a molte altre persone, a proteggerci sotto i grandi portici del municipio. In parte a noi un gruppo di ragazzi, chitarra in mano, canta a squarciagola alcune canzoni latine. Una statua di un angelo domina la piazza dall’alto della Cattedrale, la cui facciata, debolmente illuminata da alcuni fari, è incantevole. Nessuno viene ad importunarci ed il massimo che dobbiamo controllare sono gli sguardi incuriositi di qualche ragazza nel gruppo di cantori.
(...)

Domenica 04 novembre – Santiago de Cuba
Ho sognato di essere abbordato da un nutrito gruppo di russe, tutte ricche d’iniziativa. L’insistente azione delle jineteras comincia ad avere i suoi effetti.
Fuori della stanza splende il sole, un sole potente i cui raggi sono già temibili alle nove di mattina. L’unica esigenza odierna è quella di vagare per le strade di Santiago, lasciandosi trasportare dalla voglia d’ammirare sempre nuovi scorci di questo magico mondo Caraibico. Santiago questa mattina si veste di tutto il suo colore, di tutta la sua ricca umanità, della sua musica, della sua decadenza, del suo fascino. Il Parque Cespedes è il naturale punto di partenza del nostro peregrinare.
Da lì puntiamo, senza nessuna scelta razionale, verso la baia, consapevoli che le attrattive architettoniche della città sono tutte da un’altra parte. Ci troviamo, infatti, a camminare in vie sempre più sporche e fatiscenti, fino a giungere all’Alameda, una grande terrazza pedonale cinta da alberi che costeggia le acque della baia. La vista che il molo offre sulle montagne della Sierra Maestra è splendida, una serie di verdi guglie che si parano come un muro in ogni direzione. Non si può dire lo stesso dei nauseabondi odori che salgono dall’acqua. Una nuotata in quelle acque significa morte certa.
Terminata l’Alameda, riprendiamo una delle tante strade che ripartono in salita verso est. I cubani che incrociamo ci guardano straniti, forse convinti che ci siamo persi, ma noi continuiamo a salire imperturbabili. Molti ragazzi giocano a baseball per strada, un semplice manico di scopa per mazza ed un tappo di bottiglia per palla.
(...)
L’obiettivo di Giovanni e Sebastiano è quello di andar a correre. Torniamo così alla casa per chiedere informazioni e prepararci. La loro necessità di correre e la mia d’assaporare nuovi angoli della città trovano comunione nella visita all’area della caserma Moncada, la vecchia caserma che Fidel tentò di assaltare nel 1953, fallendo miseramente nel tentativo. Del processo che seguì si ricorda la famosa arringa difensiva “La Storia mi assolverà”. Ora la caserma, una serie di gialli edifici che coprono quasi un intero isolato, è una scuola per giovani, intitolata al giorno dell’attacco, il 26 luglio. Lì vicino c’è una pista d’atletica in terra battuta, dove poi andranno a correre i miei due compagni. Circumnavigando l’isolato della caserma, giungiamo in un’area dove si susseguono piccole case di legno che ricordano nel mio immaginario quelle di New Orleans, intervallate con enormi edifici in stile sovietico che sembrano alveari piuttosto che case. Sulle strade aleggia una perenne coltre di smog, dovuta al continuo passaggio di mezzi della preistoria della motorizzazione. Camminando giungiamo fino a Plaza de Marte, un altro spazio aperto ricco di panchine. Insieme a Plaza de Dolores ed al Parque Cespedes rappresenta il cuore del casco historico di Santiago.
(...)
A quel punto è nuovamente il Parque Cespedes ad accogliermi, un luogo che comincio ad apprezzare profondamente, sia per le belle case e edifici che lo cingono, sia per le molte persone che lo attraversano o vi stazionano. Molti bambini giocano al sicuro dalle macchine, altri corrono spensierati in bicicletta, altri si muovono come impazziti avanti e indietro urlando a più non posso. Le porte della cattedrale sono aperte e mi permettono d’ammirare uno splendido soffitto a cassettoni dorato. Mi godo totalmente questo momento di pace.
(...)

Lunedì 05 novembre – Ancora Santiago de Cuba
(...)
Usciti di casa, dopo pochi passi veniamo catturati letteralmente dalla corrente di persone che camminano lungo Calle José A Saco, la via commerciale del casco historico. C’è un andirivieni continuo, chi è lì per le compere, chi per farsi due passi al primo sole del giorno, chi solo di passaggio. Il tutto mi ricorda alcune strade di Salta, piene d’insegne a campeggiare sopra i negozi e di persone che ci camminano al di sotto. Ad essere differenti sono le vetrine dei negozi, qui desolatamente spoglie e sempre poco invitanti. L’universo di persone in movimento è bello e coinvolgente, anche se mi accorgo che il mio sguardo si direziona più del dovuto sulle belle ragazze che incrociamo, che non ci mettono molto a restituire il favore dell’attenzione.
(...)
Le ultime ore di luce prima del tramonto le sfruttiamo tornando tutti e tre alla pista d’atletica vicino alla Moncada. Ci piacerebbe giocare a calcio con i tanti giovani assiepati nello spazio erboso all’interno della pista, ma sono veramente in troppi ad aspettare il turno di gioco, così decidiamo di correre finché l’oscurità non ci avvolge.
La cena è come sempre ottima (Mariachi, la moglie di Marco, cucina veramente bene… sa anche cucinare la pasta al dente) e ce la gustiamo nel giardinetto reso agibile dalla mancanza di pioggia. In casa ci sono anche la figlia dei padroni di casa e suo marito, più i genitori di questo. Il padre, un tipo dall’aspetto mafioso, ha portato con sé una serie di documentari di stampo anticastrista. Riesco a sbirciarne uno incentrato sulla “strana” morte di Camilo Cienfuegos. Marco rimane tutta la serata a guardare i video, con la più volte dichiarata intenzione di farli vedere agli amici.
Per le strade questa sera c’è molta polizia. Vediamo fermare più di qualche persona, alcuni dei quali sono poi caricati in macchina e portati via. Sia il Parque Cespedes che il Plaza de Dolores sono rastrellati con minuzia. La serata ci riporta prima alla taverna del rum, poi nel locale all’aperto in Plaza de Dolores. Stasera niente musica dal vivo, solo alcuni bicchieri di buon rum.
Tornando verso casa incrociamo Marco in compagnia di un amico. Ci saluta e ci guarda con un’espressione chiara sul volto: “Già di ritorno?”. Prima di andare a correre avevamo scambiato con lui quattro chiacchiere. Più sciolto del solito, ci aveva parlato della sua personale considerazione degli italiani, basata su una vasta esperienza diretta. A suo parere abbiamo nel sangue la perdizione di Roma Antica e siamo i veri cubani d’Europa. Noi tre siamo però degli italiani atipici, troppo tranquilli.

Martedì 06 novembre – La Ferola
(...)
La corriera accoglie pochi stranieri, un po’ di tutte le età. Guantanamo mi sfila sotto il naso senza che me renda conto, avvolta nel consueto torpore da mezzo pubblico. Per fortuna riapro gli occhi quando ci apprestiamo ad affrontare i primi roccaforti della Sierra del Puril. Inizialmente la strada si affianca al mare, costeggiandolo fino al paese di Cajobabo. Corriamo tra rocce in cui dimora una splendida vegetazione arida, fatta di cactus, agavi ed aloe. Da Cajobabo la strada piega verso l’entroterra e inizia la famosa Farola, una lingua d’asfalto lunga cinquantacinque chilometri che s’inerpica sui versanti delle montagne della Sierra, serpeggiando tra un verde che si fa sempre più intenso e ricco. Purtroppo le nuvole basse ed alcuni scrosci di pioggia rovinano la vista d’insieme di queste montagne, che rimane comunque affascinante.
Quando giungiamo a Baracoa piove a dirotto. Per la scelta della casa particular ormai ci lasciammo trasportare dal “filone Rafael”, che qui ci porta dritti nelle mani di Nilson, un giovane di colore dai modi pacati e fin troppo gentili. La sua abitazione è molto carina, ma forse eccessivamente moderna. Costa sensibilmente di più delle ultime esperienze (30 CUC, come all’Avana), ma alla fine accettiamo più per cortesia verso Rafael che per altro.
La prima impressione di Baracoa, avuta dal retro di una bici-taxi, non è delle migliori, ma questo è perlopiù dovuto alla tanta acqua che cade dal cielo e dal fatto che tutti gli edifici mi appaiono fradici.
Ho modo di cambiare opinione già durante il primo giro per le sue strade. Niente di trascendentale, ma c’è una calma che non può essermi indifferente. Dalla piazza centrale (Parque Central) è piacevole camminare lungo Calle Antonio Maceo, sulla quale si affacciano svariati edifici completamente restaurati, alcuni dei quali ospitano degli atelier d’arte.
(...)
Mentre vaghiamo nuovamente per il centro del paese, riprende a piovere. Per sfuggire alla pioggia, ci sediamo ad un tavolo nella veranda di un bar sulla via principale. Con il ticchettio delle gocce ad accompagnarci, prendiamo prima un mojito, poi un altro e poi un altro ancora. Risultiamo tutti un po’ brilli quando riprendiamo la via di casa. Qui una bottiglia di vino bianco ad accompagnare il pesce e l’operazione sbronza è completa. Mentre ceniamo fuori riprende a piovere, una pioggia che precipita a terra decisa e violenta. Non ci rimane che rimanere chiusi in casa a ballare al suono della musica dei Surcaribe (CD comprato il giorno prima a Santiago) e ridere di tutto, come dei perfetti ubriachi. Fuori piove a dirotto, la strada assume le sembianze di un fiume e scompare anche la luce elettrica. Mi addormento sfinito sul letto senza quasi rendermene conto.

Mercoledì 07 novembre – Playa Maguana
Sebastiano ha passato una brutta notte. Al risveglio mi confida d’avere forti fitte allo stomaco, accompagnate da alcuni attacchi di diarrea.
Come se questo non fosse sufficiente, Nilson si mostra intenzionato fin da subito a farci fare quello che vuole lui. Senza dirci nulla fa giungere sottocasa un taxi per persuaderci a partire verso la Boca de Yumuri, inducendoci, sostenendo che se non partiamo subito non troveremo lì una guida che ci possa accompagnare per un tour della zona, una fretta che non sopporto. Non credo lo faccia con cattiveria, anzi, ma il suo modo di fare non mi piace.
Con Seba fuori gioco, io e Joe decidiamo che la Boca de Yumuri non c’interessa, e che non c’interessa niente di quello che Nilson vuole farci fare. Anche se ci spiace abbandonare l’amico infermo, dopo un veloce sguardo d’intesa decidiamo che un bel giro in bicicletta fa al caso nostro. Ad una ventina di chilometri verso nord, lungo la strada per Moa, c’è una spiaggia che sembra essere l’ideale come nostra meta: Playa Maguana. Il noleggio di una bicicletta per l’intera giornata costa 3 CUC, anche se poi il mezzo che ti ritrovi tra le gambe non è proprio il massimo dell’efficienza. La mia ha una monomarcia leggera, ottima per la salita ma faticosa per la pianura, mentre quella di Giovanni ha una marcia molto dura.
La strada si sviluppa verso nord tra case di legno umido e gente che cammina allegra ai suoi bordi. Molti di loro sono evidentemente sorpresi nel vedere due turisti in bicicletta, mescolati al loro mondo come mai siamo riusciti a fare in questo viaggio. Appena fuori Baracoa la strada s’immerge in un mondo verde fatto di palme, banani, alberi del pane, uno strano agrume che pare un cedro ed alcuni alberi di cacao.
(...)
Pur allontanandoci da Baracoa, e diminuendo le abitazioni che scorgiamo immerse nella foresta, la strada rimane ricca di gente che aspetta il passaggio di qualche carro, oppure di persone che camminano di qua e di là, senza una meta apparente. Svariati mezzi percorrono l’asfalto, dal carro trainato da un cavallo o da un bue, all’autocarro che emette puzzolenti nuvole di smog. Ci sono anche altri ciclisti, con i quali scambiamo spesso un garbato saluto.
La strada è raramente piana. Normalmente si susseguono salite e discese, le prime che mettono in crisi sia me sia Giovanni (lui solo perché ha la marcia della bicicletta non adatta alla salita). Ma il piacere di correre in un tale scenario tropicale, mescolato alla vera umanità cubana, è più che sufficiente a mettere carburante nelle nostre gambe ed a farci volare sull’asfalto.
(...)
Mentre riprendiamo la strada principale il tempo continua a mantenersi soleggiato, anche se di fronte a noi si ammassano lentamente delle nuvole grigie. Infatti, dopo una quindicina di chilometri, piombiamo dentro ad un vero acquazzone tropicale. Troviamo riparo sotto il portico di una tienda, in compagnia di molti altri cubani sorpresi come noi dalla pioggia. Seduti con la schiena al muro, attendiamo che il tempo si metta al bello. Appena smette di piovere le strade si riempiono di giovani scolari, ridenti e giocosi nel loro ritorno a casa.
Ripresa la corsa, affrontiamo le ultime salite con rinnovato vigore. Giungiamo così a Playa Maguana, che non sappiamo nemmeno cosa sia, in realtà. Infatti, invece di imboccare la più larga strada che porta alla vera e propria spiaggia, prendiamo un sentiero più piccolo che ci porta in una piccola insenatura dove un breve arco di sabbia divide il mare da un palmeto con quattro o cinque capanne di legno. Scopriremo l’errore solo l’indomani, arrivando con una guida alla spiaggia giusta. In realtà giusta solo perché è la vera Playa Maguana, perché la piccola spiaggia nell’insenatura ha tutti i requisiti per piacermi: isolata, deserta, rude ed esotica. La sabbia bianca e sporcata da vari residui vegetali e nella parte in cui crescono le prime piante razzolano allegri dei maiali, delle galline e dei cani. A guardia di quel tratto di spiaggia ci sono due donne che a turno ci fermano per sapere se desideriamo qualcosa. Una ci porta del cocco fresco, l’altra un succo di frutta appena spremuta.
Oltre a noi nella spiaggia ci sono un argentino ed un uruguaiano che da due giorni dormono in due tende piantate sotto le palme. L’argentino passa tutto il tempo della nostra visita a dormire, l’uruguaiano scambia con noi quattro parole, poi prosegue a camminare verso chissà quale meta. Il mare è un po’ mosso, e per questo piuttosto sporco, ma il suono della sua risacca, unito ai raggi del sole che ad intermittenza penetrano le chiome delle palme, mi allieta i sensi.
(...)

Giovedì 08 novembre – Parque Humboldt
Sveglia un po’ prima del solito, su consiglio di Nilson, per giungere all’ufficio della Cubatur prima che partano i tour quotidianamente organizzati per i turisti. Tutto inutile. Arriviamo all’ufficio giusto in tempo per vedere l’ultimo van pieno di turisti partire per il Parque Humboldt. Il cielo è ancora coperto da nubi plumbee e questo grigiore ci trasmette una gran voglia di ripartire verso Santiago. Ma sono in molti a garantirci che verso nord il tempo sarà sicuramente migliore. Così decidiamo d’affidarci ad un tassista irregolare per raggiungere quel Parque Humboldt di cui abbiamo sentito tanto parlare. Dopo un po’ di contrattazioni riusciamo a spuntare un prezzo di 30 CUC con un giovane dalla parlata sciolta e convincente. Dopo averlo seguito in una stradina secondaria, montiamo su una jeep gialla con alla guida un ragazzotto dallo sguardo simpatico e due braccia da far paura per quanto sono grosse (una caratteristica di molti cubani).
La strada verso il parco passa a lato di Playa Maguana, quindi è la stessa, almeno nei primi venti chilometri, che abbiamo fatto ieri. Anche percorrerla in macchina ha le sue difficoltà, visto lo stato del manto stradale. In buoni tratti dissestati bisogna procedere a bassissima velocità, zizzagando dove necessario, pena vederci volare fuori dalla jeep. Usciti dall’abitato, i nostri due accompagnatori s’azzardano a togliere la cerata sul retro della macchina, fino ad ora mantenuta per non mettere troppo in evidenza i tre passeggeri stranieri. Io sono seduto proprio sull’ultimo sedile e mi ritrovo così all’aperto, con una visuale che spazia sul bel bosco tropicale a lato della strada e su un cielo che mentre proseguiamo si fa sempre più sgombro di nubi.
Proseguiamo così dritti verso nord al ritmo del reggaeton che esce potente dalle casse della jeep, una musica che pare sempre tutto uguale (ed è così) ma che contestualizzata mi piace parecchio. Mi trasmette il ritmo che batte nei cuori dei giovani cubani.
Il centro visitatori del parco è arroccato a qualche centinaio di metri dalla Baia de Taco, uno degli ecosistemi marini meglio conservati a Cuba. La baia è visitata saltuariamente dai lamanitini. Purtroppo questo non è il periodo per vederli. Qui prendiamo contatto con la guida che ci porterà a passeggio per i monti, un signore di mezza età dall’aria distinta, anche se vestito come un campesino. Scopriremo più tardi essere il responsabile della gestione dell’intera area che visiteremo, parte del settore di Baracoa all’interno del più esteso Parque Humboldt. La guida si dimostra da subito molto competente nell’illustrarci l’importanza del parco nel suo compito di salvaguardia dell’ambiente, nel parlarci delle piante che incontriamo lungo il cammino e nel descriverci l’ambiente percorso.
Solo una piccolissima parte del parco è attrezzata con sentieri per i turisti. Noi percorriamo il sentiero detto El Recreo, uno dei più semplici, ma anche l’unico percorribile a causa delle forti piogge cadute nei giorni scorsi. La parte del parco più vicina al mare ha subito in passato un forte intervento antropico, soprattutto di sfruttamento della risorsa legnosa. Alcune specie presenti nella zona hanno difatti un legno d’ottima qualità, praticamente immarcescibile. Al momento della scoperta dell’isola, Cuba era coperta per il 95% da boschi. Al momento della rivoluzione, quattro secoli e mezzo più tardi, la percentuale era scesa al 14%. Ora, dopo intensi piani di riforestazione, la percentuale di copertura forestale è del 27%. Molte aree, come quella su cui inizialmente camminiamo, sono ancora utilizzate per produrre legname d’opera, ma lo sfruttamento è di quelli sostenibili, con un’oculata gestione della risorsa. Si porta via solo quello che il bosco produce. Una regola imposta dalla rivoluzione è la seguente: per ogni albero tagliato se ne devono piantare cinque.
Questa prima area, perlopiù a Pinus cubensis (un pino originario dell’oriente cubano, ma non naturale per quest’area), è soggetta a forti fenomeni erosivi. In un qualche modo cercano di limitare l’azione erosiva dell’acqua con la messa in opera di piccole briglie di legno. Il tentativo è assai rudimentale e di scarsa efficacia. Speriamo migliori con il tempo.
La seconda parte del sentiero penetra in un’area boschiva meno antropizzata, che ha subito in passato, e subisce nel presente, un intervento assai limitato. Al pino si sostituisce una vegetazione più complessa e stratificata, una vera e propria selva. Su queste montagne cade la massima quantità di pioggia di tutta Cuba, oltre 3500 millimetri l’anno (Cuba in realtà ha un clima mediamente secco). Le grandi piogge, unite al calore sempre elevato, fanno crescere una rigogliosa foresta tropicale.
La camminata ci porta a guadare un fiume per ben cinque volte, bagnandoci completamente fino ad oltre le ginocchia. L’acqua non è fredda e in un’ampia pozza verso la fine del sentiero c’è anche la possibilità di farsi una rigenerante nuotata. La camminata non dura molto, neanche due ore, ma la competenza della guida ed il percorso ricco di spunti botanici la rendono una mezza giornata veramente interessante.

(...)
Il Parque Central, dove mi lascio cadere appena scendiamo dalla macchina, mi piace, per davvero. È un luogo permeato da un’atmosfera densa di tranquillità ed è un luogo ideale, anche se frequentato da qualche jineteros, da cui osservare l’andirivieni di persone che scorre lungo Calle Antonio Maceo. Mi lascio avvolgere dal tramonto adagiato sulle panchine di fronte la chiesa e poi intraprendo una piccola camminata con Giovanni lungo il Malecon, praticamente deserto a quell’ora. Ugualmente veniamo avvicinati da un giovane in bicicletta che ci chiede se vogliamo vedere alcune delle sue sculture lignee. Il tipo mi sta simpatico e dopo un po’ di contrattazione (con Giovanni che rema contro di me invece di farmi da spalla) porto a casa un pestello per fare il mojito ed un set di stoviglie.
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Venerdì 09 novembre – Ritorno verso Occidente
Il cielo è limpido ed un sole molto forte e già alto quando ci mettiamo sotto le scarpe ancora bagnate dal torrente del Parque Humboldt. Sono sordo a tutti gli inviti di Nilsen di fare qualcosa anche in questa mattinata prima della partenza. Ricerco solo un sano relax, da godersi in tutti i gesti di preparazione alla giornata, dal tagliarsi la barba al preparare con cura lo zaino. Poi riassaporo la tranquillità soleggiata del Malecon e quella ombreggiata della piazza centrale. Non voglio nulla di più da Baracoa.
Alle due del pomeriggio partiamo per un viaggio che in dodici ore ci porterà nuovamente a Camagüey.
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A Camagüey troviamo ad aspettarci il cugino di Rafael. Lo stesso Rafael è ancora sveglio e non perde tempo per proporci le sue perle d’italiano made in Russia, sempre divertenti da ascoltare. Ha solo una stanza libera e questa volta è il mio turno d’emigrare in una casa particular lì vicino. Seguendo un cubano dal cranio lucido mi addentro nei recessi di una casa coloniale fatta di stretti corridoi, fino a raggiungere una spaziosa camera doppia. È ora di dormire.

Sabato 10 novembre – La Vasca degli Squali
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Ritrovo Giovanni con il volto tirato e pallido, il corpo invaso da una stanchezza innaturale. Usciti di casa, resiste solo pochi minuti per le strade assolate di Camagüey ed è costretto a rientrare per recuperare le forze. Come se ciò non bastasse, al momento di cambiare i soldi mi accorgo che ne mancano un po’: una settantina d’euro sono spariti dalle mie riserve, rubati sicuramente a casa di Nilson, l’unico posto dove li ho lasciati incustoditi. La cosa mi fa, ovviamente, imbestialire.
Indispettito, inizio a vagare senza meta per le due vie commerciali di Camagüey, mescolandomi alle molte persone che ne animano le strade. Non mi ci vuole molto per sbollire la rabbia e ritrovare quella serenità che il viaggiare riesce sempre a donarmi. Ma c’è ugualmente qualcosa che non va. Anche se mi sento ad ogni passo più sereno, scorgo ancora in me una piccola tensione che non riesce a svanire del tutto, una punta quasi impercettibile d’apprensione che non ha nulla a che vedere con i soldi rubati, ma con l’insieme dell’intera esperienza cubana. Ho la costante sensazione di essere un corpo estraneo in quest’isola, per nulla integrato in ciò che sto vivendo. Persisto ad essere, per quanto non lo voglia, uno spettatore esterno, obbligato a guardare Cuba da lontano, come dietro una lastra di vetro. Purtroppo l’unica realtà con cui riesco a rapportarmi è quella della strada, il famoso callejero di cui avevo sentito parlare, non la vera Cuba, che vive e palpita dove non posso arrivare. C’è un profondo dispiacere in questa constatazione, un dispiacere che, andandosi a sommare alla normale serenità del viaggio, crea quella piccola tensione che non mi permette di godere fino in fondo questa magnifica esperienza. Forse anche questo è Cuba.
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Per la serata camaguayana, di cui avevamo tanto parlato nei giorni scorsi, siamo pronti solo io e Seba, difatti Joe ha la febbre alta ed il corpo scosso da brividi continui. È meglio che riposi. La Vasca degli Squali (come abbiamo soprannominato la discoteca Galeria Colonial) ci attende. Gli “squali” sono ovviamente le jineteras, mai così attive come a Camagüey. L’idea è quella di “dare da mangiare” agli squali senza farsi mordere, un’idea un po’ incosciente, lo ammetto. Ma quale uomo non sogna di essere il centro dell’attenzione di un agguerrito universo femminile? L’importante è resistere poi alle tentazioni.
(...)
Aspettando l’apertura del locale, scegliamo di farci un mojito nella sua anticamera, un bar all’aperto nell’adiacente piazzetta. Nel solo tempo necessario ad ordinare da bere veniamo abbordati da due “squali botte” ed uno “squalo cozza” (per dire che le tre erano parecchio brutte). Solitamente le jineteras meno carine sono anche le più audaci, quelle che si propongono con più facilità e decisione. In un qualche modo riusciamo a svincolarci, anche se Sebastiano si lascia sfuggire le nostre future intenzioni.
Purtroppo i due “squali botte” sono lì, fuori del locale, ad aspettarci, pronte a riproporre l’attacco. Al momento d’approssimarci alla fila esterna al locale, le notiamo immediatamente e decidiamo senza alcun dubbio di fare di tutto per evitarle. Con un abile cambio di direzione, ci lanciamo dritti nelle braccia della diciottenne e di sue due amiche. Un po’ come cadere dalla padella alla brace, anche se le tre ragazze sono, ad onor del vero, tutte carine.
(...)
Si entra rigorosamente a coppie, che poi all’interno possono essere mantenute o meno. La prima visione del gran patio che si apre sul retro del locale è di quelle infernali. Rimango basito di fronte alla rappresentazione cubana di un girone infernale dantesco (quello dei lussuriosi, ovviamente), un’immagine che s’imprime con forza nella memoria. Saranno le luci stroboscopiche, o la musica assordante, ma quell’oceano di tavolini dove coppie di stranieri più o meno vecchi e cubane più o meno giovani consumano un rito orgiastico di languidi baci e provocanti toccatine è un’istantanea che si stampa con forza sulla retina, lasciandomi sconcertato. Nessun giudizio negativo, solo lo sguardo sorpreso di chi si crede solo uno spettatore.
Purtroppo non lo sono, e sono anch’io parte integrante di questa scena. Cercare d’imporre a quest’universo differente la mia voglia esclusiva di bere, chiacchierare e ballare, non è semplice, perché mille sono le tentazioni, dallo sguardo sempre più abbattuto della mia compagna, alle proposte provocanti sussurrate all’orecchio da altre ragazze, di cui alcune veramente belle. Alla fine, quando saluto Yanilka (la cugina della diciottenne che mi è rimasta vicina tutta la serata) e mi dirigo verso casa, mi sento sollevato.
Da annotare, prima di andare a dormire, che la diciottenne è entrata nella Vasca con un signore italiano sui sessant’anni. Dopo un’ora erano già scomparsi. Gli italiani hanno fama d’essere quelli che si godono maggiormente questa situazione di promiscuità sessuale, i principali clienti delle giovani ragazze cubane. Non sono pochi i sessantenni che vengono a spassarsela a Cuba con ragazze che non hanno nemmeno vent’anni.

Domenica 11 novembre – Playa Santa Lucia
Quando ci apprestiamo a fare colazione abbiamo gli occhi pesanti ed assenti… vedono ancora procaci corpi offerti in cambio di pochi pesos. Giovanni è messo un po’ meglio di ieri, ma il viso è ancora molto pallido. A dispetto di tutto, oggi si parte per Playa Santa Lucia, viaggio di 110 chilometri da compiersi in macchina in compagnia del cugino di Rafael (40 CUC per singola tratta).
Rafael ci ha presi in simpatia e scherza volentieri con noi, scherzi e risate che continuano fin sulla porta di casa al momento della partenza. Sedute oltre l’uscio, ci sono tutte le donne di casa, dalla figlia di sedici anni alla nonna più che settantenne. Tutte ci salutano con un affetto che sembra autentico.
La giornata non è delle migliori, con molte nuvole isolate che corrono veloci in cielo. Sulla macchina, una scassata “cosa” bianca ben più vecchia di me, c’è, oltre al cugino di Rafael, anche un altro cubano. La sua guida è pessima e ce ne accorgiamo ampiamente quando andiamo ad arenarci contro un cumulo di terra a lato di una strada sterrata che avevamo preso per sfuggire ai controlli delle polizia. Nella manovra per sottrarci all’abbraccio del cumulo di terra, rompiamo anche qualcosa a livello di semiasse. I due cubani si trasformano in solerti meccanici e cominciano a lavorare sulla macchina, che così messa di traverso blocca anche la strada. Siamo dispersi in mezzo a dei campi infinitamente pianeggianti di canna da zucchero, ben lontani da Camagüey. La sosta non voluta mi piace, suona molto di Cuba. Nel tempo necessario a sistemare la macchina e rimetterla in strada, due autocarri giungono dalla parte opposta. Per superare il blocco compiono manovre azzardate a bordo strada, molto rischiose per i loro mezzi. Ma qui a Cuba è così. Nessuno dice niente ai nostri due autisti, nessun motto di fastidio, nessuna insolenza. Tutti si tirano su le maniche e cercano di risolvere a modo loro la situazione, arrangiandosi.
(...)
Playa Santa Lucia è una lunghissima lingua di sabbia bianca su cui sono stati costruiti svariati residence occidentali, per lo più in stile all-inclusive. Oltre a questi c’è anche un piccolo villaggio cubano, fatto per lo più da case popolari in stile russo, ed alcune altre strutture e servizi utilizzati sia dai cubani che dagli stranieri. Più per i cubani, però, visto che gli stranieri preferiscono starsene rinchiusi all’interno dei residence. Siamo in ogni caso nel periodo di bassa stagione, quindi di persone in giro non ce ne sono. Alloggiamo in una Escuela de Turismo, una sorta di scuola alberghiera che mette a disposizione dei clienti delle stanze da motel americano per un prezzo di per sé accettabile (45 CUC per una stanza con tre letti).
(...)
Al calar del sole comincia a fare anche fresco. Io e Joe decidiamo di partire alla scoperta del luogo. Camminando lungo la strada che corre dietro la fila di residence affacciati sul mare, scopriamo la Cafeteria El Rapido, subito dietro la Escuela, punto di ritrovo per molti cubani prima di cena, ed altri due locali dove passare la serata. Quando ritorniamo fuori con Sebastiano per mangiare troviamo però un po’ di difficoltà, vuoi perché “il cuoco se n’è già andato” o perché il locale è proprio chiuso. Ci accorre in aiuto la Cafeteria El Rapido, aperta 24 ore su 24, che offre tra le sue specialità delle pizze congelate a basso prezzo. La pizza o il panino da El Rapido diventano così un’istituzione di Playa Santa Lucia.
Al momento d’ordinare le pizze, ci scontriamo nei pressi del bancone con Wendy, la procace mulatta che ci aveva abbordato a Camagüey il giorno prima di partire per l’Oriente (quella che parla perfettamente italiano e vive a Bergamo). È in compagnia d’alcune amiche ed è, come la ricordavo, molto aggressiva nel modo di proporsi. Tra le sue amiche, una è quella che le faceva compagnia il giorno del primo incontro a Camagüey, un po’ grassottella, bianca, timida e riservata, l’altra è una ragazza dai capelli ricci, carnagione lievemente imbrunita e modi di fare schietti e simpatici. Chiacchieriamo con loro finché mangiamo le pizze, scoprendo le opportunità notturne di Playa Santa Lucia. M’immaginavo un posto sufficientemente smorto ed invece mi ritrovo, dando ascolto a Wendy, un angolo di mondo vitale, anche se forse un po’ costretto alla monotonia.
(...)
Sono l’unico a voler vedere con i propri occhi cosa può offrire Playa Santa Lucia. Sono sufficienti, per fortuna, un paio di provocazioni per convincere Giovanni a rivestirsi e seguirmi (Joe è stranamente privo di forze, non è da lui). Oltre l’ingresso della discoteca Mar Verde si apre un patio spazioso e molto affollato, dove la musica s’accompagna perfettamente ai mojitos che si possono ordinare al bancone del bar. Il posto viene subito rinominato la Tana dei Lupi per la presenza d’abili jineteras sia fuori dal locale, pronte ad agganciare qualcuno che paghi loro l’entrata (1 CUC), sia dentro, appostate appena oltre la linea dei tavolini con lo sguardo attento. Siamo entrambi molto stanchi, quindi abbiamo solo voglia di bere qualcosa ed osservare. Le prime due che ci assalgono vengono quindi scacciate con una tranquilla indifferenza. Poi arriva Wendy con tutte le sue amiche, un contatto comunque rapido perché sono già tutte sedute a dei tavoli con altre persone, e poi inizia uno spettacolo di intrattenimento su un grande palco posto alla fine del patio. Ad un corpo di ballo composto da tre ragazze e tre ragazzi, si alterna un frontman che interpreta canzoni d’amore sufficientemente melense.
Mentre guardo con attenzione lo spettacolo, numerose altre ragazze guardano me ed iniziano a gironzolarmi intorno. Respingo tutti gli assalti fino a che a chiedermi se voglio compagnia non si presenta Giudenia, una ragazza mulatta dal sorriso dolcissimo. Subito penso che nel chiacchierare non c’è nulla di male e ricambio il sorriso. Scambiamo però solo qualche parola, salvato da Joe che mi annuncia che è stanco morto e che andrà a casa. Mi risveglio così dall’incantesimo e trovò la forza per salutare Giudenia e seguire l’amico fino all’Escuela.

Lunedì 12 novembre – Playa Los Cocos
Spira un vento forte che spazza con intensità le palme e la spiaggia. Il cielo è un muro compatto di nuvole grigie che corre veloce, lasciando veramente poco spazio alla nostra voglia di sole. Ugualmente, dopo colazione, decidiamo d’andare a Playa Los Cocos, l’ultimo lembo di Playa Santa Lucia, proprio di fronte allo stretto di mare che conduce alla baia di Nuevitas. Per raggiungerlo bisogna percorrere sei chilometri su una strada sterrata che corre parallela al mare ed alla spiaggia, quest’ultima ridotta in alcuni punti ad uno stretto passaggio roccioso. Per arrivare a Playa Los Cocos si può prendere un taxi (5 CUC a tratta) oppure un carro trainato da un cavallo, però non di quelli rudimentali che utilizzano spesso i cubani per spostarsi, ma di quelli ricercati fatti ad uso e consumo del turista (3 CUC a persona per tratta, con eventuale sconto per una corsa d’andata e ritorno). Scegliamo la prima soluzione ed arriviamo veloci alla spiaggia. Ci troviamo di fronte una vera spiaggia caraibica, con il mare azzurro, la sabbia bianca e le palme verdi che svettano in fila a pochi metri dall’acqua. Manca solo il sole, ma in cielo le nubi sembrano piano piano diradarsi e siamo fiduciosi. Un paio di locali di legno, con annessa ampia veranda, completa il quadro caraibico che questo posto idilliaco offre.
(...)
L’idea sarebbe quella di proseguire la serata alla “Tana dei Lupi”, ma, come d’abitudine, Giovanni e Sebastiano cercano di tirarsi indietro al momento di uscire. Anche questa volta bastano due paroline provocatorie e li vedo alzarsi dal letto e cambiarsi per uscire. La Tana è parzialmente vuota, soprattutto di stranieri. Ci entriamo in compagnia di Wendy e delle sue amiche (anche la ragazza riccia del giorno precedente), più una ragazza minuta molto carina che avevamo prima adocchiato al El Rapido. Se ne stava fuori dal locale ad aspettare proprio l’occasione per entrarci, trovata nella magnanimità gioviale di Giovanni.
La tipa si attacca comunque al braccio di Sebastiano, lasciando un po’ deluso l’altro compagno. Balenottera mi affianca, mentre Joe è conteso da Wendy e la ragazza dai capelli ricci. Dopo poco inizia lo spettacolo, sostanzialmente identico a quello del giorno precedente, e ci sediamo tutti ad un tavolo per godercelo. Quando mi rialzo per andare a bere il secondo mojito della serata in compagnia di Giovanni (avevamo scommesso sul Monday Nights ed ho vinto), incontro Giudenia, bella come la ricordavo. Iniziamo a parlare, prima al bancone e poi ad un tavolo, una chiacchierata tranquilla, leggera, allietata dal suo bel sorriso. Purtroppo, dopo poco mi chiede se voglio continuare la bella serata in una casa particular ed ad un mio rifiuto mi saluta per andare a cercare un nuovo uomo. La stessa sorte capita a Sebastiano, che dopo essersi distaccato dalla tipa minuta decide di tornare a casa a dormire. Io invece rimango seduto al tavolo e mi godo i tentativi di Wendy di farsi Giovanni e le sue strategie per cercare di sfuggirle. Purtroppo per lui la ragazza dai capelli ricci dedica le sue attenzioni ad un tedesco con cui esce costantemente da una settimana. Con il prosieguo della nottata Wendy è sempre più incontenibile, Joe sempre più frustrato, la Balenottera non mi rivolge la parola perché l’ho abbandonata, Giudenia limona piacevolmente con un altro straniero ed io mi sento piacevolmente bene. Vai a vedere in che strane lande del pensiero conducono sette mojitos.

Martedì 13 novembre – Playa Los Cocos/2
La giornata questa volta è splendida, con solo poche nuvole sparse che raramente adombrano il sole. Corriamo veloci verso Playa Los Cocos, in modo da sfruttare al massimo tutto il tempo a nostra disposizione. La spiaggia ci concede tutto il suo fascino caraibico che ieri ci aveva solo preannunciato.


La Catedral de Nuestra Señora de la Asuncion sorge sul lato meridionale del Parque Cespedes.
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La vera Playa Maguana è un'altra cosa, ma questo piccola mezzaluna di sabbia bianca, pur sporcata da molti residui vegetali, ha un fascino del tutto particolare.
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Veduta di Playa los Cocos, una bella spiaggia candida affacciata sull'imboccatura della Bahia de Nuevitas.
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Vecchio 05 Dec 2009, 13:48   #10
 
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Mercoledì 14 novembre – Havana
Nubi plumbee gravitano ancora sulla capitale, ma hanno già scaricato a terra molta dell’acqua che trattenevano. Per 5 CUC ci facciamo portare all’Havana Vieja da un tassista piuttosto ciarliero che cerca di fare il simpatico ad ogni occasione, qualche volta scadendo nelle tipiche volgarità cubane che sento ormai familiari. Troviamo da dormire in O’Reilly, proprio nei pressi del Floridita. È una casa piuttosto vecchia, che odora di vera Cuba. La padrona si chiama Graciela ed è una signora con i capelli bianchi, un bel sorriso ed i modi gentili.
(...)
La casa si trova vicino al Parque Central, quindi giusto nello spartiacque tra l’Havana Vieja e il Centro Havana. Proprio in questa seconda parte decidiamo d’incamminarci. Sono appena le otto e i nostri iniziali sforzi di trovare un posto dove bere un caffé sono inutili. Camminando così siamo invece facile bersaglio di alcuni jineteros. L’esperienza acquisita durante il viaggio ci permette di liquidarli con una certa facilità.
Continuando a vagare per le vie decadenti del Centro Havana, giungiamo nei pressi del Malecon. La vista sul Morro alla nostra destra e sulla skyline del Vedado alla nostra sinistra è affascinante, così baciata da un sole che s’impone in un cielo ormai completamente sgombro di nubi. Lungo il Malecon gli edifici sono perlopiù fatiscenti, ma nell’insieme il tutto appare avvolto da un’atmosfera seducente.
(...)
Risalendo Calle Agromonte sfiliamo in parte al Memoriale del Granma, l’imbarcazione che portò Fidel ed i suoi Barbadus fino a Cuba, e ci addentriamo nuovamente nell’Havana Vieja. Inizialmente le strade che percorriamo sono circondate da edifici ancora non restaurati, affollati di persone e con gli indumenti stesi tra le finestre ad asciugare. Per alcuni versi mi ricordano Napoli. Poi però sbuchiamo in Plaza Cattedral e l’Havana Vieja comincia ad esibire tutte le sue meraviglie. La piazza è circondata da edifici coloniali splendidamente restaurati e dalla facciata barocca della Cattedrale de San Cristobal de la Habana, un vero spettacolo per gli occhi. Ce ne rimaniamo lì seduti a goderci la piazza assolata per molto tempo, in continua compagnia dei molti turisti che vagano con il volto perennemente rivolto all’insù.
L’Havana Vieja è tappezzata di bellissime piazze circondate da edifici coloniali. Plaza de Armas, più ampia della precedente e riccamente alberata, è dotata di uno zocalo centrale ornato di panchine di pietra. Tra questa e il Parque Central s’allungano alcune vie piene di vita. La pedonale Obipso brulica di persone in cammino e di polizia in attesa ad ogni incrocio. Per questo l’Havana Vieja concede una sufficiente tranquillità ai turisti, che possono camminare senza essere troppo assillati dagli jineteros.
(...)
Giovedì 15 novembre – Saluti a Seba
Come consuetudine, mi sveglio prima degli altri e passo il tempo solitario che così mi è concesso dondolandomi docilmente sulla sedia a dondolo, immerso nella passione scrittoria. Adoro questi attimi di profonda interazione con il viaggio che sto vivendo. La scrittura mi permette d’approfondire la conoscenza con il “me stesso cubano”, di gestire e rendere più reale quel mare di sensazioni che il mio corpo e la mia mente hanno appena vissuto. È rendere sublime ciò che prima era solo meraviglioso.
L’obiettivo del giorno è determinato dalla voglia di Seba di comprare qualcosa da portare con sé in Italia. Vaghiamo così in cerca di regali, prima in un piccolo mercatino in Obipso, poi al Palacio de los Artesianos e nel vicino mercato, poi in tutti i negozietti di prodotti artigianali che si aprono lungo le vie principali dell’Havana Vieja. Abbiamo anche il tempo di percorrere le strade del Centro Havana alle spalle del Capitolio. Qui però c’è poco da comprare. Si possono solo ammirare i palazzi non restaurati e farsi ammaliare dall’atmosfera decadente che tanto si associa a questa bizzarra capitale caraibica. Qui le strade sono affollate di vera umanità cubana, quella che pranza a base di pizza e panini e beve succhi di frutta sulla strada. Camminando senza una vera meta, scopriamo la Chinatown Habanera, dove campeggiano le insegne rosse scritte in doppia lingua e le molte persone che s’incrociano hanno tratti orientali.
L’ora della partenza di Sebastiano giunge troppo velocemente ed è condita da quella immancabile tristezza che accompagna sempre una separazione. C’abbracciamo sulla porta della camera e poco dopo lo vediamo salire sul taxi che lo porterà all’aeroporto.
(...)
La zona tra Plaza Vieja e Plaza San Francisco d’Assis è un’area dove i lavori di restauro degli edifici proseguono da tempo a ritmo incalzante, trasformando le vie acciottolate in un mondo incantato ricco di colori. Alcune piccole piazzate si fanno largo ogni tanto tra le case, piccoli spazi aperti con alcune panchine e qualche albero. In uno di questi troviamo la possibilità d’immergerci nella scrittura e nella lettura, riprendendo confidenza con il nostro personale modo di viaggiare in coppia.
(...)
Dopo cena scopriamo che le strade dell’Havana Vieja sono perlopiù vuote e che le poche persone che incrociamo sono tutte dirette a Plaza de Armas. Nella piazza troviamo una lunghissima fila di persone in attesa di giungere ai piedi di un grande albero chiuso all’interno di un giardino. Qui tutti compiono tre giri intorno al fusto, esprimendo ad ogni giro un desiderio. La fila si muove con estrema tranquillità, un brulicare sommesso e soave, chiuso all’interno di un percorso recintato, controllato da un buon contingente di sonnacchiosi poliziotti. Le panchine della piazza sono un buon posto dove osservare il compiersi di questo rito sacro ed attendere che giunga l’ora per tornare a casa senza sentirsi dei vecchietti. In realtà Giovanni sembra tornato quello di una volta e spinge per rimanere all’aperto per assaporare della nuova vita cubana, ma sono troppo stanco per dargli retta.

Venerdì 16 novembre – Giornata nera
(...)
La giornata è già avanzata quando ci alziamo dal tavolo, per questo decidiamo di puntare subito verso la stazione centrale dei treni, da dove partono gli omnibus per Playa de l’Este (il numero 400). Appena giunti sul posto ci offrono un passaggio in macchina fino alla spiaggia per 10 CUC, ma noi puntiamo alla corriera, dove paghiamo solo 2 CUC.
Già dalla partenza siamo stipatissimi, ma ad ogni fermata lo diventiamo sempre di più, fino a livelli da sardine in scatola. Il viaggio però mi piace, perché ha il sapore della vera Cuba e perché finalmente mi sento integrato in qualcosa. Purtroppo questo bel momento d’integrazione non è destinato ad avere un lieto fine. In un momento in cui la carica di persone mi fa perdere momentaneamente l’equilibrio, costringendomi ad utilizzare entrambe le mani per non cadere, il borsello mi viene allontanato ad arte ed in pochi secondi mi viene rubata la macchina fotografica. Me ne accorgo immediatamente, ma ormai è troppo tardi.
(...)

Sabato 17 novembre – Verso ovest
Camminare oggi per le strade affollate di l’Avana è un po’ meno piacevole di quanto lo sia stato ieri: ho una paura fottuta di essere nuovamente derubato. Stringo ossessivamente il borsellino e ne controllo il contenuto quasi ad ogni secondo. La paranoia s’è impadronita dei miei pensieri. Vivere nella paura è il miglior modo per vivere male la propria vita.
Al momento di salutare l’Avana, sulla porta della casa particular Graciela ci saluta con affetto, baciandoci ed abbracciandoci. Bellissimo l’augurio a Giovanni: “Mantieni sempre quel sorriso”, ovviamente accompagnato dall’immancabile “State attenti alle vostre cose, che qui a Cuba se possono ve le rubano”. Saggio avvertimento che ho già disatteso.
(...)
Partiamo per Viñales a bordo di una corriera vuota e con un’aria condizionata mantenuta a livelli umani. Mi addormento quasi subito, per poi risvegliarmi quando corriamo tra campi di canna da zucchero e banani, con una schiera di montagne a chiudere la visuale verso nord. Le pareti di roccia sono ammantate completamente di un verde più scuro di quello delle coltivazioni a fondo valle, racchiuse totalmente nell’abbraccio di una vegetazione ancora selvaggia. Queste montagne, così diverse da quelle a cui sono abituato, in cui il limite della vegetazione è sempre perfettamente visibile, mi affascinano.
Si giunge a Pinar del Rio senza aver praticamente mai imboccato una salita, una corsa tranquilla sull’autopista che conduce verso ovest. Da qui, per raggiungere Viñales, bisogna invece affrontare le montagne. La strada è un serpente pieno di curve che sale in mezzo alla vegetazione compatta. Giunti in cima al passo s’iniziano ad intravedere i Mogotes che tanto hanno reso famoso questo angolo di Cuba, montagne carsiche che si levano dalla valle verde e rossa come tanti grandi panettoni: lo spettacolo è notevole.
(...)
Fondamentalmente Viñales è una via, o poco più. Un piccolissimo centro costituito da una piazza ed una chiesa e tutt’intorno molte casas particulares pronte ad ospitare i tanti turisti che giungono da queste parti. Quanto è diverso questo tranquillo villaggio di provincia dalla turbolenta l’Avana. Con il solito passaggio tra casas particulares amiche, giungiamo a Villa Yolanda, una tipica costruzione di Viñales, con le pareti colorate di un intenso colore azzurro ed una veranda tinta di bianco. Qui ciondolano le consuete sedie a dondolo, riposo per le immancabili vecchiette che chiacchierano allegramente tra loro aspettando la sera.
(...)

Domenica 18 novembre – Valle di Viñales
Ci svegliamo con una sola idea in mente: vagare per la Valle di Viñales in sella ad una bicicletta. Vestiti di quella giusta calma che rispetta i ritmi del paesino, ci concediamo un’abbondante colazione a base di frutta fresca e poi noleggiamo due biciclette (0,75 CUC all’ora) proprio sulla strada principale. La tosse è nuovamente peggiorata, quindi, prima di partire verso nord in sella ai bolidi cinesi appena noleggiati, faccio un salto in farmacia. La trovo un po’ scarna di medicine, ma la tipa al di là del grande bancone di legno mi serve con un bel sorriso e con una sana raccomandazione: non bere alcolici mentre prendo le pastiglie di fosfato di codeina che mi ritrovo tra le mani, antitossivo e analgesico (le uniche parole riportate sulla scatola, di altre indicazioni neanche l’ombra).
Qualcuna tra le varie signore che animano Villa Yolanda ci ha consigliato di andare in un posto chiamato Rebalosa, una serie di piccole cascate, ed annesse pozze d’acqua, dove è possibile fare il bagno. Il posto dista una quindicina di chilometri dal centro della cittadina, oltre il brutto agglomerato urbano di Repubblica de Chile. Ma altro non sappiamo, solo un’indicazione generica sul numero di ponti da attraversare prima di trovare il fiume giusto. È bello partire così a caso, all’avventura, solo con il gusto d’assaporare la libertà che la bicicletta ci concede, o d’assaporare anche solo lo scorrere del vento che ci scompiglia i capelli (i miei non tanto, visto che ne ho assai pochi).
Così sollevati partiamo verso ovest, alla scoperta della valle cinta da montagne, pronti a goderci ogni minima pedalata di questo rilassato peregrinare, estasiati da ogni cambio di visuale, sempre sospeso nel contrasto di colori tra la terra rossa e la vegetazione con svariate tonalità di verde. Prima d’inseguire il miraggio di Rebalosa, proseguiamo lungo la strada principale che, in direzione nord, passa a lato della Cueva dell’Indio. Il paesaggio bucolico che attraversiamo è talmente intenso che pare di respirarlo ad ogni boccata, un’atmosfera tangibile in sintonia con la natura, fatta di carretti trainati da cavalli o buoi, o di campesinos intenti ad irrigare i campi a mano con una canna di gomma. In breve i Mogotes, prima solo lontani a fare da sfondo al paesaggio, si alzano sopra le nostre teste con le loro pareti verticali, avvolgendoci nell’ombra. Sono i veri signori di questa landa meravigliosa, fantasiose formazioni rocciose che continuano a scorrere lungo tutto l’orizzonte, cambiando il paesaggio ad ogni sguardo.
Ad un tratto svoltiamo a sinistra, prendendo la via che porta ad Ancon. Le montagne si stringono intorno a noi e la strada comincia a salire. Troppo per le biciclette che ci troviamo sotto il sedere, e forse troppo anche per le mie gambe poco allenate. Ritorniamo quindi verso Viñales e puntiamo poi decisi verso la nostra iniziale meta. Qui la strada scorre nella parte centrale della grande valle, con solo pochi Mogotes ad osservare da vicino il nostro pedalare. Ugualmente la strada è un continuo sali e scendi. Come sempre, abbiamo scelto una via per nulla battuta dai turisti e questo ci trasmette la sensazione di essere maggiormente integrati nel mondo che percorriamo. Salutiamo e veniamo cortesemente ricambiati da tutte le persone che incrociamo, molti a cavallo, in sella ad una sgangherata bicicletta o su un carro trainato da buoi. Tutti ci guardano un po’ sorpresi, ma il sorriso che appare presto sul viso bruciato dal sole appare veramente sincero. I più gioiosi nel salutarci sono i bambini, che giocano sulla porta di casa, nell’antistante giardino, o direttamente sulla strada. Le case sono isolate le une dalle altre, separate da campi e campi di canna da zucchero, yucca, fagioli, tabacco.
Continuando a pedalare, giungiamo nei pressi del ponte che ci avevano indicato, sotto il quale, ad una decina di metri, scorre il fiume che da vita, con una piccola serie di cascate, a qualche bella pozza d’acqua. Un sentiero ci porta alla base del ponte, un sicuro ritrovo per cubani, viste le tracce di un focolare e la presenza di qualche bottiglia di birra. Giovanni si lancia, come d’abitudine, in acqua, mentre io rimango sulla riva a pensare. Quanto io sono meditativo, Giovanni è sportivo. I nostri due caratteri si delineano sempre perfettamente quando stiamo insieme.
(...)
Di sera a Viñales non c’è molto da scegliere. La vasca degli squali per donne (così avevamo chiamata la sera prima il Centro Culturale Polo Montañez) sembra l’unica possibilità. Altro gruppo musicale, i soliti balli tra cubani e straniere e l’assoluta mancanza di abbordaggi. Se questo non fosse sufficiente, ad un certo punto la pista si riempie di stranieri, che superano abbondantemente in numero i cubani. La salsa ballata da una occidentale è uno sfregio alla bellezza, un insulto alla sensualità, uno schiaffo alla sinuosa eleganza delle cubane. Una cosa talmente brutta da vedere da far girare storta un’intera serata.

Lunedì 19 novembre – Cayo Jutias
Alle nove passa a prenderci un taxi che ci condurrà a Cayo Jutias, un isolotto ad una cinquantina di chilometri da Viñales. Ad attenderci una finissima sabbia bianca, tra le più incontaminate di Cuba.
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Cayo Jutias è una vasta isola sabbiosa coperta da mangrovie nella parte interna, un’intricata biocenosi fatta di radici aeree ed acqua stagnante. Nella parte esterna, verso nord, l’isola è invece ricoperta di una bassissima vegetazione erbacea, spesso strisciante. Da questo lato la costa offre al mare le spiagge bianchissime che l’hanno resa meta ambita per i turisti. La sabbia finissima è l’universo di numerosi granchi, che scavano operosi di continuo, apparendoti a lato quando meno te lo aspetti. Sono degli animaletti molto buffi ed attraggono spesso la mia attenzione. Il mare è cristallino, con due tonalità d’azzurro a seconda del fondo, sabbioso o roccioso. A parte per qualche costruzione ricettiva di legno ed una serie di sdraio di plastica, il luogo è di per sé poco antropizzato, con una vegetazione costiera tra le meno intaccate dall’uomo. Agli occhi di un occidentale potrebbe quindi apparire scarna, ma a me trasmette una pace interiore molto profonda.
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Martedì 20 novembre – Ozio e sport
Il vero ultimo giorno di viaggio. Gli altri due sono solo un avvicinamento a casa.
Voglio vivere in tranquillità ogni secondo che scorre, sentendomi padrone del mio tempo. So che è questo che inizierò perdere quando sarò in Italia. Mi sveglio quando ne sento l’esigenza, faccio colazione e mi preparo alla giornata con tutta la calma che Cuba mi ha trasmesso in questo mese di viaggio.
All’Hotel Eremita, almeno da quanto ci hanno detto, c’è un campo di tennis. Lo troviamo in condizioni disastrose, ma all’hotel ci accolgono sorridenti e disponibili, una accoglienza cordiale che mi coglie di sorpresa. Il posto è davvero molto lussuoso e m’aspettavo un certo distacco per due “straccioni” come noi. Subisco una sonora lezione di tennis, ma il panorama offerto dalla veranda del bar dell’hotel mi restituisce il buonumore. Quando riscendiamo verso il centro di Viñales, lo troviamo molto affollato di cubani e stranieri. Non devono essere molti quelli che lavorano.
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Tornando indietro si passa nelle vicinanze di una vecchia casa di legno immersa nel verde. È il giardino botanico di Viñales, di proprietà di due vecchie signore che si prendono cura delle piante ormai da decenni. Ad aiutarle ci sono ora anche alcune giovani ed una di queste ci accompagna nella visita. Pur essendo carina, i suoi modi sono un po’ freddi e frettolosi. Alla fine la sua guida è solo un elencare in modo automatico i nomi delle varie piante che incontriamo lungo il cammino. Il giardino è abbastanza esteso ed letteralmente invaso da piante di tutto il mondo, che crescono le une appresso alle altre gettando un’ombra totale sui sentieri che si snodano tra i mille fusti. Tra le varie piante di cacao, dell’albero qui chiamato mamey, di caffé e di banano, ci sono anche piante esotiche come l’ocra africana (da cui si ricava il gombò) e la pianta del durian (il frutto maleodorante così apprezzato nel sudest asiatico). Terminato il giro è possibile assaggiare molti frutti prodotti dal giardino, o anche solo osservarli in esposizione su un tavolino. (...)

Mercoledì 21 novembre – Ritorno all’Avana
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Poco prima di mezzogiorno, contando sul fatto che a l’Avana ci andremo in taxi (in quattro si pagano 15 CUC a testa, ma arrivando direttamente dove si vuole non si deve pagare un taxi nella capitale: alla fine si paga lo stesso prezzo di un viaggio con una corriera Viazul), partiamo a piedi verso ovest. La strada si estende piana e pressoché rettilinea puntando dritto alla fine della Valle. Ai lati si estendono i soliti campi coltivati, che alla nostra destra terminano sotto le vicine pareti dei Mogotes. A sinistra, invece, le montagne che dividono Viñales da Pinar del Rio sono lontane e lasciano scorrere lo sguardo lungo i campi ondulati, dove a tratti si offrono alla vista gruppi di palme reali cubane, stupende colonne che si stagliano eleganti contro il cielo.
La meta del giorno è il Mural de la Preisthoria, un enorme dipinto disegnato sulla facciata di un Mogote. È una delle attrattive più reclamizzate di Viñales, e per questo più a misura di un ipotetico turista medio. Ma non è il grande murales in se stesso ad interessarci, è arrivarci camminando, assaporando gli odori, i suoni, le sensazioni sulla pelle di questi ultimi momenti cubani. La strada per il murales diparte dalla principale qualche chilometro fuori Viñales e si getta dritta tra due imponenti Mogotes. Il paesaggio è di quelli da mozzare il fiato. Non è un caso che Viñales venga considerata uno dei posti più belli di tutta Cuba, almeno da un punto di vista naturale. Cominciamo a camminare in tratti ombreggiati dai possenti Mogotes, ma perlopiù veniamo baciati durante il cammino dai raggi del sole. Non ci vuole molto, nemmeno un chilometro, per iniziare ad intravedere il murales, un insieme di colori che ritraggono alcuni passaggi dell’evoluzione, dalla nascita della vita all’uomo. C’è da pagare il solito peso per avvicinarsi al murales, così optiamo per guardarlo solo da lontano, da un punto dove lo si può ammirare in tutta la sua interezza. Non che l’opera mi riempia di soddisfazione, ma tutto sommato non sfigura all’interno del quadro naturale in cui è stata inserita.
(...)
Graciela è felicissima di rivederci e la sua accoglienza è veramente molto affettuosa, come fossimo già due persone di casa. La nostra stanza infatti è libera, tenuta in serbo per ospitarci nuovamente.
Per l’ultima notte all’Avana non abbiamo molte aspettative. Più volte si era parlato di fare un giro nel Vedado, ma ora entrambi abbiamo voglia di stare calmi con i nostri pensieri, un modo per rielaborarli ed assaporare il piacere durato un mese di questo lungo viaggio. Cena all’Hanoi e poi camminata per le strade dell’Habana Vieja, che risultano sempre estremamente tranquille. In Plaza Vieja, al ristorante Santo Angel, suona un complesso di quattro ragazze, un quartetto di fiati (flauto traverso, clarinetto, oboe e fagotto) la cui musica si diffonde per tutta la piazza e per le vie adiacenti. Suonano sia musica tradizionale, sia internazionale, il tutto in modo splendido. Ci facciamo catturare dalla loro musica e ci sediamo ad un tavolo. È un divino piacere ascoltarle sorseggiando un daiquiri.
(...)

Giovedì 22 novembre – Ultimo giorno
(...)
Alle undici devo anche mollare tutte le contrattazioni perché abbiamo un appuntamento che non possiamo disattendere. La sera precedente Graciela, notando il mio piacere nell’ascoltare la musica cubana, mi aveva chiesto se ero interessato ad ascoltare dal vivo qualche canzone suonata da un suo caro amico, a detta sua molto bravo. È bastata una telefonata per accordarsi per l’indomani.
È così che tornati a casa facciamo la conoscenza di Raul e sua moglie Gloria, due simpatici ottantenni dall’aria vispa e lo sguardo umile. La stessa umiltà Raul la trasmette nel modo di suonare la chitarra, che tiene stretta in un abbraccio con delicatezza ed in cui lo scorrere delle dita sulle corde sembra più un insieme d’effusioni e carezze. Nell’ora e mezza che gli concediamo (che ci concediamo) ci introduce con vivo successo nella magia e nel calore della Trova cubana. L’atmosfera nella casa è di quelle da sogno, con Raul intento ad intervallare la poesia e l’armonia delle ballate cubane con qualche aneddoto sull’origine della canzone di turno, Graciela che ogni tanto si siede in parte a lui e lo accompagna con un’incantevole voce da soprana, Gloria che intervalla il tutto chiacchierando spigliata con Giovanni per dare tempo al marito di riprendere fiato. Terminato il piccolo concerto personale, Raul, con quel suo fare timido e compassato che così tanto lo caratterizza, mi chiede se sono interessato a comprare un CD di molte delle musiche che mi ha proposto. Non ho dubbi nell’accettare, certezza che si consolida quando Graciela mi confessa che i suoi due amici non se la passano molto bene con il denaro. Quando metto nelle mani di Raul i 10 CUC che mi chiede, sul suo volto si dipinge un’espressione di vera commozione, che mi scioglie il cuore. C’abbracciamo in modo deciso e mi rendo conto che in quelle due ore che siamo stati insieme si è instaurato un profondo rapporto tra un ottantenne cubano dal grande talento artistico e molti problemi di soldi ed un ascoltatore italiano giovane e con un portafoglio più che pieno. Ciò che mi entusiasma è che entrambi ci sentiamo in dovere di ringraziare l’altro e lo facciamo ad ogni occasione.
Prima di andarsene, Raul, Graciela e Gloria, saputo che l’indomani avrei compiuto gli anni, mi cantano una canzone d’augurio. Poi Raul mi lascia con “Hasta siempre”, la canzone che più associo a Cuba.
Salutata la simpatica coppia e rimasti di nuovo soli, io e Joe decidiamo di separarci, ognuno con l’intenzione di godere a proprio modo le ultime due ore a Cuba. Giovanni si butta sul Malecon, io su una panchina nel Parque Central. Non sento ancora l’esigenza di partire. Lì seduto, guardo la gente camminare avanti e indietro, tra questi molti giovani vestiti con la divisa della scuola, quella ocra per i più grandi, quella rossa per i più piccoli. Ma ci sono da osservare anche le persone ferme sulle panchine, intente a chiacchierare oppure semplicemente a riposarsi all’ombra dei grandi alberi del parco. Non mi sono mai sentito veramente parte di questo popolo, ma ora la sensazione di essere un alieno spettatore è totale. Mentalmente forse ho già iniziato il viaggio verso casa, fatto che stride con la voglia fortissima di rimanere. Alla fine mi alzo e mi dirigo al luogo d’incontro con Joe. Quando vi giunge pure lui, rimaniamo seduti in silenzio fino al passaggio di una bella ragazza a giudizio insindacabile di entrambi. Dobbiamo aspettare oltre dieci minuti perché magicamente le belle ragazze sembrano scomparse dalla zona. Forse Cuba vuole trattenerci.
In aeroporto ci andiamo con un taxi ufficiale di un amico di Graciela. Non batte ciglio per l’accordo sui 15 CUC, il prezzo è quello per amici, dice, e non si contratta. Mentre vedo sfilare l’Avana fuori dal finestrino, apro il CD di Raul. I titoli sono scritti a mano con una matita blu, una scrittura in corsivo delicata come la sua persona. Il disegno di una bella bandiera di Cuba campeggia sopra i titoli, una scritta invece completa il foglio nella sua parte inferiore: “Con Respeto y Amor, Raul Perez Valdes”. Forse la vera Cuba s’incominciava ad intravedere.

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Vecchio 18 Jan 2010, 22:05   #11
 
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leggere questo diario è stato veramente molto piacevole... che bella dev'essere Cuba....
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