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Vecchio 17 Oct 2008, 10:19   #1
 
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Stavo per compiere i mie “primi” 30 anni e decisi di regalarmi un viaggio, uno di quelli che difficilmente si dimenticano, lontani, sognati e immaginati nei racconti degli altri. Da sempre avevo pensato alla mitica Patagonia, quella di Chatwin, quella di Sepulveda e anche di Jovanotti, insomma migliaia di km che mi avrebbero separato da casa, circondata solo dalle strade infinite dell’ultimo scampolo di Sud America. Purtroppo avrei dovuto aspettare circa 3 anni per poter realizzare questo sogno, poi, dopo quasi due mesi di organizzazione (avete mai pensato che leggere, informarsi, vedere foto, ascoltare racconti, sfogliare libri, cartine e atlanti sia la parte più bella del viaggio? Io sì e mi emoziona poi rivedere con i miei occhi tutto quello che cerco nelle foto, ed è un po’ come entrare nei libri stessi, come se un giorno aprendo un qualsiasi articolo o rivista o altro potessi trovare in quel punto del mondo la mia ombra, perché io ci sono stata), sono partita, anzi siamo partiti, io e il mio ragazzo.
Il caldo afoso di Buenos Aires ci accoglie quasi impreparati, insieme alla confusione, allo smog e al traffico davvero impressionante di una delle mille, colorate, sfuggenti, chiassose, città del sud del mondo. C’è una cosa che posso considerare come difetto: a me piace tutto. Ovunque sia stata, ogni luogo, ogni posto mi ha affascinato, incantato e meravigliato, alcuni subito, immediatamente sono entrati di diritto nel mio cuore, altri ci hanno messo un po’ di tempo, si sono lasciati studiare, capire e poi hanno conquistato la mia mente, così come quest’enorme capitale che assomiglia a Roma, la mia città. Buenos Aires è grigia (io lascio che siano i colori a definire i luoghi), odora (anche gli odori) di brace e suona di tango, malinconica, un po’ retrò, una signora degli anni ’30, che in alcune parti si riveste di parchi dove andare a passeggiare, di negozi d’alta moda dove strabuzzare gli occhi, e certo è appassionata di calcio e di un uomo solo: Maradona.
L’Argentina non è mai uguale a se stessa e allora, volando dalla capitale verso sud, arrivi lontano, lontanissimo... Ushuaia. Da quel momento in poi è stato un susseguirsi d’intense emozioni, ma come si fa a stare tranquilli se mentre si naviga nel Canal Beagle (ricordate un certo Darwin?) siete circondati dalla madre Argentina, dal vicino Cile e davanti a voi c’è il Polo Sud? E se si dice che è impossibile descriverlo è perché sono la pelle, gli occhi, il naso che sentono e vedono e si meravigliano di un posto così magico. L’aria è incontaminata, ancora, il cielo è davvero davvero infinito, le montagne maestose, l’acqua cristallina, il freddo pungente come di ghiaccio, e la sensazione di Fine del Mondo è reale e si sperimenta su se stessi. Certamente il turismo ha rovinato parte di quest’atmosfera, negozi di souvenir, indicazioni d’ogni bar, ristorante e altro alla fine del mondo, ma se si riesce ad escludere tutto questo, la favola ancora pervade il luogo, forse ancora per poco, ma io sono fiduciosa. C’è però un’altra cosa che lascia stupefatti, in questo la Natura non c’entra, e sono i resti di una civiltà spazzati via “dall’uomo bianco”. Un tempo in quei luoghi vivevano delle popolazioni, si sostenevano con la pesca, erano nudi cosparsi d’olio d’animale per proteggersi dal freddo e dall’acqua, primitivi certo, ma con la loro cultura e la loro storia; ora nessuno e dico nessuno esiste più, vengono i brividi a vedere quelle foto risalenti all’800 di uomini trattati come esseri da circo, morti per le nostre malattie e per la nostra ignoranza, ognuno di loro è sparito per sempre. E come sembrano ridicoli i pionieri del nostro mondo a combattere in una terra ostile, lontana dalla mente di chiunque e pronti ad impossessarsene, questo mette addosso una certa tristezza.
Il viaggio continua e, mentre mi allontano con la solita promessa di tornare (si lascia sempre qualcosa di non visto o non visitato alle nostre spalle perché sia il pretesto di un nuovo incontro), dall’alto dell’aereo intravedo ancora “il fuoco” di quella terra.
Patagonia, siamo giunti dove avevo sempre cercato d’essere, ora posso dire che era esattamente come lo avevo sempre sognato, di più forse, diversa anche, ma assoluta, maestosa, infinita, stellata, solitaria, la fine di ogni cosa e l’inizio di tutto. Scordatevi le cittadine turistiche che vi accoglieranno, i numerosi gruppi di ogni nazione del mondo convogliati in quei soli luoghi e concentratevi alla vista del Perito Moreno. Sapete che secondo il tempo il ghiacciaio acquista colori diversi? Per noi il cielo era plumbeo con la pioggia che cadeva fitta fitta e l’azzurro intenso del ghiaccio, che in alcune spaccature raggiunge il blu, fa quasi male agli occhi e per me anche al cuore. Potete goderlo seduti sulle panchine in attesa di sentire prima lo scricchiolio e poi il frastuono della caduta di alcune parti di esso oppure, e da fare in assoluto, prendere il battello che vi ci porterà di fronte. Con il vostro cappello, la sciarpa e i guanti, cercando di ripararvi dal freddo, avrete un’occasione unica di godere di quest’ultima speranza del mondo, l’unico ghiacciaio in continua espansione (non è più così, ndr), quindi vivo e vitale. Mi sono sentita come quando vidi per la prima volta le cascate del Niagara, o ancora di più quelle dell’Iguazù in Brasile, o Capo Aghulas in Sud Africa, o Cabo Da Roca in Portogallo, un tuffo nella più vera estasi, l’immensamente grande per l’immensamente piccolo, vale a dire io. Ma il bello doveva ancora accadere, il Lago Argentino ci avrebbe sbalordito: non crediate che visto un ghiacciaio gli altri si somiglino, non è così e mentre vi ci avvicinate, loro si fanno scoprire regalando iceberg grandi, piccoli, che ruotano su se stessi, sparsi ovunque, vicini o lontani, e sopra il cielo e sotto l’acqua sarete circondati. Il tempo ancora incerto ci ha regalato un grigio sfavillante del cielo e del lago, il blu del ghiaccio e una serie infinita di flash e di OHHH, esclamati quasi senza accorgersene.
Scegliere delle mete ed escluderne altre in un viaggio così lontano e impegnativo risulta quasi doloroso, e se ci sbagliassimo? Se ci fossero luoghi più belli e se non potessimo più tornare? Il Parco nazionale Torres Del Paine (Cile) è stato in assoluto la scelta migliore della mia vita, il luogo che più d’ogni altro ha segnato il mio essere “viaggiatrice”, i tre giorni che hanno reso questa terra la più spettacolare e incredibile che si possa raccontare. Siamo stati fortunatissimi, solo 1% dei visitatori riesce a vedere le torri, da cui prende il nome il parco e che sono una specie di stalattiti a montagna, di mattina; ebbene, noi siamo stati accolti da questa vista e visione, e il ragazzo che ci accompagnava si è persino stupito! Il parco è molto grande, frequentato da esperti della montagna e del trekking, ci sono dei pazzi che compiono l’intero giro seguendo una fantomatica “O” o una “W”, e sono tragitti da veri fanatici zaino in spalla, che dormono sotto un cielo incredibilmente nero e stellato, e ricordate, non le nostre stelle, qui si è dall’altra parte del globo! Anche noi ci siamo cimentati, ma nel percorso più semplice che ci ha portato in alto con una parte del parco ai nostri piedi; per me, che sono una vera pigrona, è stata la “soddisfazione” e… poi arrivava la notte con il suo assoluto silenzio e poi di nuovo il giorno e, mi credete? Vi prego di sì, ad ogni ora che passava questo luogo acquisiva una nuova vita, un nuovo aspetto, nulla era uguale a quella precedente. Ho le prove, foto scattate a centinaia perché era impossibile vederlo e rendersene conto, eppure era reale. Di solito non consiglio mai un luogo dove sono stata a discapito di altri, se qualcuno mi chiede dove andare io lascio che sia lo stesso protagonista del viaggio a scegliere, è l’istinto che deve prevalere, ognuno ha i propri gusti, ma questo parco, a detta delle guide il più bel parco del Sud America, non può non essere visitato almeno una volta nella vita. Zaino in spalla, gambe forti, macchinetta e mente pronta ad accogliere un’esperienza unica…
Oramai eravamo giunti al termine di questi incredibili giorni, dopo le lacrime versate all’uscita del parco (sono solita commuovermi alla vista o all’addio di luoghi che ho visitato, che devo fare, sono troppo sensibile ed è l’unico modo in cui riesco ad esprimere totalmente certe emozioni) e, passando di nuovo per Buenos Aires, abbiamo salutato l’Argentina.
Tornare? Spero un giorno! Raccontare? Lo sto facendo! Rivedere? Lo faccio con le foto! Sognare? Chiudo gli occhi!
Buon Viaggio

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