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| New Entry Età : 57 Residenza: Genova Registrato dal: 02-05-08
Messaggi: 14
| Ogni viaggio, ogni destinazione mi riserva emozioni diverse e il ritorno a casa reca inevitabilmente con sé riflessioni e bilanci. Svuoto il bagaglio dagli indumenti e dai souvenir e lo ritrovo più pieno di quando sono partita, così saturo di ricordi, di turbamenti e di arricchimento morale. Ande, perchè? Forse perché esse, con la loro magia e con la grande carica magnetica che possiedono, racchiudono l’essenza di quello che per me era un viaggio non solo inteso come scoperta di luoghi sempre sognati ma anche - o soprattutto - come simbolo di un immenso appagamento interiore che ero sicura mi avrebbero riservato. In ogni caso, però, un po’ di geografia spicciola è d’uopo. La Cordigliera delle Ande si estende per circa 7500 km. lungo tutta l’America Meridionale, dal Venezuela alla Terra del Fuoco e, data la vastità dei territori attraversati, vanta praticamente tutti gli ecosistemi possibili e immaginabili, clima e vegetazione diversi, morfologia che varia a seconda della latitudine. Essa rappresenta una specie di spina dorsale montagnosa che si affaccia sul Pacifico, lunga e continua, che tende ad allargarsi già in Perù ma che raggiunge la sua massima espansione in Bolivia. Qui, in questo remoto Stato del continente americano meridionale, l’altezza media dei monti è sui 4.000 metri ma le vette che superano i 6.000 metri, vulcani compresi, sono numerose. Si passa infatti dalle “punas” peruviane - dove l’Ampato, ma soprattutto El Misti si ergono fieri sulla città di Arequipa - alla maestosità dell’Altipiano Boliviano le cui cime dominano incontrastate il paesaggio, da quello spoglio e privo di vegetazione della Cordigliera Bianca a quello vivo e vitale di città come La Paz sulla quale il Huayna Potosì, ma soprattutto l’Illimani, vigilano attenti e incontrastati. Le Ande sono naturalmente il paradiso degli amanti della montagna, da quella fatta di lunghe camminate in quota a quella più ardita delle scalate, con la conquista di vette ambite e dai nomi evocativi. Ma chiunque, dal più modesto trekkista al più abile arrampicatore, viene conquistato dalla magia che vi si respira, dalla potente forza magnetica che si sprigiona da questi luoghi. Io stessa ho da sempre subito, pur conoscendo le Ande solo attraverso i libri o la televisione, il loro fascino ancestrale e misterioso provando verso di esse un’attrazione che non sono mai riuscita a spiegarmi del tutto. Forse la bellezza dei paesaggi - così spogli ma così intriganti - forse le civiltà grandiose che si sono sviluppate alla loro ombra, forse l’aura di inviolabilità che nonostante la conquista delle loro cime persiste orgogliosamente quasi che quelle vette sorridano compiacenti ai quei mortali che ne hanno sì calpestato il terreno ma che mai potranno completamente carpirne i segreti. Ecco, forse è racchiusa qui la magia che personalmente riscontro in questi luoghi, la consapevolezza che nulla e nessuno mai sarà in grado di penetrarle completamente e di conseguenza sento forte il senso di inadeguatezza al loro cospetto e altrettanto forte il senso di doveroso rispetto verso di essi, giganti maestosi ed immortali. Non sono mai stata un’amante della montagna in senso stretto, delle camminate in salita; non sono mai stata rapita più di tanto dall’eccitazione della conquista della vetta e dalla conseguente euforia che ne deriva. Ma non sono neppure pigra, non è mai stata la paura della fatica a tenermi lontana - tranne ovviamente alcune eccezioni - da lunghi trekking montani. Ma qui, sulle Ande, è stata veramente un’altra storia. Forse la gioia e l’entusiasmo di esserci sono riusciti ad infondermi una carica incredibile, non solo fatta di pura e semplice voglia di andare e misurarmi con me stessa ma soprattutto di un’energia fisica che non mi conoscevo, di una resistenza alla fatica e alla quota che ritenevo assolutamente impensabili. Inutile dire che ero terrorizzata dal pensiero delle salite e soprattutto dall’altitudine; per di più ero partita assolutamente impreparata, senza allenamento e priva di quei medicinali - il diamox su tutti - che pare aiutino a contrastare i malesseri provocati dal mal di montagna ma che il mio medico si era rifiutato di prescrivermi perché, secondo lui, praticamente inutili. Che senso di inferiorità ritrovarmi - unica su 14 persone - senza quel medicinale! Eppure... Eppure, nonostante la lenta ma costante ascesa che consentiva di abituarsi gradatamente alla quota, di 14 che eravamo ben 6 sono stati costretti alle cure mediche ospedaliere - flebo, ossigeno e medicinali vari - perché colpiti, nonostante il tanto decantato diamox - dal soroche, il mal di montagna che li avevi colti così, pur senza aver fatto alcuno sforzo fisico. Ed io? Io che non avevo assunto nessun tipo di medicinale e che mi ritenevo assolutamente inadeguata ad affrontare quelle altezze, avevo retto senza alcun problema il superamento (col pullman) di un passo montano a 4900 metri, avevo retto un piccolo trekking sull’Isola Amantani, nel Titicaca, che mi aveva portato da 3800 a 4100.... quindi perché non osare di più? La mia piccola sfida ai giganti boliviani doveva compiersi sulla cima del Chacaltaya, nei pressi di La Paz, località che vanta gli impianti sciistici più alti del mondo nonché un famoso ghiacciaio. Con un piccolo pullmino superammo (a quota 5000 e rotti) il punto in cui si trovano gli impianti di risalita (si scia in estate, quando le forti precipitazioni consentono l’innevamento che in inverno è praticamente assente; ricordo che in Bolivia le stagioni sono rovesciate rispetto al nostro emisfero). Da lì, sempre col pullmino, raggiungemmo il rifugio più alto raggiungibile con mezzi meccanici, a quota 5300 metri. A quel punto mi sentii appagata dal traguardo raggiunto, stavo benissimo, nessun malessere tranne un normale (a quell’altezza) senso di affaticamento ed il battito del cuore leggermente accelerato. Ma, volendo, c’era ancora un “piccolo” trekking da fare... un percorso di poco più di un’ora, tecnicamente facile ma di forte salita, che portava alla cima, a 5480 metri. Io che soffio solo a fare le strade in salita di Genova... come potevo mai pensare di affrontare quell’ulteriore strappo a quella proibitiva altitudine? Ma dentro di me “sentivo” che potevo e dovevo farcela, dovevo dimostrare a me stessa, ed al Grande Spirito della Montagna, che la volontà e l’entusiasmo, che la felicità di esserci ed esistere dovevano avere la meglio sulla fatica, sul fiato, sulle gambe, sul cuore che batteva forte. E piano piano, un passo dopo l’altro, senza esitazione, forte di una spinta morale che mi sorprendeva ogni momento di più, raggiunsi la tanto ambita vetta, il mio - in quel momento - assoluto traguardo spirituale. Su quella cima - che forse farà sorridere gli accaniti scalatori abituati a ben altri sforzi - mi sentii colma di una felicità senza pari, mi sentii come avessi conquistato il mondo, sentii che ero uscita vittoriosa da quella prova e mi resi conto che, quello che io chiamo il Grande Spirito della Montagna, mi stava sorridendo.
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